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ComunicArte

Di-Segni: segni che comunicano, alludono, rappresentano

di MADDALENA RINALDI (16 03 2010)
Pino Pascali, Bum, s.d., Galleria Traghetto Roma

Presso la Galleria Traghetto a Roma, si è da poco conclusa la mostra Di-Segni, un taccuino immaginario di appunti, schizzi, progetti ed illustrazioni di artisti esordienti, come la giovanissima Elisa Bertaglia, classe 1983, ma anche assai noti come Pino Pascali.

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Il fil rouge dell’intera esposizione è indubbiamente il “rapporto con la carta” comune alla ricerca estetica di ciascun artista presente in mostra: Mirko Baricchi, Marcel Dzama, Carola Faller- Barris, Neil Farber, Fabrizio Plessi, Elisa Bertaglia e Pino Pascali.

La capacità, insita nel disegno, di comunicare con efficacia ed immediatezza è il tratto comune alle opere esposte, capacità che si declina poi in molteplici forme ed altrettante funzioni.

I bozzetti di Pascali, esempio di una funzione negata, e per questo oggi ancor di più affascinanti, “The Killer’s”1961 matita su carta (28x22 cm) e “Blum” matita colorata e inchiostro su carta, delle stesse dimensioni, sono stati pensati per una comunicazione di tipo pubblicitario.

Tra il 1958 ed il 1967, Pascali, artista geniale, massimo esponente dell’arte povera, visse una lunga collaborazione con Sandro Lodolo, il cui studio Lodolofilm ha prodotto decine di sigle tv, caroselli e spot pubblicitari. Ma il cartone animato dei Killers i piccoli gangster della Algida, madrina delle creaturine di Pascali dal 1961, non fecero mai l’ingresso sul piccolo schermo. La Algida infatti non gli volle affidare le sorti commerciali del suo listino gelati nel 1967 negando loro la possibilità di presentarsi al grande pubblico donandogli però quell’esclusività che oggi li caratterizza rendendoli, forse, ancor di più affascinanti.

L’uso invece che della pratica disegnativa fa Fabrizio Plessi, con la sua opera “La Cariatide dei poveri”, 1992, tecnica  mista su carta (101x73 cm), è una comunicazione di tipo funzionale e progettuale. Il disegno è la prima azione da compiere per dare vita ad un’istallazione reale.

Di taglio maggiormente filosofico e poetico è invece l’opera di Elisa Bartaglia, “Populus”. Trenta disegni di piccole dimensioni (24,5x18,5 cm + 20,5x12,5 cm) realizzati con tecnica mista su carta nel 2009. L’allestimento delle opere nella Galleria ha seguito un precisa partitura, i quadri sono fianco a fianco l’uno all’altro, dando vita ad un ritmo visivo fatto di pause e riprese proprio come se fosse un discorso. Una narrazione poetica insita in “Populus” che, dal doppio significato latino di pioppo e di popolo  trae la sua duplice natura, corale ed individuale, dando vita ad una corrispondenza visivo-semantica delle forme. I disegni alludono infatti al brusio di voci di un popolo, ma anche al fruscio delle foglie di un pioppo accarezzate dal vento. Nelle sue rappresentazioni, popolate da una moltitudine di personaggi, umani, animali e vegetali, si sviluppano le radici più profonde dell’immaginario. Uno scenario di forme che intessono tra loro suggestive trame narrative. L’opera, già esposta nel novembre 2009 presso la Fondazione Bevilacqua la Masa di Venezia, durante la 93esima Collettiva di Giovani Artisti.

Opere visionarie e surreali, rese mediante una tecnica iperrealistica sono quelle di Carola Faller- Barris, nata a Friburgo e laureata in Pedagogia delle Belle Arti e Teologia all’università di Joannes- Gutemberg a Magonza. Carola usa un linguaggio minutamente descrittivo e narrativo per rappresentare singoli oggetti estrapolati dal loro contesto, posti sotto una lente di ingrandimento e raffiguranti una tessitura intricata di linee e ombre. I suoi grandi disegni esposti in mostra,  Sol Invictus, 2007 (120x90 cm)  e  Untitled, 2009  (150x53 cm) entrambi realizzati con la tecnica della grafite su carta, sono carichi di valori percettivi e simbolici, sono “carte tattili, illusorie e fertili” (Silvia Pegoraro). Opere metamorfiche, che non hanno la funzione di rappresentare, ma alludono a qualcosa di diverso, comunicando un’idea, un oggetto, un sentmento. La Faller abbandona l’idea del disegno come progetto compiuto e apre lo sguardo ad una progettualità in divenire. Le sue opere sono proiezioni  su schermi bianchi di sensazioni e condizioni mentali, rese mediante un labirintico intrico di linee e di ombre, di rami e di spine che si calano in sembianze dalla forma riconoscibile.

Il bianco e il nero della sua resa plastica contribuisce a generare continue tensioni e palpabili contrasti. Il disegno per Carola non rappresenta, non descrive, ma allude.

 

Il principio concettuale della curatela, ovvero mostrare come la potenzialità comunicativa del disegno possa esplodere in molteplici forme artistiche, è emerso come un deciso taglio di coerenza che l’intera esposizione ha subito e di cui le opere hanno potuto giovare. L’allestimento ha offerto alle opere un filo conduttore capace di allacciare le trame delle  varie narrazioni insite in ciascuna opera, dalla più illustrativa a quella evocativa.