Il primo servizio pubblico radiotelevisivo della storia risale al 1922, quando in Inghilterra, sotto la guida di Sir John Reith, la BBC iniziò le sue trasmissioni. Il suo obiettivo era istruire, informare, intrattenere, in modo autonomo senza condizionamenti politici. Questo fu possibile grazie ad una tassa sul possesso di ogni apparecchio radio e successivamente televisivo (1936), ovvero l’attuale canone.
In Italia le prime prove sperimentali di trasmissioni televisive furono effettuate a Torino a partire dal 1934. Per la programmazione regolare bisogna aspettare il 3 gennaio del 1954, quando si iniziò a trasmettere dagli studi della Rai, in bianco e nero.
Da quegli anni la televisione è molto cambiata, come del resto lo è anche la società italiana. Interrogandomi sul rapporto tra televisione e società, ovvero sulla tv come specchio della società in tutte le sue forme, mi ritorna in mente il film Quinto potere di Sidney Lumet (1976). Il film denuncia, in modo tagliente e sconvolgente, la perdita di morale da parte della società, influenzata dal potere della televisione, arbitro senza coscienza delle vite altrui in nome dell'indice di gradimento.
Il tema centrale è quanto mai attuale.
Oggi la televisione sembra aver perso la moralità dei costumi che la contraddistingueva nei primi anni della sua vita. Sembra essere portatrice di falsi valori, alimenta la rissa, spettacolarizza le tragedie e il sesso.
Se è vero che le esperienze condivise, gli archetipi, sono il collante dell’engagement tra pubblico e testo (inteso come contenuto mediale), sembrerebbe che la nostra società stia attraversando una reale crisi, non solo in ambito economico. E considerando il fatto che, il consumo di televisione è legato all’andamento economico di un paese, ovvero aumenta nei momenti di crisi, dovremmo seriamente preoccuparci.
Confermando una regola televisiva, la quale sostiene che gli spot pubblicitari devono cambiare di continuo e i programmi televisivi devono essere ripetitivi, siamo circondati da contenuti audiovisivi che sembrano riprodursi per gemmazione. Si producono “oggetti televisivi” basandosi su modelli preesistenti e di successo. Avvalorando l’esistenza di una cultura “usa e getta” che produciamo e tramandiamo attraverso il medium televisivo, sopravvalutando la capacità selettiva dell’utente.
I produttori inseguono l’idea che un elevato numero di ascolti (quantità), sia direttamente proporzionale ad avere un prodotto vincente (qualità).
Con questo non voglio dire che la televisione influenzi la società e che sia di conseguenza artefice di questo decadimento. Ma credo, che società e televisione si influenzino a vicenda.
Detto ciò, la televisione pubblica, dovrebbe farsi portatrice di nuovi valori.
Uscire dai giochi di potere della politica che spesso la strumentalizzano, facendogli perdere credibilità agli occhi dei telespettatori, che si rifugiano nella tv commerciale generalista. Qui, credono di trovare maggior offerta sull’informazione ed imparzialità dal punto di vista delle scelte editoriali, della qualità dei contenuti e quindi uno stile di comunicazione più libero ed indipendente. A questo proposito, è sempre più facile sentir dire o leggere sul web, che nel 2011 il vero servizio pubblico non è più la Rai, ma La7.
Va specificato che le trasmissioni radiotelevisive finanziate esclusivamente dalla pubblicità non sono gratuite per i telespettatori, ma vengono pagate con il costo dei beni e dei servizi ac-‐ quistati dai consumatori. Di conseguenza le dinamiche che regolano i flussi di contenuti, da parte degli inserzionisti, sono ancora più rigide.
Per combattere queste tendenze, bisognerebbe, fare televisione di qualità lasciando allo stato esclusivamente il ruolo di regolatore.
Ma nell’era della tv digitale, caratterizzata dalla tv ondemand e dall’offerta “personalizzata”, la tv pubblica deve fare i conti anche con il mercato. Non può fare affidamento esclusivamente sul canone di abbonamento, ha bisogno anche della pubblicità per sopravvivere. Vende così, il tempo delle sue audience agli inserzionisti, che investono in pubblicità in cambio di adeguata copertura (n individui facenti parte del target di riferimento raggiunto dal messaggio pubbli-‐ citario) e frequenza (quante volte il target di riferimento è raggiunto da una serie di messaggi pubblicitari).
La televisione è ben lontana dagli anni della sua nascita, quando si autoproduceva e autoso-‐ stentava.
