"Siamo tutti indignati"
"Siamo tutti indignati"

“Io non sono indignato, sono incazzato nero” queste le parole di Carlo, muratore toscano, venuto a Roma il 15 ottobre per manifestare tutto il suo disagio: “ il capitalismo è arrivato alla frutta e non dando più risposte concrete a chi ha bisogno, riduce gli spazi di democrazia. Lo fa in tanti modi anche con le leggi sull’informazione (...). Queste forze politiche non ci rappresentano.”
Alex ha 41 anni ed è un dipendente pubblico. Nonostante la sicurezza del posto fisso ha scelto comunque di scendere in piazza. “Questa crisi non è colpa di questa generazione. È una crisi creata dalle generazioni passate, creata dalle banche. Non è possibile che le banche vengano salvate e noi siamo senza futuro: i soldi vengono dati alle banche e non vengono restituiti ai cittadini".
In tanti sono partiti all’una di notte da Cuneo per arrivare a Roma e manifestare la propria indignazione: “non siamo più arrabbiati, non siamo più demotivati, non abbiamo più parole: siamo indignati. Manifesto perché, anche se io ho un lavoro, molti miei amici non ce l’hanno. Ma soprattutto ho dei nipoti che non so che futuro avranno (..). Vorrei che al potere ci fossero delle persone giovani, vorrei che ci fossero più persone a tirare i fili delle marionette”.
Il 15 ottobre a Roma c’erano studenti, ricercatori, impiegati statali, muratori, disabili, avvocati. Migliaia di persone scese in piazza per dire che ormai la misura è colma, che arriva un momento in cui restare in silenzio, continuare a sopportare significa arrendersi, firmare la propria condanna. Perché il rischio, come diceva Edoardo De Filippo in un episodio della seria televisiva “Peppino Girella” , è che, a furia di abituarsi a tutto, a furia di accettare tutto, a furia di dire “è cosa ‘e niente”, diventiamo “cosa ‘e niente” anche noi.
Non abbiamo più un lavoro. È cosa ‘e niente. La scuola pubblica va a rotoli. È cosa ‘e niente. Le borse crollano. È cosa ‘e niente. Non ci sono fondi per la ricerca. È cosa ‘e niente. Non possiamo manifestare liberamente senza la paura di essere colpiti da sampietrini, bombe molotov, lacrimogeni. È cosa ‘e niente. Stanno intossicando il nostro territorio con discariche a cielo aperto. È cosa ‘e niente. Il debito pubblico è alle stelle. È cosa ‘e niente. Non avremmo una pensione decente. È cosa ‘e niente.
E allora eccoli sfilare con la maschera di V per vendetta, il leggendario personaggio del fumetto di Allan Moore che si batte contro un regime repressivo. Eccoli manifestare con cartelloni colorati e slogan assordanti. Eccoli urlare che loro non sono cose ‘e niente, che loro sono il 99% e che quell’1% che sbeffeggia la maggioranza non ha il diritto di spendere risorse e denaro che non gli appartengo, che la crisi loro non la vogliono pagare, che il loro futuro non può essere il debito.
Gli indignati italiani hanno poi delle specificità tutte nostrane per cui indignarsi: una classe politica preoccupata solo del proprio orticello, un tasso di precariato tra i giovani arrivato al 46,7%, la scuola pubblica minacciata e oltraggiata continuamente, lo sfruttamento senza alcun rispetto delle risorse pubbliche e dell’ambiente, un’evasione fiscale galoppante che danneggia i cittadini onesti, la costruzione di opere inutili e dannose, un sistema mediatico succube della politica.
L’economia è al centro della battaglia : si ribellano ad un capitalismo che non ha portato crescita, ad una economia che inneggiando alla tanto acclamata “flessibilità” ha fatto impennare il tasso di disoccupazione tra i giovani al 27,9% , ben superiore alla media ponderata dell'area Ocse (16,7%) ; si indignano perché la crisi economica, creata dalle banche, dalla speculazione e da una classe politica inadeguata, la stanno pagando solo i lavoratori e le famiglie.
Gli indignati o draghi ribelli, come si fanno chiamare, in riferimento a Mario Draghi, ex governatore della Banca d’Italia e ormai presidente della Bce, non si limitano all’indignazione ma propongono una soluzione per uscire dallo stallo in cui la politica e i poteri forti hanno fatto precipitare il paese: basta tassare le transazioni finanziarie e i grandi capitali, eliminare il segreto bancario e limitare il potere alle banche centrali. Basta non far pagare la crisi solo ai più deboli come già sta accadendo. Il dimezzamento del numero dei parlamentari rimane ancora pura utopia, mentre il tanto acclamato contributo di solidarietà non verrà pagato dai ministri e dai sottosegretari. Risultato: chi ha sempre pagato continua a pagare, forse anche più di prima, mentre chi ha goduto di privilegi quanto mai dubbi continua a usufruirne.
Queste le ragioni degli indignati, che sono poi le ragioni della stragrande maggioranza dei cittadini. Tutti sappiamo come è andata a finire la manifestazione di Roma del 15 ottobre: auto in fiamme, vetrine spaccate, simboli religiosi oltraggiati, più di 90 feriti tra manifestanti e forze dell’ordine, un milioni di euro di danni. Quella che doveva essere la giornata mondiale dell’indignazione, in 951 città del mondo, si è trasformata solo a Roma in una giornata di guerriglia urbana.
Ma noi non vogliamo parlare di questo. Noi vogliamo ricordare le ragioni delle 200.000 persone scese in piazza per manifestare pacificamente la propria indignazione, per urlare al mondo che loro non sono “cose ‘e niente”.