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La nuova visibilità

Opportunità e rischi nel mondo mediato secondo John B. Thompson

La nuova visibilità

di GIOVANNI PRATTICHIZZO (19 05 2011)
www.flickr.com/photos/jblndl/4435816493

“Media and the New Visibility” è il titolo del convegno organizzato dal Dipartimento di Comunicazione e Ricerca Sociale, con il patrocinio del PIC – AIS (Sezione Processi e Istituzioni Culturali dell’Associazione Italiana di Sociologia), e che ha visto come visiting professor il sociologo inglese John B.Thompson. Professore di sociologia nella Facoltà di scienze sociali e politiche dell’Università di Cambridge è stato uno  dei pochi studiosi a mettere a fuoco l’influenza dei media nella formazione della società moderna. Si occupa di teoria sociale e di sociologia della comunicazione, studiando in particolare l’organizzazione dell’industria culturale, i cambiamenti del mondo editoriale e l’impatto sociale delle nuove tecnologie dell’informazione. 

Al centro del dibattito della giornata di studio l’analisi della nuova visibilità inestricabilmente legata alle nuove forme di azione e interazione prodotte dai media.

Consapevoli, come ci ha insegnato Thompson, che l’uso dei media trasforma radicalmente l’organizzazione spazio-temporale della vita sociale, creando nuove forme di azione e interazione e nuovi modi di esercitare il potere, forme e modi per la prima volta indipendenti dalla condivisione di un medesimo ambiente.  Nella storia della modernità, il “potere simbolico”  dei media si è sempre più rafforzato rispetto a quello delle altre istituzioni culturali ed è andato a intrecciarsi e sovrapporsi alle altre forme di potere (economico, politico e coercitivo).

Quali sono, allora, le forme di questa nuova visibilità? E questa produce rischi o può rappresentare un’opportunità per la partecipazione collettiva offerta dai media?
Come già Thompson aveva scritto: “la visibilità creata dai media può trasformarsi nella fonte di un nuovo e particolare tipo di fragilità. A prescindere da quanti sforzi essi compiano, i leader politici non sono in grado di controllare completamente la loro visibilità; l’immagine di sé che trasmettono può sfuggire loro di mano e talvolta persino andare a loro svantaggio” (J. Thompson, Mezzi di comunicazione e modernità, Il Mulino, Bologna, 1998, p. 198).
Nella società contemporanea, ha detto il sociologo inglese, i politici non possono e non riescono a controllare completamente la nuova visibilità offerta dai media e gli scandali politici sono diventati prevalenti nella vita pubblica del nostro secolo. Parafrasando Dyan e Katz, possiamo sostenere che lo scandalo si è trasformato in un vero e proprio evento mediale. (D. Dayan, E. Katz, Le grandi cerimonie dei media, Bologna, Baskerville, 1992)
La gaffe e l’eccesso, la partecipazione ad un programma televisivo (ma gli esempi si potrebbero estendere all’intera tastiera dei media moderni), la fuga di notizie, lo scandalo: ognuno di questi “rischi” legati alla visibilità mediata rappresenta per il politico “un insuccesso nel tentativo di controllare il rapporto tra comportamenti da ribalta e comportamenti da retroscena” (Ivi, p. 202).

Proprio gli scandali sono divenuti oggi una caratteristica pervasiva della nostra vita pubblica e parte inscindibile della visibilità mediata. Le modalità con cui i governanti appaiono di fronte agli altri dipende profondamente dalla mutabilità delle forme di visibilità create dai media. È innegabile che il sistema dei media svolga una funzione di controllo e sorveglianza sociale, rendendo i “molti” (i cittadini) visibili a “pochi” (coloro che detengono il potere). Tuttavia, si finisce per porre anzitutto chi esercita il potere sotto perenne sorveglianza, grazie a una inedita “visibilità di molti a molti”.

La nuova visibilità sembra però non accrescere la democrazia, la partecipazione del popolo, ma crea, al contrario, una più ampia distanza dalla cosa pubblica. Si tratta di forme che, portate alle estreme conseguenze, conducono alla vanità politica, all’autoreferenzialità nelle quali il popolo appare sempre più indefinito, astratto.
Se è vero, come sostiene Foucault, che il dicibile è connesso con il visibile nel tempo attuale si deve provare a rompere la distanza mediale ed entrare nelle cose del mondo (Foucault M., Sorvegliare e punire. Nascita della prigione (1975), Einaudi, Torino 1993). Al contrario la nuova visibilità sembra basarsi sulla curiosità. Una curiosità distratta, come ci ricorda Benjanim. (Benjanim W., L’opera d’arte nell’epoca della sua riproducibilità tecnica, Torino, Einaudi 1966)

Un eccesso di sociale che coinvolge tutti noi senza lasciarci alcuno spazio privato.
È il soggetto stesso che si sottomette al potere esercitato dalla visibilità, privandosi di ogni diritto di recesso, anche solo temporaneo, dal contratto con la società. In questo senso, la vita moderna è al tal punto mediata dalle immagini che non possiamo trattenerci dal rispondere agli altri come se le loro azioni venissero riprese e contemporaneamente trasmesse a un pubblico invisibile.
Sorridi la telecamera ti sta inquadrando!

La nuova visibilità non ha aumentato l’attenzione e la cura nella costruzione del linguaggio sociale così come l’essere eccessivamente visibili non ha accresciuto una coscienza civica e civile da parte dei rappresentanti della cosa pubblica. Si desidera essere visibili perché questo porta oggi il successo, la fama, il potere. Si va alla ricerca della visibilità, dell’apparire, dell’esserci. Qui ed ora. I rischi profondi che emergono da una lettura sociologia del fenomeno ci portano verso forme inedite ed eccessive di una quotidiniazzazione e banalizzazione della visibilità.

Il re è nudo ma nessuno si scandalizza.  
Una visibilità come valanga che nasconde l’essenziale e che rende tutto invisibile. Fine a se stessa dove ci si mostra senza farsi vedere realmente. Una falsa garanzia. Uno splendore fasullo.
Questa possibilità di osservare la vita di chi ha il potere (o la notorietà, o la fama) è una legittimazione implicita ad essere osservati. Siamo allora in presenza di un Panopticon rovesciato?
La visibilità tra obbligo e vizio ci può far scivolare verso il vouyeurismo. Un vouyeurismo strutturato, comunque controllato e non generalizzato. Potendo guardare forse ci sembra più normale essere guardati. Non c’è forse in Facebook, nelle reti sociali e nel suo tacito vouyeurismo un riflesso di tutto ciò?

Quel che rimane per combattere l’eccesso di visibilità è l’indignazione perché, come ha affermato Thompson, “e non diversamente dagli scacchi la vita sociale è un gioco che nessuno può scegliere di non giocare”. Indignarsi, nel gioco mediale della vita quotidiana, può diventare uno strumento efficace, una vera e propria pratica vicina alla costruzione del se sociale e mediale.  E può servire a recuperare e sviluppare il nostro senso di responsabilità in una forma di riflessione pratico morale che ci aiuti a condurre gli affari umani: “[…] tentare di farlo è probabilmente la migliore – la sola – opzione a nostra disposizione”. (J. Thompson, 1995, pp. 366-367)