Comunicando
Comunicando

Che Bongiorno sia stato patrimonio comune del Paese lo confermano i 15mila italiani che hanno affollato Piazza Duomo e i circa 2 e 800mila telespettatori sintonizzatesi su RaiUno e Rete4 per seguire la diretta dei solenni funerali. Una ragione in più per riproporre una riflessione già edita da DNews (10 settembre 2009), che corredo con un video che evidenziano il tratto tetragono del fare televisione di Mike
C’è qualcosa di nuovo nella commozione e nel sentimento comune che ha fatto da colonna sonora all’addio a Mike. Al di là dell’unanimità che la morte fa spesso scattare, è l’indicatore evidente della frammentazione e divisione che abitano il nostro tempo, e che impongono di riconoscere persone capaci di diventare patrimonio comune. Sullo sfondo, c’è la clamorosa coincidenza tra la fine di una biografia e l’esaurimento di un’epoca, quella della televisione generalista. Chi studia il suo declino, senza chiudere gli occhi sul mix cultura-sottocultura che sembra accompagnarlo, sa quanto bruscamente Mike sia cambiato negli ultimi tempi, mettendo
Era tutt’altro che scontato. Era legittimo pensare ad un Mike in qualche misura ingessato dentro il modello che lo aveva letteralmente canonizzato, fatto di continuità e di status quo. Non mi sembra che questo aspetto sia stato colto nel momento dell’omaggio, eppure è il nodo per avviare un giudizio equilibrato sul ruolo di quest’uomo nella storia del paese. Pochi come lui hanno vissuto, anche euforicamente, la scena vistosa e le tappe rivoluzionarie della nostra tv. Nell’immaginario degli italiani, l’identificazione con la Rai, e poi con la tv commerciale, è stata impressionante e sempre confortata dall’alta platea. Ma il punto di svolta della sua carriera è stato l’abbandono di Mediaset, e il coraggio di abbracciare una scommessa nuova. Sempre nel segno della continuità e nella convinzione che sempre di tv si tratta, da officiare nel rispetto di regole, riti e rituali che lui stesso aveva contribuito a creare. Lo dimostra il noto litigio con Vittorio Sgarbi a TeleMike (1991): di fronte a una tv veemente, urlata, scomposta, Mike tiene testa, si fa valere e conclude “io sarò ignorante, ma sono onesto!”.