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La differenza revisited

di CHRISTIAN RUGGIERO (12 09 2011)

“La differenza”: questo il titolo di un editoriale di Sebastiano Messina datato 12 dicembre 2009 e pubblicato su la Repubblica. La differenza che non sfuggiva ad una delle penne più brillanti del nostro giornalismo, quella tra Fabrizio Corona e Silvio Berlusconi, merita un tentativo di aggiornamento dopo le dichiarazioni del Premier intercettate e diffuse nei primi giorni di settembre.

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Il “re” dei paparazzi italiani era stato appena riconosciuto colpevole di tentata estorsione nei confronti dei calciatori Francesco Coco e Adriano Leite Ribeiro e del motociclista Marco Melandri, e di fronte a una condanna a tre anni e otto mesi aveva commentato a caldo “Mi vergogno di essere italiano … Viviamo in un paese di merda”. Sulle pagine del Corriere della Sera, era intervenuta in suo favore la fidanzata Belen Rodriguez (“Sconta il suo atteggiamento da bullo, ma se non sbaglio la Costituzione non ti impedisce di esserlo”), e Messina trovava una singolare coincidenza con le argomentazioni con cui il capogruppo del Pdl Fabrizio Cicchitto discolpava il Presidente del Consiglio Silvio Berlusconi dall’accusa di denigrare la Consulta (“Ha semplicemente esercitato un suo diritto costituzionale”). Concludeva Messina: “Non mi sfuggono le differenze tra un condannato che si vergogna di essere italiano e un premier che quando parla all’estero fa vergognare i suoi compatrioti. Eppure, tra i due, preferisco chi non pretende di adeguare la Costituzione al suo stile di vita”.

Il giorno dopo, nella rubrica di informazione condotta da Barbara D’Urso all’interno di Domenica 5, l’arbitro della discussione Vittorio Sgarbi si spingeva ancora oltre, e a partire dall’editoriale di Messina sanciva la definitiva sovrapponibilità dei due stili di comportamento pubblico con una battuta lapidaria: “Chi è che non rispetta i tribunali? Berlusconi!”.

 

È indiscutibile che lo sprezzo della tradizione e l’uso di un linguaggio ed uno stile di comportamento non convenzionale siano rubricabili tra le strategie retoriche che nella prima stagione dell’antipolitica, quella immediatamente successiva a Tangentopoli, hanno contribuito a fare di Silvio Berlusconi un personaggio “amato” anche in funzione del suo abile uso del registro comico[1] e sancito il successo del cosiddetto “berlusconismo culturale”[2]. Ed è lecito ipotizzare, con Messina e Sgarbi, che un personaggio “maledetto” come Fabrizio Corona costruisca il suo successo su un simile atteggiamento di superiorità alla legge in virtù di un principio di performanza – l’uomo del fare non può essere ostacolato dai legacci della burocrazia, si tratti di governare l’Italia o rimestare tra i suoi segreti più oscuri.

 

Ma la radicalizzazione di queste strategie può rivelarsi maggiormente dannosa per l’uomo di Stato che per quello dello spettacolo. Nell’anno in cui gli italiani dichiarano, contro ogni previsione, un rinnovato orgoglio di “essere italiani”[3], le parole intercettate da Henry John Woodcock e Vincenzo Piscitelli (“tra qualche mese me ne vado per i cazzi miei… da un’altra parte e quindi… vado via da questo paese di merda… di cui sono nauseato”[4]) suonano particolarmente stonate, pronunciate non dall’amministratore di un’agenzia fotografica ma dal Presidente del Consiglio dei Ministri della Repubblica Italiana. Così come con ogni probabilità non sarebbe di alcun giovamento rispondere alla notizia dei 500.000 Euro versati a Tarantini con la medesima linea difensiva di Corona, illustrata da Giorgio Mulè nel corso della già citata puntata di Domenica 5: qualora il ricattato non si costituisca parte civile il reato sarebbe da considerarsi “senza vittime”, e l’imputato non perseguibile. Anche considerando che il costituirsi “vittima” di persecuzioni giudiziarie è un’altra arma ormai classica del repertorio berlusconiano.



[1] M. Prospero, Il comico della politica. Nichilismo e aziendalismo nella comunicazione di Silvio Berlusconi, Roma, Ediesse 2010.

[2] M. Morcellini, Comunicazione e dispotismo, in Formiche, n. 53, 2010.

[3] Istituto Piepoli, Il 150° anniversario dell’Unita’ d’Italia, marzo 2011.

[4] D. Del Porto e C. Sannino, “Italia, un paese di merda”, in la Repubblica, 2 settembre 2011.