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Più che la rete la televisione

Al Jazeera e il racconto delle rivoluzioni

Più che la rete la televisione

di GIOVANNI PRATTICHIZZO (13 04 2011)

Che ruolo ha giocato Al Jazeera nelle rivolte del mondo arabo? La tv del Quatar a sostegno della democrazia o medium politico e di potere?

Continua ad essere oggetto di analisi e di indagini il ruolo giocato dalla rete e, in particolare, dai social network  come Facebook, Twitter e YouTube in occasione delle rivolte che stanno sconvolgendo il Medio Oriente e il Nord Africa in questi mesi.  Rivolte da fine impero. Da fine globale del pianeta. In realtà, a ben guardare, non si tratta della rivoluzione dei social network, anche se vi hanno in parte contribuito. Un approccio che considerasse la sola Rete si renderebbe immediatamente conto della sua ininfluenza: si pensi che solo in Egitto gli utenti della Rete non raggiungono il 30% della popolazione.

Non è la rivoluzione democratica e liberale che immaginiamo con il nostro sguardo occidentale.

È la rivoluzione di Al Jazeera.

 La lampada incantata delle rivolte, l’antenna magica e libera per comprendere e trasformare sogni e ideali in realtà. Il medium in grado di definire il tono delle rivolte di gennaio-febbraio e di influenzarne gli sviluppi, grazie al suo potere di mobilitazione e di influenzamento.

Al Jazeera nasce nel 1996 quando il concetto di giornalismo come un insieme di valori e pratiche professionali era virtualmente inesistente nel mondo televisivo arabo. Prima di allora, diffondere e commentare le notizie in televisione era un ossimoro: le varie emittenti di Stato trasmettevano soltanto immagini del governante/dittatore con musiche e danze celebrative. Una voce del governo. Assoluta propaganda.

La tv del Quatar vive quindici anni di graduale trasformazione di libertà e democrazia. Spregiudicata, contraddittoria. Un’informazione televisiva non censurata né addolcita. Con sempre maggior forza ha portato le immagini a lungo nascoste, intervistando i leader delle opposizioni in esilio, dando voce agli israeliani come Ariel Sharon, cambiando le strutture delle televisioni del Vicino Oriente. L’indipendenza delle proprie idee e l’opposizione a una tradizione televisiva di tipo propagandistico, hanno fatto di Al-Jazeera una preziosa fonte informativa alternativa rispetto alle Tv arabe, in grado di dar voce a opinioni dissenzienti.

L’emittente del Qatar, che con la sua copertura satellitare “ha favorito il propagarsi dei sentimenti di ribellione da una capitale all’altra”, ha diffuso l’idea di una “battaglia comune” da combattere. A scrivere del ruolo e dell’importanza di questa televisione è stato il New York Times che le ha assegnato un ruolo non di poco conto su quello che sta accadendo nel mondo arabo. Senza Al Jazeera sicuramente le rivolte in Tunisia, Egitto e Libano, e il disordine civile che sta colpendo il mondo palestinese non sarebbero accadute. E le conseguenze non sono ancora chiare.

E così, nelle rivolte arabe, un ruolo centrale lo viene a giocare, ad esempio, Al Jazeera Talk che all’inizio era semplicemente una pagina Facebook. Nata con l’idea di offrire ai giovani arabi un luogo di discussione, dove condividere le loro idee sulla politica e sulla società a poco a poco si è trasformata  nello storytelling di un rivolgimento che è cresciuto all’ombra delle sue immagini. La televisione panaraba è stata sempre più in grado di garantire una capillare e completa copertura informativa degli eventi divenendo lo schermo di una “primavera araba” che si sta estendendo a tutto il mondo islamico.

Su “Limes” Augusto Valeriani (Aljazeera e la rivoluzione si sono aiutate a vicenda, 205-210) evidenzia proprio come il ruolo centrale svolto da Al Jazeera nei sollevamenti regionali in corso sia funzionale agli interessi geopolitici del Qatar e agli obiettivi commerciali della stessa emittente televisiva. La linea “movimentista” di Al Jazeera nasce de lontano e risponde alla volontà di mettere in difficoltà i pilastri dello status quo regionale: l’Egitto di Mubarak, appunto, ma anche l’Arabia Saudita. Il 28 gennaio Al Jazeera è risultata la televisione più seguita in Arabia Saudita, superando – fatto eccezionale – le emittenti locali MBC1, MBC 4 e MBC Drama (fonte: Mindsight).

Si deve dire, poi, che Al Jazeera è posizionata in maniera prodigiosa sui new media. E non da oggi ma dai tempi di “Piombo fuso” a Gaza. Da allora, ha messo in atto una presenza estensiva sui social network, ha fatto il sito web con licenza creative commons che dà la possibilità di prendere le loro immagini, scambiarle, rimontarle, rivenderle. Da quando è iniziata la crisi egiziana, questo sito ha registrato un +700% di traffico. Inoltre presidia Twitter, Facebook, e appena gli tagliano le trasmissioni ritrasmettono su YouTube.

È spesso Al Jazeera la fonte delle corrispondenze dalla Libia in fiamme, è Al Jazeera la più impegnata e coinvolta nel duro gioco di contrapposizione alla controinformazione e alla propaganda dei regimi sotto attacco. Al Jazeera è vietata in Marocco, in Algeria, regolarmente minacciata di oscuramento in Arabia Saudita, nei territori palestinesi e in India. Anche in Tunisia era vietata, ma i corrispondenti in loco lavoravano clandestinamente.

Ma siamo sicuri che si tratti solo di voglia di libertà e di democrazia? Siamo realmente di fronte ad un medium indipendente che lotta e sostiene il desiderio di indipendenza delle popolazioni arabe? Al Jazeera è un medium scomodo per gli altri Paesi arabi o lo è per il Quatar?

A ben guardare eccolo trovato il paradosso. Da un lato ci si serve di medium come strumento strettamente politico e diplomatico non controllandolo rigidamente, ma facendosene mecenate e garante. Dall’altro la gioia per la democrazia viene espressa in un Paese come il Qatar in cui la democrazia non esiste. La stessa Al Jazeera, network autorevole, libero, internazionale, professionale e credibile, si confronta ogni giorno con l’impossibilità di criticare la totale mancanza di diritti civili in Qatar. Impossibilità data dal fatto che Al Jazeera stessa è di proprietà dell’Emiro. Liberi nel guardare il mondo e nel raccontarlo, ma impotenti nel criticare e denunciare se stessi. Sostenitori e difensori della democrazia e della libertà senza averla mai conosciuta. Come dire: provare a raccontare il volo di un gabbiano senza avere mai provato a volare.