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Precari e senza Porsche

Giornalisti affermati a velocità diverse

Precari e senza Porsche

di LUCA MATTEI (24 05 2011)
http://maurobiani.splinder.com/tag/precariato
 

 Giuseppe Cruciani, Andrea Vianello e Gianni Barbacetto. Chi in un modo, chi in un altro affronta la questione del precariato nel mondo del giornalismo. Sensibilità e menefreghismo nelle loro parole, ma anche la consapevolezza che il problema non è isolato ad alcune realtà quanto al più generale sistema dell'informazione italiano.

Il fenomeno del precariato è un segno identificativo dell’Italia lavorativa dei nostri tempi. Sempre più giovani non riescono ad avere quel posto fisso che una volta era dei genitori. Il mondo del lavoro, tuttavia, cambia con una tale velocità che ora non solo i meno giovani hanno problemi di stabilità economica, ma anche gli odierni padri e madri sono costretti a barcamenarsi in una vita piena di difficoltà e privazioni.
 

A raccontare queste storie di tutti i giorni ci pensano come sempre i giornalisti. Peccato che essi stessi facciano parte del sistema e vivano anche loro con l’assenza di certezza sul loro futuro. Oggi lavori, scrivi, intervisti, e per queste attività forse vieni anche in parte pagato, ma domani poi non sei più sicuro che sarà così. Non sai per certo se verrai retribuito e addirittura non sai proprio se lavorerai o meno.
 
Il web spopola di siti e blog curati da singoli giornalisti precari o da gruppi di loro che costituiscono dei coordinamenti, soprattutto con una copertura regionale. Dal coordinamento dei precari campani costretti a dover fare i conti anche con la camorra, a quello dei romani fino a salire su in Emilia Romagna, Veneto Friuli Venezia Giulia. Buona parte di essi si riconoscono come organismi di base del sindacato. Tuttavia la loro stessa esistenza può creare dei dubbi sull’effettivo ruolo svolto dai “protettori” della categoria.

La Federazione Nazionale della Stampa Italiana, il sindacato unitario dei giornalisti italiani, è sì consapevole di quanto lo sfruttamento e il sottopagamento di free lance e collaboratori sia un’abitudine diffusa nelle redazioni del nostro Paese, presente persino in quelle testate che, culturalmente, portano avanti battaglie contro il precariato. Quindi responsabili in parte del problema sarebbero gli editori e i proprietari dei giornali. E però la FNSI viene accusa da molti di non fare abbastanza per risolvere questa piaga. Alcuni illustri esponenti del giornalismo arrivano addirittura a chiedersi se il sindacato faccia bene ad occuparsi di colleghi che, in quanto precari o disoccupati, non dovrebbero godere di previdenza lavorativa. In pratica il sindacato dovrebbe tutelare solo chi ne fa parte, non l’intera categoria, indipendentemente dai tipi di contratti.
 
Al Festival Internazionale del Giornalismo di Perugia anche queste tematiche hanno trovato spazio perché parlarne, discuterne pubblicamente non può far altro che bene alla classe intera di giornalisti. Certo lì ti ritrovi soprattutto persone per le quali il precariato o la disoccupazione sono ormai un lontano ricordo di gioventù. Ti ritrovi a parlare con loro di questi problemi e poi il giorno dopo li vedi scorazzare con una tutina viola e il lettore mp3 nelle orecchie per correre lungo le strade della città oppure molto più semplicemente salire a bordo della loro Porsche e sfrecciare verso casa.
 
Noi abbiamo chiesto il parere di alcuni noti giornalisti, ognuno dei quali lavora per mezzi di informazione diversi: Giuseppe Cruciani, conduttore di La Zanzara su Radio24, Andrea Vianello, conduttore di Agorà su Rai3 e Gianni Barbacetto, firma de Il Fatto Quotidiano. Chi più, chi meno, cerca di far sentire la propria vicinanza a tutti coloro che vengono pagati pochi centesimi per riga scritta o articolo intero o non vengono affatto pagati pur dando una prestazione di qualità, oppure ancora, sono costretti a pagare di tasca propria per prendere casomai un tesserino da pubblicista.


 
Sempre a loro abbiamo chiesto quindi un consiglio che si sentono di dare ai giovani che si affacciano alla professione. Chi si rifugia nella necessità di una forte passione per il giornalismo e nella consapevolezza di avere uno spirito di sacrificio, chi, invece, consiglia addirittura di lasciar perdere.
 
 
Probabilmente la discussione dovrebbe davvero coinvolgere l’intera categoria, altrimenti il rischio è quello di lasciarsi attrarre da voci opposte, quelle di chi col giornalismo può permettersi una vita più che agiata, chi forse non riesce neanche a sopravvivere. E tuttavia il problema del precariato deve necessariamente essere affrontato al di là della professione di ognuno.
Non solo dai giornalisti, ma da tutti i lavoratori. Non si tratta più di una questione ristretta, ma di una vera piaga sociale di ben più ampie dimensioni.