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L(u)oghi del delitto

di CHRISTIAN RUGGIERO (08 12 2009)

Da via Gradoli a Perugia, una riflessione su luoghi e simboli della narrazione del male nel  racconto dei media italiani.

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Sulla scorta di una “scossa” di dimensioni decisamente maggiori, non foss’altro che ad essere coinvolto è il Presidente del Consiglio, chiamato ancora una volta a confrontarsi con la stagione delle stragi dei primi anni Novanta, si sta spegnendo l’interesse verso il “caso Marrazzo”.

Una cosa, però, rimane: una ricollocazione dei “fatti di via Gradoli” nell’immaginario collettivo nazionale. Fino all’ottobre di quest’anno, infatti, quella particolare via romana era al centro di ben altra narrazione: un covo delle Brigate Rosse, la centrale operativa del sequestro Moro, una base affittata sotto falso nome da Mario Moretti, intoccata dalla perquisizione del 18 marzo 1978 (due giorni dopo la strage di via Fani) e scoperta (fatta scoprire?) esattamente un mese dopo, sotto la scorta (anche) di una pista emersa durante una seduta spiritica alla quale avrebbe partecipato anche Romano Prodi.
Più volte indicato dalla stampa come il luogo degli incontri tra l’ormai ex Presidente della Regione Lazio Piero Marrazzo e l’ormai defunta transessuale Brenda, il condominio di via Gradoli 96 si è caricato negli ultimi due mesi di una serie di significati simbolici molto distanti da quelli evocati da uno dei più grandi “misteri d’Italia”. Solo il tempo potrà dire quale delle due connotazioni saprà resistere alla circostanzialità delle cronache.
Ma è interessante osservare una nuova variante della capacità dei media di mettere al centro delle narrazioni più diverse i luoghi del delitto: di pari passo con la serializzazione e noirizzazione delle cronache, il setting delle azioni efferate che suscitano nello spettatore il fascino del male viene risemantizzato con una cura molto simile a quella già dedicata alla costruzione degli ambienti dei film noir.
Allora, Novi Ligure si trasforma da patria del cioccolato (“Svizzero?” “No, Novi!”) in sede di quella casetta rosa in cui una sera d’inverno due adolescenti hanno suggellato il loro patto d’amore nel sangue della madre e del fratello di lei. Cogne non è più la sede dell’omonimo Parco Nazionale ai piedi del Massiccio del Gran Paradiso, ma la provincia in cui, in una mattina d’inverno, una moderna Medea si è gettata contro il suo figlioletto di tre anni. Garlasco, nota agli aficionados di storia dell’arte per il Santuario della Madonna della Bozzola e a quelli delle discoteche per “Le Rotonde”, diviene la rete stradale su cui circolava un certo ragazzo biondo su una bicicletta che si è poi rivelata sporca del sangue della sua fidanzata.
Un’operazione riuscita meno per Perugia, un’identità cittadina forse troppo forte per essere associata all’omicidio di una studentessa inglese, o una minore perizia nel racconto mediale, che riesce solo a sottolineare il gemellaggio tra il capoluogo della provincia perugina e Seattle, home city di una delle accusate (e recentemente condannate) per il delitto. Un’operazione che non è riuscita affatto nel caso del piccolo Tommaso Onofri, che coinvolse l’Italia (e si suoi telesalotti) nel 2006: la località Casalbaroncolo, nelle campagne parmensi, non sembra aver avuto diritto a salire sul palco del racconto mediale del caso.
I meccanismi per cui i luoghi del delitto si prestino in misura maggiore o minore a divenire simboli, immagini, loghi di storie nere sono di difficile definizione. Ma quando questo processo prende corpo, crea un vero e proprio sistema di oggetti-simbolo (la casa di Novi, il mestolo di Cogne, la bicicletta di Garlasco) che la fucina dell’immaginario mediale si dimostra in grado di incastonare nello stemma cittadino al fianco (se non al pari) di simboli la cui genesi forse sfugge ai più.