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Auditelo

Si fa presto a dire è colpa dell`Auditel

di STEFANIA DI MARIO (16 03 2008)

Gatto Felix finalmente ci invita a guardare la luna e lancia l’idea del fantacarosello che, se non altro, ha il pregio di ribadire lo scopo per cui è nata l’Auditel: stabilire le tariffe delle inserzioni pubblicitarie.

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 Si può fare, anzi lo abbiamo già fatto e lo faremo ancora. Nel frattempo ci caliamo nei panni dell`avvocato del diavolo che di "ultimi" se ne intendeva, provando ad indicare a tutti i Sergio Federci del Fantauditel chi è il vero colpevole.

Avrete notato come in Italia niente è come appare: un giorno l’Auditel è la causa di tutti i mali, il giorno successivo è l’arbitro che ha decretato il successo o il tramonto di affermati professionisti. Lo share viene sparato nelle titolazioni dei maggiori quotidiani con la stessa rilevanza accordata alle variazione del PIL registrato dall`Istat, salvo riservare poi pagine e pagine a illustrare  “l’inaffidabilità” degli stessi dati. Una curiosa sindrome dissociativa dei giornalisti, più portati a sottolineare le altrui incongruenze che quelle della propria categoria. Lo stesso Dippolina, pur offrendo spesso letture non banali dei fenomeni televisivi, cade in questo abbaglio e scarica sui "televisivi" l`intera responsabilità di un uso schizofrenico dei dati Auditel (Cfr Quando l`Auditel non c`era). Ma il diavolo, si sa, ha mille volti e gioca suggestione diverse a seconda di chi lo guarda.

Proviamo allora ad azzerrare i ruomors partendo da un elemento troppo spesso dimenticato dalla vulgata giornalistica: l’Auditel non misura la qualità dell’ascolto, non rileva gli atteggiamenti dei telespettatori, non ci dice se chiacchierano, litigano, dormono, vanno su Internet o telefonano a Sky per abbonarsi al satellitare mentre sul teleschermo si consuma l’ennesimo reality. L’Auditel fornisce crude statiche sull’entità del consumo, con una metodologia identica a quale adottata da altri paesi europei. Anzi, per alcuni aspetti è considerata addirittura migliore. A dirlo è un autorevole istituto di ricerca inglese incaricato nel 2006 da Sky di verificare  il funzionamento del sistema di rilevazione dell’audience. Nel dossier (disponibile sul sito di Prima comunicazione all’indirizzo http://www.primaonline.it/allegati/file115110331517021.doc, alla cui lettura rimandiamo i più volenterosi), viene evidenziato, tra l’altro che “il panel meterizzato nazionale Auditel è uno dei più ampi nel mondo (…) “simile in termini di ampiezza ai panel nazionali presenti in Inghilterra e negli Stati Uniti, leggermente inferiore al panel meterizzato nazionale presente in Germania (5.640 famiglie), ma sensibilmente più grande dei panel francese e spagnolo”. Inoltre rispecchia   “anche la pratica comune ai principali paesi nel mondo nel condurre separatamente una ricerca di base su larga scala” per “produrre stime aggiornate di universo e di popolazione per le caratteristiche demografiche delle famiglie e per il possesso di apparecchiature televisive” e per “fornire un frame di campionamento per il reclutamento delle famiglie all’interno del panel meterizzato”. Il bug Auditel nel 2006 stava nel mancato aggiornato di quelle che vengono chiamate “variabili dinamiche”, vale a dire delle modalità di ricezione dei canali televisivi (analogico, digitale satellitare, digitale terreste),risolto con il consenso della stessa Sky nell’aprile del 2007, portando  il  campione a 5930 famiglie con una stima più realistica degli utenti del satellitare

Stabilito che l’Auditel non presenta particolari deviazioni dagli standard adottati dagli altri paesi ci si chiede perché qui da noi diventa tema ricorrente di polemiche,  inchieste, denunce. Un vortice in cui è caduto financo il pregevole Report della Gabanelli, che in una puntata del 2006 dedica un intero servizio alla questione Auditel (ancora disponbile sul sito www.report.rai.it), inistendo su uno dei temi più ritornanti e consunti: la “manovrabilità delle famiglie Auditel” e il fatto che non siano poi così segrete.  

Anche il più sprovveduto capisce che la segretezza riguarda il campione nella sua totalità, ma tra i vari accadimenti della vita può succedere di conoscere un soggetto appartenente al panel (è accaduto persino a me che ho una vita sociale prossima allo zero, volete che non ci arrivi un bravo e agguerito giornalista?). Del resto come nascondere  un people meter attaccato al televisore e, soprattutto, il telecomando con il quale viene segnalata la presenza dell’ospite? Scontata è anche la mendacità di alcuni componenti del campione, anche se nel caso della tv generalista non si capisce bene perchè dovrebbero mentire, dichiarando di seguire Grande Fratello, mentre in realtà guarda X-factor (non vi è cielo di "cittadinanza intellettuale" in nessuno dei casi).

Insomma, siamo nell’ordine delle “ovvietà statistiche”, talmente banali da entrare anche nelle liriche musicali di Caparezza che in The Auditels Family mette in rima i misfatti di questa “setta diabolica che decide laconica tutto ciò che si colloca nella sfera catodica, un`insolita accolita che conserva in una caverna il Sacro Share che dà la trasmissione eterna, fantasmi che infestano una stamberga nell`attesa che un direttore di rete vestito da prete ne asperga le terga”.

E’ bizzarro, ma il pubblico anche laddove segnala le proprie preferenze, continua ad essere considerato sempre un  po’ meno intelligente di coloro che la televisione la fanno, la criticano, la studiano, la cantano … e non la vedono. Sarà che da noi la televisione resta un sorvegliato speciale più chiacchierato che studiato, sarà che fa parte del “carattere degli italiani” esprimere opinioni (“se non puoi mantenere la rotta, prendi almeno posizione” ricorda Capossela), sarà quel che sarà di certo ci distinguiamo per un`ossessione compulsiva verso qualsiasi dimensione quantitativa. Per noi  anche le metodologie di ricerca  diventano argomento di conversazione e di conservazione delle ataviche inclinazioni alla chiacchiera, al protagonismo, all’anarchismo (gli aricitaliani di Sebastiano Vassalli): chiunque ne può parlare e non potendo suggerire correttivi (si sa che la statistica è materia ostica, richiede studio e applicazione sottraendo tempo alla speculazione filosofica), finisce per invocarne l’azzeramento. Piuttosto che riflettere su cosa può e deve essere migliorato dal punto di vista metodologico (una maggiore frequenza della ricerca di base, un ricambio più frequente del panel etc) si asperge l’aere di acqua santa contro quel diavolo di Audite. Il risultato è il nascondimento della vera questione: la governance che resta dopo venti anni un sistema tripartito (Rai, Private e investitori pubblicitari) non più pluasibile in un epoca in cui il duopolio è stato superato dalle "nuove televisioni". La recente entrata nel comitato tecnico di Sky Italia e delle Altre Satellitari non riduce le ombre su un sistema nel quale i controllori sono i controllati con tutto l`interesse a diffondere parte dei dati, lasciando il resto in tabulati segretissimi, custoditi più gelosamente dei tracciati radar sugli spostamenti dell`AirOne. Il perchè lo si capisce:  qui si muovono capitali, qui si decide il futuro delle aziende (pubbliche e private). E il denaro, al contrario di quanto ritenevano gli antichi,  olet, olet eccome. Non sentite anche voi un odore di zolfo?   

 

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