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C’era una volta il romanzo. Ora è fiction

Si riapre il dibattito su come sta cambiando il mondo della narrazione

C’era una volta il romanzo. Ora è fiction

di GIOVANNI PRATTICHIZZO, (01 12 2011)

Il romanzo non è morto e la letteratura non è finita. Ma dove sono gli Hemingway e i Mark Twain, i Dickens e i Robert Louis Stevenson, per non parlare dei Tolstoj e dei Balzac, nella narrativa contemporanea?

Semplicemente li ritroviamo nella serialità televisiva, nella fiction, che si colloca sempre più come vetta narrativa dei nostri tempi. In realtà, come ha osservato in passato Umberto Eco, la serialità (la ripetizione e la standardizzazione di personaggi e situazioni) non è una caratteristica esclusiva dell'epoca dei media di massa, ma è un fenomeno che attraversa la produzione letteraria mondiale da sempre.
Al tempo stesso la società postmoderna, da un lato, ha certificato la fine delle grandi narrazioni che rispecchiavano e al tempo stesso criticavano la società, dall’altro  ha accresciuto la presenza di micronarrazioni televisive che offrono sempre più materiale prezioso per comprendere il mondo in cui viviamo, svolgono una straordinaria funzione di negoziazione sociale, dilatano esperienze e situazioni a cui abbiamo accesso senza esserne presenti fisicamente. Tempo fa, Jonathan Franzen dichiarava che le serie tv “stanno rimpiazzando il bisogno che veniva soddisfatto da un certo tipo di realismo del XIX secolo. Quando leggi Dickens ottieni gli stessi effetti narrativi che ti danno le serie tv…”.
Che cosa possiamo dedurre dalla fortuna del racconto "seriale" televisivo, che recupera forme storiche di narrazione come il caso dei romanzi a puntate? Senza dubbio l'esigenza di raccontare e il bisogno di tornare ad assistere alla "cerimonia della narrazione". Il lettore postmoderno si abbandona al mondo possibile della fiction che gli fornisce quelle risorse indispensabili per soggiornare nel presente. La serie televisiva è sempre in grado, così, di rappresentare le molteplici spinte, contrastanti e spesso irrazionali, dei giorni nostri.
Sul tema è ritornato anche Aldo Grasso in un articolo molto interessante su “La Lettura”, supplemento del Corriere della Sera, dedicato alla presunta morte sul romanzo nel quale il giornalista sostiene che il romanzo non è morto ma è stato semplicemente sostituito da altre narrazioni. E la forma-romanzo, quindi, non è venuta meno ma si sposta su nuovi e inediti territori convergenti. E la convergenza è si tecnologica ma anche antropologica in quanto incoraggia gli utenti a creare connessioni tra diversi testi, a utilizzare le tecnologie come ambienti da abitare e nei quali vivere la nostra vita quotidiana e le esistenze degli altri.
Grasso cita Gary Shteyngart, autore di un romanzo molto popolare negli States, che dice: «Canali come Hbo e Showtime stanno conquistando tutti. La tipologia di artifici narrativi che sono sempre apparsi in forma di romanzo, ora compaiono in serie come The Wire e Breaking Bad. Queste serie innescano la “spinta narrativa” che chiediamo, ci insegnano diversi mondi e diversi modi di vivere.»
La serie televisiva, come ha scritto Del Pozzo, si propone come lo specchio migliore nel quale gli americani, ad esempio, riescono a riflettere la propria immagine e attraverso il quale emergono le loro tendenze più oscure e le derive dell’immaginario nazionale. Esistono alcune serie televisive come X- Files o Buffy in grado di raccontare e descrivere i molteplici volti del modo di vita americano e i suoi lati oscuri meglio di trattati sociologici o ricognizioni d’autore.
Ci troviamo in presenza di serie televisive di alta qualità, capolavori assoluti come Six Feet Under, Sopranos, Mad Men e The Wire, opere di sorprendente complessità, varietà e generosità narrativa, umana e tematica, e di largo consumo. La serialità americana, a differenza di quella italiana,poi, non ha debiti o modelli extratelevisivi, è pura creatività televisiva capace di costruire un universo nuovo, assoluto, universale. Così come è vivo un linguaggio intrecciato di allusioni, metafore, iperboli diffuse in uno stile sincopato che tiene viva l’attenzione e l’intelligenza dello spettatore.
Scriveva Paul Auster le storie  accadono solo a chi sa raccontarle nel senso che è attraverso la narrazione che la realtà prende forma, si rende riconoscibile. E nelle incertezze comunicative del mondo contemporaneo la narrazione televisiva viene a rappresentare un veicolo eccezionale che può parlare alla sensibilità e all’attenzione della gente comune. Quello a cui fa riferimento la fiction è un mondo possibile, parallelo che viene oramai riconosciuto dal pubblico come custode di frames narrativi che contengono tematiche e questioni rilevanti e centrali per la nostra contemporaneità. Luoghi del ritorno in grado di cogliere e interpretare l’aria del tempo. Narrative aperte, mobili, che rivelano potenzialità inesplorate e anticipano l’imprevisto altrimenti inafferrabile nella ripetitività del quotidiano.
La fiction, allora, portando alla luce ciò che prima era nascosto, funziona come una sorta di memoria individuale e sociale;  ci offre la possibilità di uscire da noi stessi e ci mette in condizione di vedere e sentire l’altro, ci fa uscire dal nostro particulare, ci mostra ciò che è o potrebbe essere, dilata la nostra esperienza e ci stimola a porre dubbi, domande, a formulare giudizi.
Proprio come la più grande ed immortale letteratura.