Sul Corriere di giovedì scorso (“Un complotto, Silvio reagisca. È come la vicenda Montesi”, di Aldo Cazzullo, Corriere della Sera, 25/06/2009), l’amico Angelo Rizzoli interviene in favore del Presidente del Consiglio sul “caso D’Addario”, portando acqua al mulino delle tesi complottiste attraverso un parallelo con la vicenda Montesi.
La cronaca politica, dunque, gioca la carta del richiamo allo scandalo “storico”, stuzzica la memoria collettiva del Paese con il rimando a uno dei mai risolti “misteri d’Italia”: uno spunto che merita di essere in qualche modo verificato, smontato secondo due direttrici principali.
Primo: la complessità dell’intreccio. Nel caso Montesi la regia è decisamente raffinata: c’è un rampollo di nobile famiglia democristiana, Piero Piccioni, accusato di aver preso parte ad un sordido festino in cui la giovane innocente Wilma Montesi perde la vita, sospettato addirittura di averla uccisa egli stesso, cercando poi di dissimulare la dinamica dei fatti abbandonando il corpo nelle acque di Torvajanica. Ci sono gli intrighi politici che vorrebbero una lotta intestina tra il padre di Piero, Attilio Piccioni, e il potente Ministro dell’Interno Amintore Fanfani. C’è il giovane che, stando a testimonianze successive, rinuncia ad esibire il suo alibi per non compromettere la celebre (e maritata) amata (Alida Valli), con la quale stava trascorrendo una parentesi romantica a Posillipo. Molto al di là dei “festini” e delle “ragazze che parlano”, c’era dunque una storia che non sfigurerebbe come plot narrativo di un film di Hitchcock. Oggi, c’è la cronaca, molto più piana, fatta di avvenimenti lineari e privi di mistero, che semmai si prestano al pettegolezzo da retroscena (sapeva il Presidente del Consiglio?).
Secondo: la creazione dell’evento. Se manovre politiche furono effettivamente la molla che mise in moto le accuse contro il giovane Piccioni, la storia divenne tale anche per merito di un giornalismo che voleva fare inchiesta. Che scavava nel presente e nel passato dei protagonisti, ne ricostruiva alibi e movimenti, agiva insomma ben al di sopra delle forze dell’ordine che affidano, con scarsa inventiva, la ricostruzione dei fatti a un referto medico che parla delle complicanze di un pediluvio. Oggi, il motore della vicenda è senza dubbio Berlusconi, che non solo non coglie il consiglio di Rizzoli (affidare a un portavoce poche e scarne parole che chiudano il caso), ma soffia sul fuoco della polemica con dichiarazioni frequenti e spettacolari. Che rappresentano la continuazione di una commedia il cui primo atto per molti versi non è tanto la lettera di Veronica Lario e le accuse di sregolatezza sessuale, quanto il lungo soliloquio che Berlusconi stesso si concede nella confacente sede di Porta a Porta.
Dal giornalismo d’inchiesta al giornalismo a richiesta?