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L'Aquila, 309 rintocchi. Nel nulla

Sei aprile 2011: ritorno al passato

L'Aquila, 309 rintocchi. Nel nulla

di SUSANNA D`ALIESIO (13 04 2011)
Susanna D'Aliesio
 

Il 6 aprile a L’Aquila è la giornata della morte della speranza. A due anni dal terremoto la situazione è quasi immutata. Congelata. Cosa tacciono i media?

 ARRIVO il 5 a L’Aquila, il sole è gia tramontato. Lungo via XX Settembre le stesse case senza occhi, senza bocca di due anni fa. Qualche cumulo di macerie in meno. Le transenne metalliche sono sempre lì. Segnano il percorso accessibile come un grande gioco dell’oca. Parcheggio alla Villa comunale. Tra poco inizia la fiaccolata alla Fontana Luminosa. Devo attraversare il corso per arrivare e ho paura di vedere quello che già conosco.

Vedere quegli edifici malconci, con le stesse crepe, fa un effetto strano. Come se qualcosa ti facesse percepire una sofferenza che non è propria di una cosa inanimata. Le crepe non sono più tali, sono ferite. Che non si rimarginano mai. Forse è vero quel che dicono, le città hanno un’ anima. Quella stessa città che fino a poco tempo fa sembrava urlare. Ora tace. E il silenzio che c’è è assordante. L’anima di L’Aquila sta forse svanendo.

Alle 23.00 si accendono le fiaccole. Il peso del ricordo di quella notte fa calare il silenzio tra le migliaia di persone che si sono riunite per questa notte. Fa freddo, anche per un aquilano, ma le fiaccole ci scaldano. Il buio e il silenzio sono rotti solo dai flash dei fotografi. Alla testa del corteo ci sono i familiari delle vittime. In mezzo al corteo ci sono i volti di chi ha perduto la vita. Troppo presto, morendo senza un senso e senza giustizia. Alle 3.15 arriviamo vicino la casa dello studente. Molti lasciano il corteo per andare lì a portare un fiore, altri non ce la fanno. Una signora piange, stretta dal marito, grida a denti stretti:“Maledetti, maledetti”.

SONO LE 3.32. Il freddo non si sente più. Iniziano 309 rintocchi. Nessuno parla. Chi si abbraccia, chi condivide il suo dolore solo con i suoi morti. Le telecamere rubano il dolore e l’intimità di chi si commuove. L’audience vuole la sua parte e non guarda in faccia a nessuno, nè alla vita nè alla morte. Mi sembra una violenza inferta ancora su una popolazione martoriata. Dopo l’ultimo rintocco si rimane ancora qualche attimo in silenzio e come si era riempita la piazza si svuota.

L’indomani si darà la notizia che due ragazze sono morte tornando a casa dalla processione; un incidente in seguito ad un colpo di sonno. 

IL 6 APRILE  torno a L’Aquila in mattinata. La sera prima un giornalista aveva detto che “domani sarà il momento più alto della commemorazione per la città de L’Aquila, sarà presente Giorgio Napolitano alla messa che si terrà nella Basilica di Collemaggio”. I Vigili del Fuoco sono alle porte e non lasciano entrare con macchine fotografiche. La chiesa è gremita. L’unica telecamera ufficiale che vedo è piazzata accanto al coro per riprendere Napolitano. E’ della RAI. Nel campo di ripresa tre Vigili del Fuoco, troppo ben schierati per essere casuali.

