“Facebook: relazioni pericolose!"
“Facebook: relazioni pericolose!"

Zygmunt Bauman non ha dubbi: Facebook e i social media alterano il nostro modo di rapportarci con il mondo esterno. Rispecchiano il desiderio insito di emergere mostrandosi e offrono nuove forme comunitarie che vanno a sostituire le vecchie istituzioni ormai decadute. Ma quello che ne consegue è solo un mondo di surrogati che alimentano il bisogno tutto contemporaneo di schivare difficoltà e fastidi.
Una visione apocalittica ma ben argomentata quella di Zygmunt Bauman, il sociologo polacco della vita liquida che, dall’alto dei suoi 85 anni di esperienza, ha affrontato amabilmente uno dei temi più discussi dei nostri giorni: Facebook e le relazioni interpersonali. Come cambiano i nostri rapporti con gli altri nell’era dei social media? Quali sono le cause insite nella società contemporanea che ci spingono a prendere parte alla grande comunità virtuale? E di fatto a cosa è dovuto il grande successo di Facebook?
Queste le domande alle quali Bauman ha cercato di rispondere ad una conferenza tenutasi nell’ambito dell’ultimo Festival del libro a Roma il 09 aprile scorso. Chiamato a prendere parte a diverse trasmissioni televisive, tra cui Che tempo che fa del 10 aprile, Bauman presenta in questi giorni il suo ultimo libro “Vite che non possiamo permetterci” in Italia edito da Laterza. Ma prima di avventurarci nelle idee esposte dal sociologo vediamo la situazione attuale di Facebook.
Facebook oggi. Mezzo miliardo di utenti registrati, un valore di 50 Miliardi di dollari. Tanto vale oggi il social network più conosciuto e diffuso al mondo. Si è stabilito infatti che un ipotetico compratore di Facebook sarebbe disposto a pagare per ogni nuovo utente ben 100 dollari. Dati ipotetici che lasciano il tempo che trovano poiché è difficile attualmente quantificare il valore effettivo di un fenomeno così in crescita e così volubile. Valori inoltre stimati rispetto alla potenzialità degli utenti di divenire clienti consumatori grazie agli ingenti flussi pubblicitari che possono essere passati sul network sociale. E così il giro d’affari cresce incessantemente. Nel frattempo gli utenti di facebook trascorrono più di 700 miliardi di minuti al mese sul sito; di fatto un utente medio spende circa 40 minuti al giorno sul suo profilo personale. E questo per 365 giorni l’anno. Da una statistica postata a Gennaio 2011 su DigitalBuzzblog.Com, sito di approfondimento di tematiche relative a social media, marketing, notizie industriali e tendenze digitali globali, risulta che in soli 20 minuti più di 1 milione di link viene condiviso, 2 milioni di richieste di amicizia vengono accettate e 3 milioni di messaggi spediti. Un flusso ininterrotto e prorompente di immagini, idee, emozioni. Cause condivise e denuncie sociali. Gruppi che si autogestiscono, amori virtuali che nascono, il passato che ritorna e di fatto una svolta epocale in termini di relazioni sociali ed espressioni identitarie.
L’Interregno. Il periodo di transizione. I cambiamenti tecnologici in atto negli ultimi anni sono molti e di un’intensità e velocità tale che rendono difficile il lavoro degli studiosi di media e società. Risulta infatti difficoltoso fare delle considerazioni univoche in un periodo di transizione come quello che stiamo vivendo. Alla ricerca di una nuova stabilizzazione viviamo nell’ Interregno di Gramsci, in un territorio in cui i vecchi modi di fare non sono più adeguati e non sono ancora state messe a punto nuove modalità. Di fatto gli incontri e le conferenze sui nuovi media e sui social network vanno a moltiplicarsi e l’attenzione posta al riguardo cresce di giorno in giorno come il numero di nuove registrazioni effettuate sui vari siti web. Il 2.0 sta modificando il modo di vedere la realtà. La maggior parte delle esperienze che noi facciamo sono mediate, i Tg tradizionali sono troppo spesso lenti e in ritardo rispetto al web che ci permette di essere connessi con il mondo 24 ore su 24.E la condivisione di contenuti, immagini, passioni ci permette di sentire quel senso di appartenenza che la società postmoderna vede ridotto notevolmente. Le istituzioni tradizionali cadono e il vuoto viene colmato da nuove comunità virtuali in cui è facile entrare e dalle quali è facile uscirne. Basta un click. L’appartenenza o meno a un gruppo è pari all’essere on line o off line. Queste sono alcune delle considerazioni che Zygmunt Baumann ha esposto sabato 9 aprile in occasione della Festa del Libro “Libri Come” ospitata all’Auditorium Parco della Musica di Roma. Attesissimo e applauditissimo il noto sociologo polacco ha tenuto una conferenza su Facebook e le relazioni sociali. Come cambiano i nostri rapporti con gli altri? Cosa è cambiato nel nostro modo di esprimerci al mondo e nel mondo? Baumann ha cercato di dare una risposta a questi interrogativi partendo da una sua idea secondo la quale da tempo esistono bisogni dormienti insiti negli animi degli uomini che, stuzzicati e portati alla luce grazie a Fb, ne hanno caratterizzato il grande successo. Il desiderio di emergere e il bisogno di appartenenza sono il vero motore dei social network.