Con il ricavato della pubblicità, crea eventi e acquista trasmissioni prodotte esternamente (autosourcing), risparmiando sui costi di produzione, ma andando in contro alla possibile sot-‐ tomissione al potere contrattuale delle aziende produttrici (lock-‐in), proprietarie dei format. La televisione pubblica dovrebbe diffondere l’informazione (fine per cui sono nati i mezzi di comunicazione), cercando di trasmettere con la semplicità del linguaggio contenuti complessi e creare eventi di qualità unici, che facciano rinascere “l’affetto” delle audience nei confronti di “mamma Rai”.
Eventi come quello mandato in onda su RaiUno per quattro lunedì di seguito in prime time (21:10), ovvero #ilpiùgrandespettacolodopoilweekend, nuovo stand-up show condotto da Rosario Fiorello.
Già dalla prima puntata, la trasmissione ha registrato un boom di ascolti: 9,8 milioni di telespettatori, che nell’ultima puntata sono diventati 13 milioni.
Più del Festival di Sanremo che è l’evento più seguito dell’anno, più di Vieni via con me, che pure è stato seguito da oltre 10 milioni di persone e più del Grande Fratello in onda contemporaneamente su Canale Cinque, rete che da sempre è rivale di RaiUno.
Il fatto che Fiorello sia presente in modo massiccio nei vari luoghi della rete e sia molto seguito anche in radio, ha contribuito probabilmente a far convergere i suoi fan sul medium televisivo. Naturalmente, lo stile soft della satira di Fiorello, la presenza di numerosi ospiti internazionali e non (Coldplay, Roberto Benigni, Michael Bublè, ma anche l’edicolante di Fiorello, etc), la scenografia spettacolare di Gaetano Castelli (autore anche di quella del Festival di Sanremo), i numerosi balletti e stacchetti musicali: sono tutti elementi attrattivi.
Fiorello è un personaggio eclettico, ha sviluppato un proprio modo di vivere la scena proponendoci performance seriali, che anche per questo, creando attesa, riescono a fare numerosi ascolti.
Un altro elemento importante è la scelta del giorno della messa in onda, lunedì.
Così facendo, Fiorello conduce un varietà classico, evidentemente strutturato come se fosse uno show da sabato sera e prende il posto dell’abituale fiction (ex film) del lunedì sera.
Il gesto di Fiorello di aprire la serata esclamando “allegria”, frase diventata celebre per essere l’apertura di Mike Bongiorno, può essere letta sotto vari aspetti. Il primo come omaggio all’amico scomparso. Il secondo come quello di colui che, riproponendo un’idea di tv del passato, tv aggre- gante, vuole prendere il posto di un’icona della televisione italiana. Così facendo, si propone come catalizzatore dell’unità nazionale in un momento di forte crisi e di un possibile disgregamento eco- nomico europeo. Basandosi sugli ascolti della sua trasmissione, il televideo Rai e Rainews hanno infatti detto: “Fiorello meglio della nazionale”. Gli azzurri sono da sempre collante e simbolo dell’unità degli italiani. Anche in questo contesto riemerge la figura di Mike Bongiorno che, oltre a tenere incollate generazioni di italiani davanti allo schermo televisivo con le sue trasmissioni, è sta- to prima di tutto un partigiano, un patriota, il partigiano venuto dall’America.
Soffermandoci sul tema del patriottismo, è stato significativo l’intervista fatta da Vincenzo Mollica al Tg1 a Rosario Fiorello e al fratello Beppe (ospite nella terza puntata), volto ormai noto al pubbli- co della fiction di RaiCinema. Infatti nel corso degli anni, Beppe Fiorello ha interpretato in numero- se fiction, personaggi non sempre in primo piano nelle pagine della storia della nostra Repubblica, ma che si sono contraddistinti per il loro coraggio, una sorta di patrioti/martiri silenziosi.
Dal canto suo Fiorello non si è mai sbilanciato eccessivamente in ambito politico e il suo continuo essere girovago mediale ha contribuito a non inquadrarlo in tal senso.
In una società contemporanea, dove le audience hanno un’elevata competenza selettiva e dove la tv “concessionaria di servizio pubblico” svolge la sua mission al servizio della democrazia e della libertà facendosi portatrice di tendenze e valori, si dovrebbe promuovere una forma alternativa di società stessa. Un’offerta televisiva basata realmente su contenuti di qualità, potrebbe fare la differenza.