CARTA CANTA. La messa finisce per l’ora di pranzo. Fuori la chiesa volano dei volantini ne raccolgo uno. Una frase attira la mia attenzione “Non siamo affatto in ritardo con la ricostruzione “, la dice Gianni Letta due giorni prima. Non ho bisogno di guardarmi intorno per capire che non è vero. Al bar della Villa Comunale conosco degli aquilani, pensavo fosse pieno di giornalisti. Gli faccio vedere il volantino che ho trovato. Una signora lo legge ad alta voce: “73% della popolazione lamenta la totale mancanza di luoghi di ritrovo. Il 68% vorrebbe lasciare al più presto la propria abitazione. Il 50% denuncia la mancanza di approvvigionamento dei servizi essenziali. 65% è la percentuale dell’occupazione. Aumenta l’uso di psicofarmaci e antidepressivi. Il meccanismo di assegnazione degli alloggi non ha dato molta attenzione alla preservazione del tessuto sociale provocando l’aumento del senso di isolamento, abbandono, impotenza”. Le chiedo: “E’ vero?”. E lei: “Sono stati fin troppo buoni.” E’ uno studio della Microdis L’Aquila sulla popolazione.

IL COLORE DEI SOLDI. Rimango a parlare con un’altra signora che mi dice che il problema sono le 19 new town lontano da tutto. Mi dice che il 30% del progetto CASE  era destinato a servizi che dovevano sorgere contemporaneamente alla costruzione degli edifici ma che ad oggi ancora non ci sono. Le chiedo se sa che fine hanno fatto i soldi donati. Mi dice che non ce n’è traccia. Degli 85 mln di euro donati alla Protezione civile 50 sono stati utilizzati per le CASE. Le chiedo se pensa se i soldi per la ricostruzione ci sono. Lei mi dice che Gianni Letta lo ha dichiarato in conferenza stampa di due giorni prima a Roma ma i soldi se ci sono non sono quanti dichiarati dal Decreto Abruzzo. Prima di tutto sono i soldi per la ricostruzione verranno spalmati fino al 2033,  mi spiega, ma questi soldi non ammontano a 14 miliardi. “Se prendi il Decreto Abruzzo, sfogli pagina per pagina e ti annoti i soldi previsti arriviamo si e no a 6 miliardi di euro e molti di questi provengono dalle lotterie”.

DI COSA NON SI PARLA IN TV. “Cosa c’è che non va?”le chiedo. Mi spiega che:“Questa è la prima volta in Italia in cui la Protezione civile diventa stazione appaltante”. “Cioè?”, “Cioè gli appalti li fa la Protezione civile. L’altro problema è che è nata una struttura, la Struttura Tecnica di Missione che ha preso il sopravvento su tutta l’amministrazione locale.” La struttura a cui si riferisce fa capo a Gianni Chiodi, commissario delegato per la ricostruzione, insieme alla Struttura per la Gestione dell’Emergenza. La medesima struttura usata anche per il terremoto di San Giuliano si installa dopo la gestione dell’emergenza da parte della PC per permettere all’amministrazione locale di riprendere in mano la situazione. E’ scritto sul sito della Protezione Civile. In realtà i commissariamenti previsti dalla struttura prevedono la nomina di persone molto spesso esterne all’amministrazione locale che impediscono un controllo dal basso e aggirano completamente le strutture del posto privandoli di ogni potere. “Anche la Soprintendenza ai Beni Culturali è commissariata” mi spiega.

MONOPOLI.
La situazione a L’Aquila è disastrosa. Si vedono depredati di tutto ma non possono fare nulla. “Almeno le case rimaste in piedi restano vostre.”. Ancora per poco sembra voler dire. Mi spiega che non è del tutto vera la storia della sospensione dei mutui. I mutui gli vengono si sospesi ma  gli interessi no. Quindi quando ricominciano a pagare devono pagare gli interessi sul restante ammontare di mutuo accumulati nel frattempo. Questo senza poter entrare in quella casa, senza abitarci. E chi non ce la fa a pagare? Giovani coppie, pensionati, persone con mutui doppi. Ovvio, cede la casa. A chi? La società che sta acquistando poco a poco il centro si chiama Fintecna. Controllata dal Ministero dell’Economia e delle Finanze finora si è impossessata di 250 edifici del centro storico. E se il ritardo della ricostruzione fosse fatto apposta per poter stremare economicamente gli abitanti ed entrare in possesso a costi minimi di del centro storico di una città allo scopo di speculare sulla vendita e l’affitto degli edifici che verranno ricostruiti?