Il ministro Mariastella Gelmini durante una seduta parlamentare.
La riforma Gelmini sul mondo universitario è entrata in vigore dopo molte polemiche e dibattiti televisivi. A qualche mese dai giorni caldi di fine dicembre che hanno visto coinvolti giornalisti, politici e il mondo accademico questa inchiesta farà il punto della situazione interpellando i diretti interessati: i ricercatori, gli studenti e i professori, anche dei livelli inferiori dell’istruzione.
Il 23 dicembre è stato approvato al Senato il decreto Gelmini che ha dato il via alla riforma universitaria.
Gli effetti drammatici, che si sono visti in quei giorni, hanno in realtà un respiro più ampio proveniente dalla tensione emersa tra gli attori del patto formativo, in seguito all'approvazione della riforma Moratti.
L'esito delle approvazioni ha dato il via ad una serie di protesteche hanno visto protagonisti studenti, docenti e ricercatori, formare un blocco unico contrapposto all'esecutivo. Per fare maggiore chiarezza e capire quali saranno le conseguenze della riforma universitaria, abbiamo raccolto sul campo le testimonianze di chi, da un anno ha fatto esperienza concreta degli effetti della riforma, entrata in vigore il primo settembre 2009. Superando l'orgia mediatica di quei giorni, abbiamo ascoltato i diretti interessati, fotografando la situazione dei livelli inferiori dell'istruzione e raccogliendo le storie di chi la scuola la vive ogni giorno.
Dal primo settembre 2009 la riforma Gelmini è entrata in vigore nelle scuole superiori in cui gli effetti del cambiamento sono visibili ad oggi.
Si parte dall' anno scolastico 2010-2011, a cominciare dalle prime sezioni. La riforma prevede uno sfoltimento degli indirizzi di studio: i licei dagli attuali 450 indirizzi tra sperimentazioni e progetti assistiti diventeranno 6, gli istituti tecnici da 10 con 39 indirizzi scenderanno a 2 con 11 indirizzi, i professionali da 5 corsi e 27 indirizzi saranno snelliti a 2 corsi e 6 indirizzi.
1) IL VOTO DEI PROFESSORI
I professori bocciano la riforma della scuola pubblica targata Gelmini. Secondo un' indagine della Cisl Scuola, presentata a Roma, il 75% dei professori, vale a dire tre docenti su quattro, critica le novità introdotte dal decreto. Per capirne di più siamo andati nelle scuole per farci raccontare cosa sta cambiando.
Sotto accusa, in particolare, tre fattori introdotti con le riforme: l'aumento del numero di alunni per classe, la riduzione delle ore e l'introduzione del maestro prevalente nella scuola primaria. Senza contare che, sostengono sempre i docenti, i tagli imposti dalla recente riforma stanno mettendo a repentaglio la qualità dell'offerta formativa e cancellando qualsiasi visione prospettica.
1.1 CRITICITÀ E PUNTI DI FORZA: LA RIFORMA SECONDO MARIO MORCELLINI
Siamo andati quindi a verificare gli effetti della riforma Gelmini anche nei livelli di istruzione inferiori per comprendere come le conseguenze di tale riforma potranno rispecchiarsi nel mondo universitario.
1.2 LA SCUOLA CHE CAMBIA
Rosalba, maestra di scuola elementare parla delle disfunzioni dell'istruzione a livelli inferiori dopo la riforma.
La riforma che ha modificato l’università italiana è stata accolta da polemiche, proteste e dibattiti mediatici. Tutti hanno detto la loro: politici, giornalisti, esperti ma soprattutto gli addetti hai lavoro. La categoria maggiormente colpita dai provvedimenti sono i ricercatori che durante i momenti caldi hanno fatto sentire la propria voce e le proprie motivazioni in modo forte e concreto: manifestazioni, occupazioni di tetti ed università e soprattutto ottimo utilizzo dei nuovi media, come dimostra il sito internet rete29aprile. Passato il decreto in parlamento però, la voce di questi sembra essersi spenta e ora la categoria si limita a mantenere una mobilitazione, che però, come è accaduto nel nostro ateneo, in molte parti, è stata revocata per il bene degli atenei.
Il principale cambiamento riguarda il reclutamento: saranno scelti mediante procedure pubbliche di selezione e potranno continuare la carriera previa abilitazione nazionale e concorso. Questo dovrebbe garantire la trasparenza e quindi il prevalere della meritocrazia sulle raccomandazioni.
Un altro cambiamento significativo riguarda la figura del ricercatore indeterminato, eliminato a vantaggio di quello a tempo determinato. Così ogni ricercatore firmerà un contratto di tre anni con la possibilità di rinnovare per altri tre. Una prospettiva che cerca di avvicinare l’Italia al resto d’Europa con il così detto tenure track: se durante il secondo contratto il ricercatore viene promosso a professore associato, potrà essere assunto dal proprio ateneo a prescindere dalle modalità di reclutamento descritte nelle righe precedenti.
Infine, bisogna ricordare che la riforma non tutela in nessun modo quei milioni di ricercatori precari che da anni permettono alle nostre università di andare avanti, in attesa di un posto fisso. Per questi non è prevista nessuna sanatoria o promozione; l’unica via percorribile è quella dei concorsi pubblici, con il rischio di vedersi superare da nuovi ricercatori usciti dai dottorati.
Gloria Tabacchi, ricercatrice dell'università dell'Insubria propone 3 punti per migliorare il sistema accademico italiano.
Massimo Tabusi, responsabile del sito "rete29aprile", che ha coordinato i movimenti di protesta attraverso la rete.
3) LA RIFORMA DEGLI STUDENTI
Gli studenti hanno manifestato contro il ddl Gelmini in diversi modi, attraverso flash mob, cortei, occupazioni di monumenti e facoltà. Si sono battuti per chiedere un’università migliore e un ruolo delle istituzioni pubbliche più attento alle loro esigenze. Alcuni sono stati accolti al Quirinale e hanno chiesto, in rappresentanza di tutto il movimento, che la loro voce fosse ascoltata e che il Presidente della Repubblica non firmasse il decreto. Così non è stato; ora continuano la protesta dall’interno degli atenei.
Alcuni gruppi tra cui "Link", "Unione degli Studenti" e "Rete della Conoscenza" promuovono uno Statuto degli Studenti che permetta l'autoregolamentazione della vita accademica contrastando così l'accorpamento delle facoltà e l'ingresso dei privati nei consigli di amministrazione.
Il Consiglio Universitario Nazionale (CUN), che si occupa di formulare pareri e proposte al ministero dell’Università e della Ricerca, fa sapere: "Non intendiamo fare polemica sterile. Anzi, si apre una fase nuova: la messa a punto della riforma, la stesura dei nuovi statuti, la redazione dei decreti attuativi".
La "Rete Universitaria Nazionale" suggerisce un "Manuale di sopravvivenza", in cui si analizzano le procedure messe in campo dalla Gelmini, per fare in modo che la riforma del sistema non lasci da parte gli universitari, coinvolti in questi mesi in un confronto a tutto campo con le istituzioni.
Ecco alcuni frammenti delle proteste e i pareri raccolti il giorno della manifestazione.