Bauman e i bisogni latenti. A differenza di tutte le altre invenzioni storiche, Mark Zuchemberg ha creato Facebook (in modo più o meno legittimo) intercettando due fondamentali bisogni presenti nella società contemporanea: il desiderio di mostrarsi e mostrandosi di diventare qualcuno e la necessità di ritrovare una sensazione di appartenenza. Secondo Bauman, conosciuto a livello internazionale soprattutto grazie alla sua felice intuizione sulla liquidità della vita e degli affetti nell’era contemporanea, Facebook va incontro in particolar modo alle esigenze degli emarginati, di coloro che soffrono il timore del rifiuto, che hanno paura dell’esclusione, dell’anonimato. Il social network permette di esporsi e di creare la propria identità mostrandola agli altri, di essere qualcuno e di sentirsi parte di comunità di persone con le quali si condividono passioni, idee e interessi. Di fatto però vivere il bisogno di riconoscimento da parte degli altri sulla piattaforma virtuale del web porta, secondo lo psichiatra e psicanalista Serge Tisseron chiamato in causa dallo stesso Baumann, al passaggio dalla tradizionale intimità nei rapporti con gli altri ad una effettiva estimità. L’estimità come contraltare dell’intimità; non un aprirsi all’altro ma un mostrarsi. Come merci in vetrina, anche noi diventiamo oggetti, prodotti da esporre nel miglior modo possibile. Non ci apriamo; ci vendiamo.
Lontani più vicini e vicini più lontani. Da una ricerca effettuata da Zygmunt Baumann viene alla luce una sorta di duplice impatto di Facebook sulle nostre relazioni con gli altri: sembra che ci si senta più vicini alle persone dalle quali siamo lontani e che si sentano più lontane le persone che ci sono vicine. Facebook risulterebbe quindi essere un mezzo efficace per rimanere in contatto con persone che vivono lontano da noi, amici che si sono trasferiti in altri paesi, persone conosciute durante i viaggi, ma allo stesso tempo sembrerebbe allontanarci da quelle che abbiamo vicino. A tal proposito Joshua Michele Ross della O’ Reilly radar (ricerche e analisi sulle tecnologie emergenti) evidenzia la distanza emotiva tra l’abbraccio fisico (to hug) e lo stuzzicare in internet (to poke). A lui si riallaccia Bauman quando cerca di comprendere la ragione dell’allontanamento di persone vicine chiamando in causa in particolar modo la forte differenza tra superficialità del cyberspace e la profondità dei rapporti faccia a faccia, tra la freddezza e il calore, tra la rete e la comunità. In parole povere secondo Bauman la vita sociale digitalizzata è molto meno soddisfacente e gratificante della vita sociale tradizionale. Allo stesso tempo però essa rappresenta per gli individui troppo individualizzati della società liquida in cui viviamo un rifugio rassicurante.
La visione integrata. I dibattiti sui new media si poggiano sempre sugli schieramenti contrapposti tra apocalittici e integrati. In quest’ottica possiamo ben dire che esiste una diffusa corrente di pensiero soprattutto tra i giovani utenti di Facebook, la maggior parte nativi digitali, che vede nei nuovi media sociali una grande opportunità di crescita e consapevolezza. Spesso infatti dialogando con le nuove generazioni alle prese con i social media ci si rende conto che questi vengono utilizzati principalmente come prolungamento della vita collettiva quotidiana reale che la persona ha. Una sorta di protesi tecnologica alla McLuhan che permette di amplificare le possibilità reali di contatto e interazione sociale di ogni essere vivente. Quindi nulla di apocalittico e distruttivo in una visione più integrata della questione.
Il numero di Dambar. Nell’ambito dei molteplici dibattiti aperti sull’argomento social network e relazioni interpersonali, del materiale interessante ci viene offerto dalla tesi di un antropologo inglese, Robin Dunbar, secondo il quale il numero di relazioni significative per ogni essere umano è 150. Le ricerche effettuate dallo studioso hanno rivelato che non è possibile gestire più di 150 relazioni di amicizia. Facebook ci permette di avere fino a 5000 amici. Cosa dire di tutti i contatti che eccedono il numero di relazioni significative? Potremmo considerarli dei voyeur che hanno sempre a disposizione le nostre informazioni personali e che si divertono a curiosare sui nostri profili così come noi facciamo con i loro. Si potrebbe quindi supporre una classificazione degli amici dai più intimi ai meno vicini affettivamente fino a giungere ai conoscenti. Esiste a riguardo un algoritmo che già viene utilizzato da Facebook per classificare in fasce di importanza i nostri contatti. Nella homepage infatti non compaiono gli aggiornamenti di tutti i nostri contatti ma solamente di quelli con i quali interagiamo di più e che, pertanto, dallo storico delle nostre interazioni virtuali risultano essere le nostre relazioni significative.
Quando si affrontano argomenti relativi alla rivoluzione digitale degli ultimi anni tanti sono gli interrogativi che rimangono aperti. La complessità e la rapidità dei mutamenti non permettono una visione esauriente e definitiva. Ma su una cosa oggi non v’è dubbio: nella continua ricerca di un equilibrio tra libertà e sicurezza l’uso consapevole dei media rappresenta il più utile e indispensabile compagno di viaggio.