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Intrattenimenti

Mike e la tv della "sacralità"

di GIOVANNI PRATTICHIZZO (10 09 2009)

Mike era Mike. Non un surrogato, non un trucco, mai un personaggio. Perfino nei fuori onda, nei litigi, nelle storiche gaffes, nelle ospitate, Mike è sempre stato Mike.

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Tante le affermazioni che in questi giorni hanno provato a ricordare e definire chi fosse Mike Bongiorno. Padre della tv, re del quiz, partigiano, patriota, principe-imperatore degli sponsor, eroe della prima tv popolare, uomo delle tre epoche televisive italiane. Anche se lui avrebbe storto il naso nei confronti di queste metafore, non perché le odiasse ma semplicemente le ignorava. O meglio, ignorava quelle che portavano con sé un senso deformante del reale accettando, come ebbe a scrivere mezzo secolo fa Umberto Eco nella sua “Fenomenologia”, solo quelle «ormai assorbite dal lessico comune».

In realtà se l’Italia l’ha fatta Garibaldi, Mike ha fatto gli italiani. E, attraverso la fiamma pedagogica del nuovo focolare domestico, ha insegnato l’italiano. Ad un’Italia povera, contadina, ignorante divisa tra tanti dialetti e infiniti campanili.
Mike era campione di medietà, non aristotelica ma italiana. Quella stessa incarnata da Sordi al cinema. Per il suo spudorato coraggio della banalità, Bongiorno è sempre stato preda degli entomologi dell’ovvio. Ma sostenere che è mediocre, ignorante, succube degli esperti, prodigioso gaffeur privo di umorismo è un modo cifrato per riconoscergli una qualità particolare: Mike è stato il trionfo dell’abituale. Protagonista di una televisione (forse la televisione) pedagogica, uguale a se stessa nella sua ostentata ripetizione dell'identico - da Lascia o Raddoppia? alla Ruota della fortuna - dove per ogni domanda della vita esiste una risposta, una e una sola.
Uno di quei volti che ha unito tre generazioni e che credevamo quasi fosse immortale. C’era lui all’inizio della televisione, ancora lui ai primordi della tv commerciale. E doveva esserci nell’avventura dell’intrattenimento avviata da Sky.
Con lui è nato il termine presentatore e con lui si è evoluto nella moderna figura del conduttore. Amava scherzare sul suo record di presenze e sembrava incredibile che fosse lì da sempre, senza invecchiare. Sempre in bilico tra il serio e il faceto, la furbizia e l’ingenuità.
Mike era la televisione, non tanto perché aveva esordito lo stesso giorno della inaugurazione (3 gennaio 1954 con la trasmissione “Arrivi e partenze), ma perché nutriva profondo rispetto e professionalità  per il mezzo televisivo. Nulla doveva accadere che non fosse professionale. Che non fosse previsto. Potevano esserci gli imprevisti, ma non dovevano intaccare la liturgia televisiva.
Una medietà (o mediocrità) che aveva un significato alto, nobile. Un rispetto sacrale per la tv, come qualcosa che in fondo poteva contribuire alla crescita del Paese.
Non amava perder tempo e non accettava che lo si perdesse, ma aveva anche, e lo dimostrava, un grande rispetto per quello che stava proponendo e facendo, un riguardo per il lavoro che forse ora non è più di moda, in un’epoca in cui la parola chiave sembra essere “evasione”.
Un mestiere, quello del presentatore, vissuto con zelo e serietà. Sia quando si relazionava con i concorrenti dei suoi quiz, rendendoli familiari, che quando parlava degli sponsor, dalle pellicce ai detersivi. Anche in questo, come scriveva Eco nella sua Fenomenologia, stava il grande successo di Mike: "Non provoca complessi di inferiorità pur offrendosi come idolo. E il pubblico lo ripaga, grato, amandolo".
Mike era Mike. Non un surrogato, non un trucco, mai un personaggio. Perfino nei fuori onda, nei litigi, nelle storiche gaffes, nelle ospitate, Mike è sempre stato Mike. Un professionista speciale, preparato che si fingeva mediocre per dialogare in modo semplice e diretto con il suo pubblico, con la gente di ogni età e di ogni appartenenza che lo stimava e lo apprezzava comprendendo l’onestà del suo agire e la serietà che animava le sue proposte pur intese come «gioco».
Contrariamente a quanto accade oggi: dove i luoghi televisivi sono sempre più attraversati da soggetti che si fingono speciali, essendo mediocri.