Morire di precariato
Morire di precariato

Pierpaolo Faggiano era un collaboratore della Gazzetta del Mezzogiorno. Si è suicidato impiccandosi ad un albero nella sua abitazione di Ceglie Messapica (Brindisi). In una lettera indirizzata alla madre ha spiegato le ragioni del suo gesto: era stanco di essere un giornalista precario
Il 22 giugno 2011 abbiamo scoperto che si può morire anche di precariato. Pierpaolo Faggiano è morto di precariato. È morto perché a 41 anni non riusciva a vivere del lavoro che amava, abitava con la madre e il fratello e prendeva poco più di 25 euro lordi ad articolo. Una miseria.
Pierpaolo era un bravo giornalista. Amava il jazz tanto da essere riuscito ad organizzare nel piccolo paese di Ceglie Messapica l’Open Jazz Festival. Fu autore del libro “Un cielo di stelle”, omaggio al padre del free jazz Mario Schiano. E uno che amava così tanto la musica, il jazz, la scrittura, non poteva non amare anche la vita.
Non si può non provare rabbia. Si prova rabbia non solo perché un uomo, preso dalla disperazione, ha rinunciato alla propria vita ma perché i pochi giornalisti, i direttori, gli editori che hanno dichiarato il proprio rammarico per la morte di Pierpaolo, sono gli stessi che chiudono gli occhi davanti al dramma esistenziale di migliaia di giovani che, pur di fare il mestiere più bello del mondo, accettano condizioni di lavoro umilianti: stage non retribuiti, pochi euro ad articolo (quando va bene), nessuna prospettiva per il futuro.
Si prova rabbia perché in Italia accede all’esame di Stato per diventare giornalista professionista solo chi può permettersi di pagare una scuola di giornalismo a 10.000 euro l’anno. L’alternativa sarebbe riuscire ad ottenere da un giornale un contratto di praticantato, ma naturalmente i direttori preferiscono avere manodopera gratuita piuttosto che pagare tutti i contribuiti del caso.
Così, chi ha trascorso 5 anni nella ex facoltà PUBBLICA di scienze della comunicazione, (sarà sempre una facoltà, nonostante i tagli della Gelmini), chi si è impegnato per dimostrare che non ha studiato a “scienze delle merendine”, se vuole diventare un giornalista professionista dovrà frequentare per altri due anni una qualsiasi scuola di giornalismo PRIVATA. E poco importa se il piano di studi di queste scuole è identico a quello di scienze delle merendine: altri due anni per studiare le stesse materie a diecimila euro l’anno e per poter mettere piede in una vera redazione.
Si prova rabbia perché si pensa a Pierpaolo e si capisce che il giornalismo non è il lavoro più bello del mondo ma solo uno dei più corrotti, dove fa il giornalista solo chi ha una barca di soldi, chi ha le cosiddette “conoscenze”.
Si prova rabbia perché nella facoltà di scienze della comunicazione, nel corso di laurea magistrale in “Editoria multimediale e nuove professione dell’informazione” si può imparare da professori competenti e preparati la differenza tra sciiti e sunniti; cos’è una implicatura e una presupposizione; come si costruire una matrice di dati; chi è Erving Goffman o Charles H. Mead o Anthony Giddens; si studiano tutte le teorie sociologiche a partire dalla onnipresente teoria dell’agenda setting. Ma non si ha la possibilità di mettere piede in una redazione giornalistica, non si ha la possibilità di fare pratica.
Si prova rabbia perché l’Ordine dei Giornalisti non stipula convenzioni con le università PUBBLICHE per permettere ai giovani di fare praticantato, ma si adopera solo con le scuole di giornalismo PRIVATE. E così ci si abitua ad un sistema che ruba la dignità di chi vuole lavorare, di chi vuole imparare: un sistema che si regge sulla manodopera gratuita.
Siamo tutti responsabili della morte di Pierpaolo: sono responsabili quei giovani che accettano di essere pagati pochi spiccioli ad articolo, che accettano di vedere calpestati i loro diritti e non possono e non vogliono ribellarsi perché fuori è pieno di altri giovani pronti a prendere il loro posto; sono responsabili tutti quei direttori che vediamo ogni giorno in tv a farsi belli con discorsi pomposi, i “difensori della moralità” e poi tengono nelle loro redazioni collaboratori sfruttati e sottopagati; sono responsabili tutti quei giornalisti che non hanno scritto una riga sul reale motivo che ha portato al suicidio Pierpaolo. Perché naturalmente meno se ne parla e meglio è.
Ma non disperiamo: una cosa positiva in tutto questo c’è. Noi giovani, la generazione sottopagata, sfruttata, derubata, abbiamo imparato a non credere più alle favole. Non ci illudiamo più che le cose possano cambiare, che basta non accettare più stage degradanti della dignità umana, che basta non votarla più questa classe politica che non conosce il valore inestimabile del lavoro, che sputa in faccia ai giovani, al suo futuro e non capisce che sta conducendo il paese verso il baratro.
Siamo ben coscienti di quale sia l’unica strada percorribile per non morire di rabbia o di precariato: non ci rimane che prendere una cartina geografica e scegliere in quale parte del mondo andare a vivere, come hanno fatto i 70.000 giovani che ogni anno lasciano questo paese. Barcellona, Londra, Parigi, New York, non importa. Dovunque tranne che in Italia, nella nostra Italia.
Dovunque non si deve elemosinare uno stage, dovunque non si è costretti a pagare il datore di lavoro per lavorare, per fare pratica, dovunque non si arrivi a 41 anni con un lavoro ancora precario, costretto a tenere in stand by la vita. Dovunque si è considerati una risorsa e non un vuoto a perdere.
Dovunque la cultura, la competenza, la tenacia, la passione di Pierpaolo sarebbero costate un po’ di più di 25 euro lordi ad articolo. Dovunque tranne che in Italia, in questa Italia.