Le cronache politiche, già pronte alla pausa agostana, sono state attraversate da un ultimo brivido, troppo leggero per sopravvivere un’intera settimana. “Penso che una società esprima un senso della morale comune. I rappresentanti politici che sono chiamati a ben governare, a far prosperare la comunità, sono anche tenuti a salvaguardare i valori che essa esprime, possibilmente a elevarli. Non credo, quindi, che un uomo politico possa permettersi la distinzione tra vita pubblica e vita provata”.
Barbara Berlusconi, invitata dall’intervistatore di Vanity Fair ad esprimersi “da quasi laureata in Filosofia” circa l’apparente contraddizione tra il politico di successo e l’uomo al centro di pesanti indiscrezioni circa l’integrità della sua vita privata che si congiungono nella figura di suo padre, dà una risposta “scolastica”. Un punto di vista condiviso al punto da costituire ormai un presupposto delle riflessioni filosofiche, sociologiche, politologiche, comunicative sul binomio pubblico-privato, sul rapporto tra politica e visibilità.
Un concetto che uno studente al primo anno di Scienze della Comunicazione trova così riassunto: “la visibilità creata dai media può trasformarsi nella fonte di un nuovo e particolare tipo di fragilità. A prescindere da quanti sforzi essi compiano, i leader politici non sono in grado di controllare completamente la loro visibilità; l’immagine di sé che trasmettono può sfuggire loro di mano e talvolta persino andare a loro svantaggio” (J. Thompson, Mezzi di comunicazione e modernità, Il Mulino, Bologna, 1998, p. 198). La gaffe e l’eccesso, la partecipazione ad un programma televisivo di effetto negativo (ma gli esempi si potrebbero estendere all’intera tastiera dei media moderni), la fuga di notizie, lo scandalo: ognuno di questi “rischi” legati alla visibilità mediata rappresenta per il politico “un insuccesso nel tentativo di controllare il rapporto tra comportamenti da ribalta e comportamenti da retroscena” (Ivi, p. 202).
Almeno, per quanto riguarda Ronald Reagan e George H. W. Bush. Forse per una diversa gestione dello scandalo politico nel Vecchio Continente, forse per una distanza temporale tutto sommato sufficiente a far mutare lo spirito del tempo, la selva di dichiarazioni, foto, intercettazioni che mettono in scena spaccati poco edificanti della vita privata di Silvio Berlusconi non sembrano rappresentare, fino ad ora, un luogo sufficientemente oscuro perché il Premier vi si possa smarrire. Alle polemiche sulla libertà di informazione, e quindi di effettiva circolazione delle notizie del sexgate nostrano, può affiancarsi una lettura differente, che attiene alla non distinguibilità delle strategie emozionali piuttosto che razionali che i personaggi pubblici, siano gente della politica o dello spettacolo, pongono alla base del proprio successo. Avvicinare la figura del Premier a quella di un noto cantante e attore francese come Johnny Hallyday, ad esempio, rende possibile una sorta di trasposizione di questo suo ritratto, che per quanto apparentemente forzata appare tuttavia estremamente attuale. “È così che Johnny, ad onta dei suoi trascorsi, può continuare a collezionare conquiste femminili (Silvie, Nathalie, Laeticia…), a ostentare la sua ricchezza, a scandalizzare tutti rendendosi protagonista di vari episodi piccanti, a farsi raccomandare per accelerare una procedura di adozione, a farsi vedere in compagnia dei politici, sia uomini che donne, a esiliarsi in un paradiso fiscale e persino a ricordarsi all’improvviso della sua origine belga e a voler cambiare nazionalità. Gli si perdona tutto, lui non deve mai subire le conseguenze dei suoi atti. È intoccabile” (M. Maffesoli, Icone d’oggi, Sellerio, Palermo, 2009, p. 113).