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L’Attore sociale e il suo palcoscenico: il mondo

Alain Touraine: movimenti, culture e soggettività nella società contemporanea

L’Attore sociale e il suo palcoscenico: il mondo

di GIOVANNI PRATTICHIZZO (27 05 2011)

Come si costruisce nel tempo demodernizzato la soggettività sociale? Quali valori e quali scopi hanno oggi i  movimenti sociali? Sono alcuni degli interrogativi che hanno attraversato la giornata di studio organizzata dal Dipartimento di Comunicazione e Ricerca Sociale (CORIS) con il patrocinio dell’AIS – Associazione Italiana di Sociologia, in occasione della presenza di Alain Touraine in qualità di Visiting Professor.

Alain Touraine è, senza dubbio, uno dei più prolifici eredi della grande tradizione sociologica francese, quella che annovera Emile Durkheim tra i suoi padri fondatori. È dunque uno studioso che ha sempre puntato a spiegare quell'oggetto misterioso che è la «società» a partire dai movimenti e dai conflitti presenti nella modernità. Non è forse un caso che i suoi primi lavori hanno riguardato il movimento operaio e le violente diseguaglianze di classe nella società industriale. Sono quelli gli anni dove il conflitto operaio plasma l'intera società e dove la modernità è il progetto incompiuto che solo quel conflitto può portare a termine.

Ma Touraine ama anche il dettaglio, il particolare, i piccoli e impercettibili mutamenti, che lo conducono a teorizzare in un saggio l'avvento della società postindustriale. Successivamente la sua attenzione si sposta al mondo delle donne; l’universo femminile appare così come innovazione rispetto alla tematiche attuali. Muovendo da un punto di vista inizialmente storico e poi sociologico, la sua riflessione è passata da un tema tipico dell'Ottocento (la sociologia del lavoro), quando gli operai incidevano sulle decisione politiche ed economiche,  ad un tema tipico del Duemila (la sociologia del soggetto).

Come già scrisse Touraine nella sua opera “Il ritorno dell’attore” del 1984, l’attore  è “il movimento sociale”  in quanto sono questi ad agire e a produrre l’innovazione anziché riprodurre la società. Il problema, però, è complicato dal fatto che mentre ad essi è attribuita la massima importanza (in quanto attore) dall’altra quelli cui Touraine fa riferimento non sono ancora realtà in atto ma mere possibilità, con l’unica eccezione del movimento operaio (almeno era così al momento in cui Touraine scriveva). In tal modo, la sociologia come scienza dell’azione sociale non analizza alcuna “realtà” fissa o già data ma si focalizza sui suoi eventi. Il sociologo deve impegnarsi nel movimento sociale anche se al tempo stesso deve prendere la distanza dalle sue organizzazioni. Per Touraine, così come per Simmel, gli oggetti di studio della sociologia sono le relazioni e le azioni a partire dalle quali la società assume la sua forma storica.  «Il senso di unazione non si riduce né alladattamento dellattore a un sistema più o meno istituzionalizzato di norme sociali, né alle operazioni dello spirito che ogni attività manifesta» [Touraine 1965, p. 9].

Da Machiavelli fino a Tocqueville, argomenta Touraine, la realtà sociale è stata descritta ed analizzata in termini politici: ordine e disordine, pace e guerra, re e nazione, popolo e rivoluzione, potere e Stato. Poi due secoli fa, con la rivoluzione industriale, il capitalismo si è liberato dalla tutela politica per porsi direttamente alla base dell’organizzazione sociale, promuovendo in tal modo la sostituzione del paradigma politico con quello economico e sociale, le cui categorie sono quelle oggi più familiari: classi sociali e ricchezza, borghesia e proletariato, sindacati e scioperi, stratificazione e mobilità sociale, disuguaglianze e redistribuzione, concorrenza e investimento. Ma adesso tali categorie non bastano più a descrivere e spiegare il funzionamento del mondo, e ancor meno servono a dar senso alle nostre vite, a render conto a noi stessi delle nostre esistenze.

Nel tempo demodernizzato, afferma Touraine, i controlli sociali,culturali, politici stabiliti da famiglie, scuole, stati, chiese appaiono sempre più deboli e frammentati. Le istituzioni sono in rovina; la democrazia, le città, i tribunali, le scuole hanno perso la loro definizione e si sono oramai sbriciolate. Le classi dirigenti vogliono durare ma non dirigere perché questo significherebbe guidare e decidere. Di fronte alle conseguenze di un modello economico finanziario irresponsabile, che ha considerato il rapporto PIL/benessere come indicatore utile per migliorare la nostra vita, ad un eccessivo sbilanciamento tra accumulazione della ricchezza e distribuzione delle risorse, e alla debolezza delle istituzioni politiche nel mettere in campo efficaci programmazioni, molti sentono la necessità di ritrovarsi e riacquistare la propria identità nei movimenti collettivi e sociali.

