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Chi perde e chi vince. Analisi del voto e psicopatologia della politica italiana

di CHRISTIAN RUGGIERO (28 05 2009)

Riflessioni intorno ai volumi "Perché la sinistra ha perso le elezioni" e "La Sindrome di Arcore"

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Le elezioni europee sono, tradizionalmente, poco comunitarie e molto nazionali, costituiscono cioè più una verifica intermedia del consenso registrato dalle coalizioni e dalle singole forze che una reale competizione per i seggi del Parlamento dell’Unione. Alla vigilia del voto del 6 e 7 giugno, diventa allora interessante riflettere su due volumi che, da prospettive diverse, fotografano lo status quo uscito dalle urne nell’aprile del 2008.


Scientifico, seppure nella forma del pamphlet, il primo: “Perché la sinistra ha perso le elezioni?”, a cura di Mario Morcellini e Michele Prospero, Ediesse. D’intervento, ma ricco di dati e date da riportare all’attenzione della memoria collettiva, il secondo: “La sindrome di Arcore”, di Giovanni Valentini, Longanesi.
Il volume a cura di Morcellini e Prospero segna l’inizio di una nuova collaborazione tra gli studiosi delle Facoltà di Scienze della Comunicazione e Sociologia della Sapienza Università di Roma, decisi a dare un contributo di conoscenza sul mutamento politico ed elettorale del 2008, e intenzionalmente pone l’accento sul punto di vista degli sconfitti.
La performance esitante del Partito Democratico è ricondotta alle sue radici più profonde, ad una strategia di lungo periodo volta ad imporre un forzoso bipartitismo al frammentato panorama politico italiano, così come la scomparsa della sinistra “radicale” è in buona parte imputata alla “scelta pazzesca e autoreferenziale di innovare continuamente nome e composizione della coalizione, culminata in questa campagna nell'abbandono non consensuale della forma stessa di coalizione”. Non manca un’appassionata analisi dei deficit comunicativi delle forze “di sinistra”, divise tra il fair play veltroniano, che porta l’anestetizzaizone della competizione alle estreme conseguenze di espungere il nome stesso dell’avversario dal discorso politico, e l’occupazione televisiva del candidato dell’Arcobaleno, che sembra dimenticare i rapporti di forza tra il minutaggio delle presenze in video e l’impatto e la coerenza dei contenuti veicolati. Un quadro estremamente confuso, in cui la comunicazione ha sostanzialmente fallito il tentativo di diminuire l’opacità dei processi politici e sciogliere l’incertezza dei cittadini. Il voto uscito dalle urne, infatti, sembra essere il frutto di una soluzione provvisoria all’indecisione davanti ai simboli posti sulla scheda, risolta in buona parte nelle scelte del non voto o del voto di protesta, piuttosto che l’epifenomeno della risoluzione di una più profonda crisi politica.
Sul versante opposto, il saggio di Valentini esplora le ragioni del vincitore, ma non tanto della coalizione impostasi col nome di Popolo della Libertà, quanto della forma mentis che da quindici anni garantirebbe ottimi risultati elettorali alle forze riunite attorno alla figura di Silvio Berlusconi, e che sarebbe il risultato di una mutazione culturale di lungo periodo. L’anno zero del berlusconismo, l’origine della Sindrome di Arcore, non sarebbe infatti il 1994 della “discesa in campo”, ma il 1984 della “rivolta del Puffi”, del momento in cui attorno alla figura dell’allora patron di Fininvest si aggrumò un consenso schiettamente prepolitico. Una solidarietà portata dai fan dei Puffi, dagli aficionados delle telenovelas, dagli amanti dei giochi a quiz, all’imprenditore in lotta con i pretori di Roma, Pescara e Torino per mantenere il diritto (anticostituzionale) di trasmettere su tutto il territorio nazionale sotto il logo unico del Biscione. La rivolta dei telespettatori, l’impegno senza precedenti del Presidente del Consiglio Craxi per varare e mantenere in vigore, a colpi di votazioni d’urgenza e di fiducia, il “decreto Berlusconi”, il comportamento schizofrenico delle sinistre, sono tutti elementi che indicano la metà dei felici anni Ottanta come “la prova generale di un potere più grande, populista e demagogico, che il Cavaliere avrebbe speso in seguito sul terreno politico ed elettorale”.
La cavalcata che segue i successi di Berlusconi e le conferme della sua innata capacità di cogliere ed eccitare a suo favore gli umori degli italiani, trova almeno due punti di contatto con l’analisi di Morcellini e Prospero. Anzitutto, il ruolo fondamentale della gigantografia della cronaca nera nei media, a dispetto delle reali dimensioni dei fenomeni criminosi, nel coltivare un clima di paura facile a risolversi nel voto di scambio comunicativo per un centrodestra che si fa paladino della sicurezza. In secondo luogo, il clamoroso fallimento di una strategia, quella veltroniana, antiideologica al punto da offrire un posto nel PD alla moglie del Capo, Veronica Lario. La donna che, aprendo con le sue recenti dichiarazioni un nuovo capitolo della storia privata e politica di Silvio Berlusconi, lancia, a pochi giorni dall’uscita del libro di Valentini, un ponte ideale con le cronache che occupano le colonne de “La Repubblica” di questi giorni.