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Comunicando

Dove il digitale è davvero un mondo nuovo

di MARIO MORCELLINI (17 06 2009)

Qualche tesi per la discussione

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Se vogliamo davvero capire il tempo nuovo, è ora di dismettere il generalismo che permea la riflessione sul digitale. Troppo spesso assistiamo a un dibattito stanco, attardato intorno a terminologie e metafore vecchie, capaci di cogliere solo la superficie dei fenomeni che osserviamo o di leggerli in una dimensione banalmente euforica.


Per comprendere appieno le caratteristiche del digitale, dobbiamo innanzitutto - e definitivamente - abbandonare ogni tentazione nuovista, scorciatoia spesso utilizzata per sancire frettolosamente il superamento del “vecchio” e il passaggio al “nuovo”, eludendo una lettura più profonda dei processi di cambiamento. Eppure, sotto i nostri occhi sta effettivamente prendendo forma un mondo nuovo: un contesto radicalmente differente da quello cui eravamo soliti riferirci, che richiede nuovi strumenti teorici e un nuovo lessico, che non può più fondarsi su termini, a suo tempo evocativi, come mediamorfosi.
Per capire il mondo nuovo, abbiamo a nostra disposizione solo gli strumenti di ieri: attraverso questa lente, la frattura non emerge con sufficiente chiarezza. Per tentare di cogliere in modo più nitido le trasformazioni che osserviamo, procederemo focalizzando l’attenzione su alcune questioni non più eludibili, che ci aiuteranno a tracciare una mappa e a orientarci nella lettura delle discontinuità con il passato. Siamo di fronte a un nuovo linguaggio? A un’economia realmente nuova? Quella che si delinea con il digitale è un’altra società? Sta prendendo forma un’altra cultura?

 

La prima dimensione che si impone è certamente quella dei codici espressivi: siamo di fronte a un linguaggio nuovo, o alla riproposizione e all’aggiornamento di quello vecchio? Si affermano linguaggi solo settoriali, specialistici e anche un po’ snob o la loro portata innovativa è in grado di ridefinire radicalmente il parlato, quello collettivamente condiviso?
Ebbene, osservando stavolta la dimensione tecnologica, è difficile non ammettere che i linguaggi sprigionati dal digitale sono davvero nuovi, e comunque esuberanti rispetto al passato.

Ma è necessario superare anche quel limite culturale che stressa l’interpretazione dei fenomeni al solo versante economico. I mutamenti nell’economia e in particolare nel settore terziario – pensiamo alle trasformazioni nel mondo delle professioni – sono più facili da considerare e interpretare in virtù della loro maturità. Tutte le professioni pregiate sono cambiate dal digitale, che consente senza dubbio un accesso più legato al talento e meno costretto al familismo della società italiana.
Sempre più, le risorse pregiate della società sono piene di informazione. Al punto da ricodificare lo stesso concetto di valore, che, rinviando per definizione ad aspetti economici, sociali, culturali e perfino simbolici, comincia a mostrare una notevole poliedricità semantica. Per questo è fruttuoso ridimensionare la routine di una lettura economica tradizionalmente incentrata sul concetto di prezzo, avviando una riflessione su quello di pregio. I due termini hanno in comune la stessa radice semantica, e segnano il passaggio a una vera e propria economia del desiderabile. In questo contesto, la legge della domanda e dell’offerta non coglie appieno le dinamiche della economia digitale, in cui assumono centralità i caratteri relazionali e intangibili che connotano una lettura in chiave economica della comunicazione. E’ tipico, in proposito, il caso degli studi di economia dell’istruzione, che dimostrano quanto il vantaggio economico dei processi formativi sia una dimensione a utilità differita, e debba dunque esser letto come dispositivo sociale di lungo periodo (inutile dire che tutto questo sfugge all’attuale governance dell’istruzione, ancor più che a quella passata).

