Giornalisti, a che prezzo!
Giornalisti, a che prezzo!

Abbiamo intervistato Enzo Jacopino a Perugia, durante il Festival Internazionale del Giornalismo. Nonostante si preveda ormai obbligatorio il possesso da parte dei futuri giornalisti di una laurea almeno triennale, il ruolo delle Scuole di Giornalismo non può essere svolto dalle Università pubbliche. Il problema sembra essere soltanto quello dei costi spropositati. Perché in fondo una casta, quella dei giornalisti, non può essere per definizione "pubblica".
L'ultima geniale iniziativa lanciata per abbattere l'immagine delle Facoltà di Scienze della Comunicazione, quella di Pierluigi Diaco dalle pagine del Foglio, non è certo la prima. Più volte i nostri studi sono stati sulla bocca e nei pensieri di giornalisti e politici che, nella maggior parte dei casi, non ne conoscono affatto la realtà e le dinamiche. Così come spesso ignorano le competenze e le conoscenze di migliaia di giovani studenti che le frequentano. Ne hanno una visione distorta, a partire dal nome. Più volte storpiato.
Tanto che, spesso, le Scienze sono trasformate al singolare e la Comunicazione subisce il processo opposto. Per non parlare poi delle continue derisioni a cui quest'ultimo termine è sottoposto, sostituito da paroloni del calibro di "merendine", "caramelle" e simili. Per la gioia di McLuhan.
Tuttavia la questione dell'utilità di questo tipo di studi è stata al centro del dibattito tra giornalisti e accademici. Scambi di opinioni in cui ognuno dei contendenti cercava di portare l'acqua al proprio mulino. La preparazione che uno studente ha in dote, al termine dell'Università, sembra godere di rispettabilità solo nel momento in cui le molteplici sfaccettature della comunicazione, dal marketing all'organizzazione eventi, si allontanano dalla sfera giornalistica.
Per diventare giornalisti professionisti in Italia, allo stato attuale, c'è bisogno di un praticantato in una redazione. Ovviamente dopo aver raggiunto l'agognato contratto. Anche se chi conosce la situazione lavorativa del settore avrà da ridire su quell'avverbio "ovviamente". In assenza di un regolare contratto di lavoro da un bel po' di anni l'unico modo per arrivare al "tesserino" (al di là della classica raccomandazione) è frequentare le scuole di giornalismo. Previste dall'Ordine dei Giornalisti. Private e quindi a pagamento. Come dire: "Se hai i soldi per permettertele puoi ambire a fare il giornalista". Certo il mercato del giornalismo è sempre più saturo e allo stesso tempo in crisi. Quindi non è neanche detto che dopo il praticantato fatto nelle scuole, quindi dopo aver speso vita e denaro, si possa avere la speranza di un contratto più o meno stabile.
Eppure le Facoltà di Scienze della Comunicazione sempre più spesso e in sempre maggiori realtà nel territorio italiano, si stanno attrezzando, economicamente e didatticamente, per dare ai propri studenti un set di conoscenze teoriche e capacità materiali, un modus operandi e una sensibilità, che non hanno proprio nulla da invidiare a tali scuole.
La questione era già presente nelle nostre penne (seppur digitali ormai) prima ancora che scoppiasse il "caso Diaco". Lo dimostrano queste video-interviste realizzate ad Enzo Jacopino in occasione del Festival Internazionale del Giornalismo tenutosi a Perugia dal 13 al 17 aprile.
Il Presidente dell'Ordine nazionale dei Giornalisti era presente al convegno "Se cinque euro vi sembrano pochi per un futuro radiosissimo". Come evidenzia il titolo, si discuteva della situazione in cui molteplici giornalisti precari sono costretti oggi a lavorare. A sentire le cifre pagate per ogni articolo, sembra che quei cinque euro siano già molti. Tra redattori non contrattualizzati, freelance mai retribuiti se non in modo misero, e stagisti sfruttati, il "fronte universitario" non ha trovato spazio. I destini di quegli studenti che, usciti da un percorso triennale o quinquennale nelle Facoltà di SDC, hanno intenzione di affacciarsi al mondo giornalistico, per ora non "fanno notizia".
