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Il tramonto della politica del cucù

di CHRISTIAN RUGGIERO (08 10 2009)

Riflessioni sulle due anime della strategia politica e comunicativa del berlusconismo alla luce delle dichiarazioni “affidate” dal Presidente del Consiglio al collegamento telefonico con Porta a Porta del 7 ottobre.

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In alcuni punti, il vituperato e magnificato Videocracy certamente coglie nel segno nel descrivere l’Italia del berlusconismo: tra questi, il divertire e divertirsi come arma di seduzione del leader di Forza Italia e ora del Popolo della Libertà. Un elemento che era stato colto sin dagli inizi della sua avventura politica, quando Alberto Abruzzese lo definiva “avventuriero dell’etere, puttana dei consumi, assassino della Democrazia” (in Elogio del tempo nuovo. Perché Berlusconi ha vinto, Costa&Nolan, Genova 1994, p. 30), e dichiarava senza falsi pudori quanto gli italiani amassero gli avventurieri, le puttane e gli assassini.

Si tratta di quella radicalizzazione della politica spettacolo che rende Berlusconi capace di farsi evento egli stesso, di costruirsi un’immagine di leader del fare anche attraverso gesti plateali che si fanno politici in funzione del contesto in cui sono inseriti. Dagli apprezzamenti sessuali nei confronti delle sue ministre o delle donne italiane in genere alla “politica del cucù” come sintesi efficace della salienza della politica italiana a livello internazionale. Elementi che, in una certa misura, sono sicuramente vincenti, che costituiscono una miscela elettoralmente esplosiva nel momento in cui si uniscono a un leaderismo che si fa decisionismo senza remore, volontà dell’uomo-che-ha-un-piano di andare avanti in spregio all’opposizione interna o esterna facendosi forte della profonda sintonia con il mood del Paese.

Il bilanciamento di questi elementi, però, sembra star andando in frantumi, e non è semplice immaginare che effetti questa modificazione degli ingredienti principali potrà avere sul cocktail sinora vincente della politica berlusconiana.
Le reazioni a due eventi, la sentenza sul Lodo Mondadori e il giudizio di incostituzionalità sul Lodo Alfano, che, nonostante il fermento del dibattito pubblico, non hanno certo i caratteri dell’impeachment o del ribaltone, sono stati salutati da Berlusconi con lo stesso livore. Dopo aver ascoltato le dichiarazioni di ieri sera a Porta a Porta, correttamente Marcello Sorgi a Omnibus tracciava un parallelo con il Cavaliere furioso del 1994, che dopo il “tradimento” della Lega vedeva andare in pezzi la maggioranza di governo costruita con sorprendente abilità di ingegneria elettorale, e dava il via ad un primo scontro istituzionale con l’allora Presidente della Repubblica Scalfaro al grido di “non me ne vado”. Come inutilmente cercano di sottolineare gli esponenti più pacati dell’opposizione, non siamo al ribaltone, e un unico soggetto politico, peraltro aduso a simili coup de théâtre, chiede a gran voce le dimissioni del Presidente del Consiglio. Cosa ha portato dunque Berlusconi sul terreno anche linguisticamente e retoricamente arido in cui si è spinto ieri sera?
Forse la morte di una parte di sé, quella che sa divertire e divertirsi.
Niente più cucù. Peccato.