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La Rete dell'integrazione

I media: intervista a Carlo Sorrentino

La Rete dell'integrazione

di BEATRICE BELLOBUONO. JESSICA CAMARGO MOLANO, GIORGIA IANNINI, YLENIA MARINO (19 06 2010)
 

“Comportati bene, altrimenti arriva l’uomo nero e ti porta via”. Questa era la minaccia che molte nonne e mamme facevano ai bambini per cercare di placare l’iperattività dei più piccoli, ma adesso i ragazzini hanno ancora paura dell’ “uomo nero”? Forse no, visto che ormai non solo “l’uomo nero”, ma anche “quello giallo” e “quello olivastro” sono diventati compagni di banco degli studenti italiani.


La società è cambiata e sta cambiando, ma forse non siamo ancora pronti ad accettare questa nuova realtà. Il problema potrebbe risiedere nel fatto che la narrazione dell’evento migratorio è stata realizzata da media impreparati a raccontare quello che stava accadendo. “I media sono stati lo specchio dello società” spiega Carlo Sorrentino, docente di Teoria e Tecniche delle Comunicazioni di Massa e Sociologia dei Processi Culturali all'Università di Firenze, “i mezzi di comunicazione non era pronti a fronteggiare una simile realtà, così come non lo era la società italiana”.

E oggi? “La Rete è un’agenzia di socializzazione che può esaltare le buone pratiche di integrazione, ma non possiamo affidarci solo ad Internet” prosegue Sorrentino, sottolineando che si tratta di un processo lungo, simile a quello che ha portato all’emancipazione del ruolo della donna. L’Italia, come afferma il sociologo, si trova indietro rispetto agli altri paesi nel percorso di accettazione ed integrazione “dell’altro”. Per avere la conferma di ciò basta guardare i volti dei membri delle varie nazionali di calcio: Germania, Francia, Inghilterra e Stati Uniti, solo per citarne alcune, possono vantare squadre composte da differenti etnie. Nella nazionale azzurra manca invece il melting pot: sintomo del fatto che in Italia il fenomeno migratorio è avvenuto in epoca successiva rispetto agli altri paesi e quindi le nuove generazioni (compresi i futuri fuoriclasse del pallone) devono ancora crescere. Non ci resta che attendere il 2014 per vedere quali, e soprattutto di quali colori, saranno i volti dei giocatori che ci rappresenteranno al Mondiale in Brasile.

 




Come si informano i cinesi che vivono a Roma?
 
Impossibile non notarlo, illeggibile ai comuni mortali, gli ideogrammi colorati campeggiano in prima pagina su sfondi altrettanto variopinti informando “l’altro popolo” dell’Esquilino. La 
Nuova Cina uno dei quotidiani dell’Impero del Sol Levante più venduto a Roma.
Nel quartiere più multietnico di Roma lo si può trovare nei classici negozietti “vendi tutto cinesi” quelli in cui tra cianfrusaglie, salsine varie e riso alla cantonese preconfezionato, generalmente, campeggia alle spalle di una gentile signorina dagl’occhi a mandorla.
Questo quotidiano dal formato maxi e dalla foliazione esigua, rappresenta per lo più un vero e proprio “ponte” tra l’Italia e la Cina, per tutti coloro che sentono la nostalgia di casa e vogliono informarsi su ciò che accade nel loro paese d’origine.
Per il resto al suo interno è possibile ritrovare le classiche sezioni dei quotidiani con cronaca, esteri, e sezioni regionali dell’Italia e della Cina, la novità è la presenza di un’intera pagina completamente dedicata ad annunci di vendite di negozi o licenze proposte da cinesi per i cinesi.
Non è presente alcuna sezione dedicata alla vita del quartiere, anche in riferimento alla presenza di rappresentanti di altre etnie e gli stessi annunci pubblicitari riferiti solo ad esercizi commerciali cinesi, fanno pensare ad una vera e propria separazione all’interno del quartiere stesso e ad un isolamento volontario.
Il tutto porta a considerare anche questo quotidiano un mezzo per affermare la propria identità e restare legati alle propri radici, sintomo di una comunità chiusa che riesce a stento ad integrasi e che, probabilmente, non ha alcuna intenzione di farlo.
Quanti di noi, italiani medi, che parlano molto spesso a stento una seconda lingua riuscirebbero a decifrare quei “geroglifici”, come li chiamerebbe la famosa casalinga di Voghera? Quale diventa quindi il canale di comunicazione tra un necessario “noi” ed un altrettanto inevitabile “loro”?