Ecco perché alla fine del dibattito abbiamo voluto chiedere a Jacopino una sua personale opinione a proposito della necessità per un giornalista di avere innanzitutto un titolo di studi adeguato alla professione.
Se il percorso universitario sarà obbligatorio, a maggior ragione le Facoltà di SDC potrebbero avere un ruolo del tutto peculiare nella crescita professionale dei futuri giornalisti. Le Università pubbliche potrebbero (e alcune già lo fanno) programmare la stessa formazione delle scuole di giornalismo previste dall'Ordine. Un'opinione che Jacopino sembra non condividere.
Probabilmente il Presidente non è a conoscenza dell'offerta didattica delle nostre Facoltà, in cui diverse cattedre sono assegnate a capaci giornalisti provenienti dalla stampa, dalla radio, dalla tv e dall'on-line.
"Certamente quelli che fanno Scienze della Comunicazione - conclude Jacopino - hanno un patrimonio di conoscenze specifiche che quelli che fanno Giurisprudenza, Ingegneria o Medicina non hanno. Però non è un bonus".
Se questo è il pensiero della più alta carica dell'Ordine, il futuro delle nostre Facoltà, in relazione al mondo del giornalismo, non è per nulla promettente.
verità ed esagerazioni
non sono d'accordo con alcuni allarmismi. non è vero che si riesce a lavorare in questo campo solo grazie a raccomandazioni o tirando fuori. io non ho mai chiesto nulla a nessuno, eppure lavoro in questo settore da quasi 5 anni. è vero, le retribuzioni sono ridicole (quando presenti), ma il motivo di tale miseria non sta nel titolo di studi di cui disponiamo: se sei laureato in SdC e non sei raccomandato, o in giurisprudenza (sempre senza raccomandazione) non fa differenza alcuna. ma questa è l'ITALIA, non il giornalismo, settore che sicuramente vive di contraddizioni e marciume (ma non è certo l'unico, nè il primo). morale personale: il sudore paga, prima o poi: quindi pensiamo a lavorare, pensiamo a noi, senza invidiare i raccomandati, per i quali nutro sincera compassione. esistono la stima professionale e l'integrità, l'orgoglio. chi ragiona solo in base al conto in banca rappresenta la superficialità e il materialismo imperanti oggigiorno. ripeto, appariranno in grande spolvero, ma avranno la mia compassione sempre, perchè io ho un valore che non è dato dagli zeri, e loro sì. per concludere, noi non siamo giornalisti, siamo prima di tutto "comunicatori", che è un concetto decisamente più ampio, vasto e infarcito di studi che nelle scuole di giornalismo "prestigiose e altamente formative" si sognano. un comunicatore felice di non essere raccomandato e di fare la fame con quello che ha, piuttosto che farsi bello con quello che non merita
Tra accesso alla professione e precariato.
Caro Anonimo, sono davvero lieto dei tuoi 5 anni di lavoro. Persone come te rappresentano per noi studenti, o per coloro che si stanno per affacciare alla professione, un motivo in più per continuare questa battaglia, contro la precarietà del lavoro e della vita che la nostra generazione è costretta a subire. Certo hai ragione, non solo il giornalismo vive un periodo di crisi. E' tutto il mondo del lavoro. Tuttavia il settore dei media pone a questioni persino di ingresso libero. Soprattutto se si desidera svolgere una professione più che un mestiere, fare i giornalisti come professionisti più che come secondo, terzo, ennesimo impiego. Le raccomandazioni esistono da sempre e ovunque. E di fronte ad esse solo la testardaggine e la passione che ti porta a scrivere possono premiarci. Ma le domande sono: fino a che punto è possibile vivere di passioni se le stesse non ti permettono di "sopravvivere" e avere un'esistenza, non agiata, ma almeno tranquilla? Come è possibile che per diventare professionisti si debba essere costretti a pagare cifre esorbitanti, a fronte di un'offerta di competenze e conoscenze da parte delle Scuole di Giornalismo molto simile a quella dell'Università pubblica? Non credi che il limite economico sia da evitare se l'informazione vuole essere per tutti e potenzialmente fatta da tutti, in un epoca, poi, in cui è forte il citizen journalism? L'Ordine è consapevole di questi freni inibitori ma per ora non sembra voler trovare una soluzione. Luca Mattei