Comunicare al tempo dei tecnici
Comunicare al tempo dei tecnici

Essere un comunicatore oggi, in mezzo al marasma della crisi, nell’incertezza dei mercati, nelle novità portate dal governo tecnico di Mario Monti anche in termini di comunicazione politica, quali oneri e obblighi comporta? Qual è la via che deve seguire ogni comunicatore che si rispetti? Lo abbiamo chiesto a Ettore Bernabei, giornalista e direttore della Rai per 14 anni: “ogni comunicatore deve sempre tener presente gli effetti della sua comunicazione (…), deve sempre porsi il problema delle reazioni che il pubblico potrebbe avere”. Non importa quali siano i particolari mutamenti politici ed economici di cui si deve dar conto, da William Howard Russell, primo reporter della storia, a Luigi Barzini, da Indro Montanelli a Fabrizio Gatti, la missione del comunicatore non cambia e la rotta da tenere è sempre la stessa: il senso di responsabilità verso il pubblico.
Con sguardo lucido e attento Ettore Bernabei scruta il panorama mediatico italiano: un giornalismo incapace di rinnovarsi, sempre uguale a sé stesso, lontano dai bisogni del suo pubblico; una rai che pur rimanendo sempre mamma rai, vicina al cuore degli italiani, predilige mostrare un mondo fatto di lustrini e pon pon colorati. Ed infine ci sono i programmi televisivi sempre pronti ad enfatizzare la contrapposizione, a fiutare ogni minima possibilità di scontro. “La vita non è un’aggressione” ricorda Bernabei dall’alto della sua esperienza, “ma una ricerca faticosa di convivenza pacifica”.
Anche se i programmi d’informazione politica, stile aia del pollaio, con il conduttore in disparte a godersi l’immancabile rissa verbale, come nota Bernabei, sono un appuntamento fisso del palinsesto televisivo, non si può non notare un cambiamento significativo nel modo di fare comunicazione politica. L’aggressività dei politici e dei giornalisti faziosi si è incontrata e scontrata con la calma serafica, condita da un pizzico di ironia, del nuovo Presidente del Consiglio e l’ottimismo, sbandierato nei tg e nei giornali come cura alla crisi, ha lasciato il posto alla serietà melodrammatica dei ministri in carica.
Chi avrebbe mai pensato che la sobrietà di Monti potesse riscuotere tanto successo: 8 milioni di italiani, domenica 8 gennaio, hanno seguito l’intervista al nuovo Presidente del Consiglio durante trasmissione “Che tempo che fa”. Viene spontaneo domandarsi quali sorprendenti dichiarazioni abbia rilasciato Monti per far registrare al programma il 20% di share: avrà chiarito quali saranno i prossimi passi del governo? avrà anticipato le nuove riforme da attuare? Niente di tutto ciò. A parte vaghi propositi e molti “vedremo”, il professor Monti ha sviato abilmente le domande. “Sarò un po’ evasivo” ha ammesso lo stesso Monti. Un notevole cambiamento visto l’abitudine dei nostri “vecchi” politici nell’annunciare ogni giorno manovre e leggi miracolose che non hanno mai visto la luce. Eppure Monti è riuscito lo stesso a tenere incollati davanti alla tv milioni di italiani, utilizzando come unica arma la sua normalità.
Insomma le barzellette, neanche troppo divertenti, durante le convention e le urla assordanti di parlamentari che più che politici assomigliavano a fan scatenati in adorazione del loro capo di partito, sembrano appartenere al passato. Per non parlare delle dimissioni del sottosegretario alla Presidenza del Consiglio, Carlo Malinconico, a causa della vacanza pagata dall'imprenditore Francesco De Vito Piscicelli, il costruttore indagato nell'ambito dell'inchiesta sulla “cricca” per gli appalti del G8. Non eravamo proprio abituati a uomini di governo che rinunciamo spontaneamente alle loro poltrone. Certo un bel cambiamento. Difficile dire se sia un mutamento dovuto al diverso modo di fare comunicazione del nuovo governo o se sta avvenendo realmente uno stravolgimento del modo in cui eravamo abituati a concepire la politica e di conseguenza la comunicazione politica. L’unica certezza è che le cene di Monti a Palazzo Chigi a base di cotechino e con nipotini al seguito, non fanno rimpiangere le feste di Berlusconi a Palazzo Grazioli.
E in tutto questo il giornalista o più in generale il comunicatore quale ruolo svolge? Cosa significa fare comunicazione oggi? Secondo Ettore Bernabei fare comunicazione è un privilegio che ha i suoi obblighi e i suoi impegni. Obbligo di serietà intellettuale e impegno continuo verso il pubblico. Un pubblico che si aspetta di essere informato, incuriosito e non preso in giro. Ogni nostra azione ha un effetto, ricorda Bernabei e ogni comunicatore deve prendersi la responsabilità delle proprie azioni.
Al di là dei particolari mutamenti storico-sociali di cui si deve dar conto, le doti indispensabili per diventare un buon comunicatore, secondo Bernabei, rimangono sempre le stesse: spirito di sacrificio, serietà, ma soprattutto senso di responsabilità. Senza dimenticare la preparazione: anni di studio sono indispensabili per svolgere al meglio questa professione. Un consiglio in contro tendenza visto gli ultimi dati Alma Laurea che registrano un calo delle iscrizioni alle università e visto soprattutto gli appelli, sempre molto accorati (chissà perché poi) di alcuni giornalisti che sconsigliano categoricamente di studiare comunicazione.
Studiare, invece, serve e mai come in questo periodo secondo Bernabei: con qualche anno di studio alle spalle forse si eviterebbe la malsana abitudine di molti giornalisti o pseudo tali che si limitano a fare copia in colla dai lanci delle agenzie e che in realtà “non si sono mai spostati dalla loro scrivania”; si eviterebbe l’approssimazione e la noncuranza con cui ci si affaccia a questo mestiere che “per carità può essere piacevole, gradevole” ma che deve sempre essere svolto con serietà. Il rischio che si corre prendendo alla leggera la missione del comunicatore è quello di produrre di riflesso un pubblico meno attento e vigile verso i cambiamenti politici e sociali in atto.
E come non seguire i consigli di Ettore Bernabei, un uomo che ha saputo guidare la Rai negli anni difficili della guerra fredda e del terrorismo. Come un abile equilibrista ha dovuto bilanciare le diverse anime di un paese appena nato alla democrazia, che vedeva nella radiotelevisione italiana il simbolo della sua rinascita. Il tutto senza sbavature, senza volgarità né tanto meno aggressività. Oggi Ettore Bernabei è presidente della Lux Vide, società che produce fiction di alto livello per il mercato internazionale.
Mentre il modo di fare comunicazione politica sta cambiando o forse è solo una boccata di aria fresca dopo anni in cui i profumi degli eccessi della politica hanno intossicato il clima degli italiani e mentre diventa sempre più difficile interpretare i fenomeni sociali e politici che stravolgono la nostra quotidianità, la missione del comunicatore non cambia. L’importante è agire sempre per l’interesse del pubblico. In poche parole avere senso di responsabilità. Proprio come ha sempre fatto Ettore Bernabei.
La comunicazione di Monti
Interessante intervista. Per chi vuole, segnalo anche un paio di interventi sul sito di Mediamonitor Politica: www.mediamonitor-politica.it