E’ venuta l’ora di superare ogni interpretazione rigidamente deterministica, che attribuisca alle tecnologie il ruolo di motore del cambiamento. La convergenza la fanno gli utenti: nell’epoca della cultura convergente, essa“non avviene tra le attrezzature dei media, ma nei cervelli dei singoli consumatori, nonché nelle loro reciproche interazioni sociali. Voglio contestare l’idea secondo la quale la convergenza sarebbe essenzialmente un processo tecnologico che unisce varie funzioni all’interno degli stessi dispositivi. Piuttosto, essa rappresenta un cambiamento culturale” (Jenkins, 2007). E dunque l’enfasi si sposta dalle tecnologie alle persone.

Le tecnologie digitali travolgono il bisogno sociale connesso alla rappresentazione del valore della mediazione e accelerano il processo di obsolescenza a cui la modernità condanna le tradizionali agenzie di socializzazione. Pensiamo a quanto il digitale contribuisca a ridisegnare i tradizionali rapporti tra i sessi e tra le generazioni. Sempre di più l’adulto perde il ruolo privilegiato di naturale depositario del sapere e arretra di fronte ai nuovi bisogni (formativi, di senso) espressi dagli universi giovanili. È una crisi che coinvolge l’intero assetto della formazione, anche se l’Università riesce più della scuola a offrire una risposta. Nel momento dell’incontro tra l’allievo e il docente universitario, si instaura un clima di dialogo formativo in cui le competenze degli studenti – spesso frutto di percorsi di appropriazione non istituzionalizzati– vengono riconosciute e valorizzate. La formazione primaria, al contrario, non riesce a presidiare i nuovi luoghi dell’apprendimento e fatica nel processo competitivo volto a guadagnare l’attenzione degli allievi. I giovani imparano attraverso la messa in campo di pratiche che mai prima d’ora erano state considerate fonte di apprendimento e che oggi lo sono in maniera determinante.
La pervasività delle tecnologie, accessibili anytime e anywhere, modifica la forza e lo statuto del soggetto e le sue modalità di gestione delle relazioni sociali. Contribuisce, inoltre, a delineare nuovi rapporti professionali e di tempo libero. I soggetti, in costante movimento tra ambienti on e off-line, si trovano a gestire, spesso contemporaneamente, proiezioni identitarie e sistemi di appartenenze molteplici.

L’avvento del digitale licenzia le modalità linguistiche proprie della vecchia comunicazione e coinvolgendo persino il brusco invecchiamento degli strumenti teorici utilizzati sinora fenomeni per leggere il mondo. Per questo sentiamo sempre più inadeguati di concetti come rimediazione e mediamorfosi, che pure ci erano sembrati innovativi in una prima fase, per la loro incapacità attuale di gettare una luce sui nuovi assetti che caratterizzano la comunicazione e il rapporto tra i media nello scenario dischiuso dal digitale.
Nel nostro ruolo di interpreti privilegiati di un mutamento che avviene nella grammatica profonda dello stare assieme sociale, saremmo tentati di scegliere la comoda posizione di chi si pone all’esterno dei processi in atto e li descrive nei termini di una rivoluzione. Ma invece dobbiamo presidiare i confini del cambiamento, per la vocazione stessa di studiosi della comunicazione, e  ricorrere alle lezioni che la storia dei cambiamenti della comunicazione ci restituisce. In questo senso due sono i momenti cruciali che possono servire per avere una idea del momento di passaggio attuale: l’invenzione della stampa a caratteri mobili e, per ancorare la nostra riflessione nel cuore della nostra storia, al passaggio dal latino al volgare. Pensiamo, come suggestione, al ruolo di Dante e alle contraddizioni da lui vissute nel voler partecipare alla genesi del volgare, attraverso la sua straordinaria macchina poetica, essendo però contemporaneamente costretto a interpretare teoricamente il mutamento in atto attingendo alla più robusta strumentazione semantica concessa dal latino. Quando Dante scrive il De Vulgari Eloquentia sceglie il latino, ma la Divina Commedia non solo è in volgare, ma lo fonda. Ecco: il nostro volgare deve essere il digitale.