Si pensi ai numerosi movimenti del passato che si diffusero nell’Europa sovietica che catturavano al tempo stesso idee politiche, sociali ed economiche; o ancora ai recenti movimenti della Primavera Araba o ai giovani spagnoli indignati per la precarietà della propria vita quotidiana. Ma anche la forza sempre più ampia che vengono ad avere i movimenti xenofobi in tutta Europa che si scontrano con le migrazioni internazionali che attraversano questi paesi.

L'analisi dello stato attuale delle cose mi pare perfetta. Dice Touraine: “Alla fine dell'Ottocento i sociologi ci hanno insegnato che eravamo passati dalla comunità chiusa nella sua identità alla società. L'evoluzione che stiamo vivendo è quasi opposta. Dalle rovine delle società moderne e delle loro istituzioni escono, da un lato, circuiti globali di produzione, consumo e comunicazione e, dall'altro, un ritorno alla comunità. Si vive un

po' più insieme su tutto il pianeta, ma nello stesso tempo si rafforzano e si moltiplicano i gruppi identitari (sette, culti, nazionalismi). Quando siamo tutti insieme non abbiamo quasi niente in comune, mentre quando condividiamo delle credenze e una storia rifiutiamo chi è diverso da noi”.

Oggi, però, non esistono più movimenti sociali, ma ci sono movimenti culturali, afferma Touraine: “due su tutti, anche se uno è più visibile dell’altro. Il primo movimento è quello ecologista. Il secondo movimento è quello delle donne, che a differenza di ogni movimento sociale è interessato all’uguaglianza, non alla vittoria”.

Ciò che Touraine chiama “storicità” che i movimenti sociali cercano di orientare infatti (intesa come un “insieme di modelli culturali, cognitivi, economici, etici, attraverso i quali una collettività costruisce le proprie relazioni con l’ambiente”), rappresenta la posta in gioco dei conflitti sociali al livello più astratto concepibile . E la società è un’ideologia senza progetto, senza futuro, immutabile, priva di alternative, “fuori dalla storia”.

I conflitti sociali hanno però anche degli obiettivi specifici molto più concreti, talvolta limitati agli interessi di specifiche comunità locali. Così, proprio i diritti sociali che Touraine identifica come posta in gioco delle lotte contemporanee dei movimenti dei “senza” (senza documenti, senza casa, senza lavoro), sono indubbiamente obiettivi dai contenuti fortemente “materiali”, pur essendo i conflitti orientati da visioni del mondo e valori culturali.

Come afferma il sociologo francese nel corso del convegno, sono proprio i diritti civili e morali al centro delle lotte dei movimenti sociali. Quei diritti che il sistema politico locale e globale dormiente non è in grado di attuare. Si diffonde la necessità di un riconoscimento dei  diritti non dei membri della società stessa, ma l’idea, incomparabilmente più generale ed estesa, dei diritti dell’uomo.

E sono piuttosto i movimenti “culturali”, che si appellano alla coscienza degli individui e che promuovono la volontà di essere i soggetti della propria esistenza, al livello personale e collettivo. È proprio questo l’elemento di straordinaria novità nel quadro attuale: i movimenti culturali sono in grado di “orientare” l’economia, e non esiste soluzione economica che non debba passare “attraverso” questi movimenti e le istanze che rappresentano. Le loro battaglie sono l’unica maniera per evitare che la caduta del sistema attuale si riveli catastrofica, e allo stesso tempo gettano i semi per costruire un nuovo modello, che non sottometti più la cultura e la società all’accumulazione capitalistica, che si è rivelata autodistruttrice.

Il sociologo francese afferma, dunque, la necessità della centralità della dimensione del soggetto per ridar senso e valore alla modernità. Il cambiamento è rappresentato dal soggetto, ossia dallo sforzo dell’individuo per diventare attore. Un soggetto che non ha altro contenuto che la produzione di se stesso. Non è al servizio di cause, valori o leggi diversi dalla sua esigenza e dal suo desiderio di resistere al proprio smembramento in un universo in movimento, privo di ordine e di equilibrio.

Un soggetto che è movimento sociale, conclude Touraine.

Affermazione di libertà personale e movimento sociale. Per giungere all’ultima utopia della tarda modernità: il soggetto “culturale” in grado di ritornare padrone del proprio destino, capace di cambiare la propria realtà a partire da sé e in relazione con gli altri.