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Tanto pe’ cantà

I brani sanremesi “per unire”

Tanto pe’ cantà

di EMILIANA PISTILLO (19 03 2011)
 

50 anni fa la tv e cinema ebbero un ruolo importantissimo nel festeggiare i 100 anni dell’unità d’Italia. In quell’occasione la Presidenza del Consiglio commissionò a Rossellini un film che esaltasse il vero sentimento del Risorgimento, dell’Italia unita, della passione di chi vi si impegnò. Nacque allora “Viva l’Italia”, film che suscitò un grande dibattito. Quest’anno la rai “commissiona” un Festival di Sanremo a tema. Obiettivo? Fare ciò che doveva fare il film di Rossellini, ma attraverso la musica. Ci sarà riuscito?

 “Mamma”. Dopo averla sentita da Beniamino Gigli, Claudio Villa e Pavarotti, ora Anna Tatangelo suona come una parodia samba. Arriva dal 1941, quando fu la colonna sonora del film “Mamma” di Guido Brignone in cui Beniamino Gigli ne eseguiva i brani. Se ci si chiede perché questa canzone la risposta è facile. A comporlo Cesare Andrea Bixio, pronipote del generale Nino Bixio, e Bixio Cherubini (lasciamo stare il doppio riferimento al nome patriottico). Quest’ultimo fa capire anche meglio i criteri di selezione delle canzoni che rappresentano l’Italia.

Infatti Bixio Cherubini dopo aver vinto il Festival di Sanremo con “Vola colomba”, cantato da Nilla Pizzi nel 1952, compose i testi di altri brani presentati alla manifestazione ligure, tra i quali conquistano la medaglia d'argento “Campanaro” (1953) ed “Il torrente” (1955), che Bixio firmò con lo pseudonimo Carlo Alberto Liman (a volte citato come Pasquale Caliman). Il regolamento dell'epoca, però, impediva di partecipare alla gara con più di un pezzo, e in quell'edizione Bixio aveva già firmato ufficialmente la canzone “Sentiero”. Con lo spirito del tempo, questo brano ha rappresentato sicuramente l’abilità dell’Italia unita di riuscire ad aggirare ogni regola

 
 
“'O sole mio”, cantata da Anna Oxa, è una canzone napoletana pubblicata nel 1898. Di Eduardo Di Capua, Alfredo Mazzucchi e con i testi di Giovanni Capurro, adepto di Carducci. Pare che nel 1920, durante la premiazione del marciatore milanese Ugo Frigerio alle Olimpiadi di Anversa, alla presenza di re Alberto del Belgio, la banda che doveva eseguire l'inno italiano avesse perso lo spartito della "Marcia Reale". Per cavarsi d'impaccio, il direttore passò voce ai suonatori di suonare “'O sole mio”, da tutti conosciuta a memoria, e immediatamente l'esecuzione venne seguita a gran voce dagli spettatori dello stadio.
 
Ma ecco perché potrebbe essere stata scelta: in realtà è la rappresentazione impolverata e di qualche generazione fa della nostrana giustizia: solo nel 2002 si è concluso il processo che ha riconosciuto la paternità, in soldoni di diritti d’autore per gli eredi, anche ad Alfredo Mazzucchi. Questo brano, infatti, non fruttò molto a Capurro e Di Capua, che morirono in povertà negli anni dieci. In compenso, la casa di edizioni musicali Bideri continua a percepire le royalties del pezzo che - nonostante sia passato più di un secolo dalla registrazione - non è ancora divenuto di pubblico dominio grazie a un escamotage legale.

 
“Va Pensiero”, cantata da Albano. Un coro del Nabucco, tristemente estrapolato dal suo contesto operistico, dopo 160 anni di repliche, stravolto dalla batteria, a cui si riesce a dare ancora un tono solo grazie a tenore e soprano sul palco (Giannis Ploutarxosda e Dimitra Theodossiou).
 
Qui per intendere “italianità” basterebbe indicare autore e data di composizione, Giuseppe Verdi e 1842. In effetti ai tempi il coro degli ebrei esuli fu interpretato dal pubblico come una metafora della condizione degli italiani soggetti a dominio austriaco. Verdi, dal canto suo, partecipò attivamente alla vita pubblica del suo tempo. Fu un patriota convinto e membro del primo parlamento del Regno d’Italia. Anche se, dall'epistolario e dalle testimonianze dei suoi contemporanei, nell'ultima parte della sua vita traspare disincanto e disillusione nei confronti della nuova Italia unita, che forse non si era rivelata all'altezza delle proprie aspettative. Se non fosse che la Lega Nord lo usa come "Inno della "Padania", con la giustificazione che il librettista Temistocle Solera apparteneva alla cosiddetta "corrente neoguelfa", assertrice di un blando federalismo… Almeno ringraziamo non sia stato scelta “La donna è mobile”, altrimenti la donna italiana scesa in piazza il 13 febbraio, quella non proprio “Muta d'accento - e di pensiero”, si sarebbe arrabbiata un pò.
 
 
“Mille lire al mese”, targata 1939, firmata da Gilberto Mazzi, distrutta da Patty Pravo. E’ un brano tratto dalla colonna sonora di un film, “Mille lire al mese” che raccontava degli sforzi fatti da un uomo italiano per poter raggiungere la stabilità economica, che ai tempi del film si aggirava appunto sulle mille lire. Secondo l’ISTAT il valore si aggirerebbe sui mille euro odierni, mentre stando ad alcuni utenti della rete che hanno basato i propri calcoli su altri fattori, sarebbero addirittura quattro mila euro dei giorni nostri. Non si può dire che non rappresenti l’Italia unita attorno alla precarietà della “generazione 800 euro”.
 
 
“La notte dell’addio”, Luca Madonia, direzione d’orchestra di Franco Battiato e al piano Carlo Guaitoli. Bellissima interpretazione del pezzo cantato per la prima volta da Iva Zanicchi nel 1966. Preziosissima perla musicale poco conosciuta dal grande pubblico. Scritta da Alberto Testa è quella meno conosciuta tra i pilastri della storia musicali portati sul palco nella serata dell’unità. In effetti non si spiega: rilevante il paroliere che l’ha scritta, certo, soprannominato il “poeta della triplice ripetizione” (tra i suoi evergreen “Grande grande grande”, “Cicale cicale cicale”, “Quando quando quando”…) fu scritta per Iva Zanicchi e Vic Dana, per il festival di Sanremo del 1966.
 
Ma dov’è l’italianità (a parte il ricordo di una Zanicchi senza colori partitici)? Secondo Franco Battiato, che ne ha diretto la magnifica orchestra, “è una canzone bellissima e il testo ha una storia che non conoscevo: sembra una canzone d’amore e invece è un addio. Del resto potevo scegliere solo una canzone che esprimesse la qualità della liederistica tedesca (è presa da un preludio di Bach). Il “Lied” fu una delle più belle creazioni del romanticismo tedesco. Tedesco? Si tratta di una composizione da camera con voce solista accompagnata al pianoforte. A differenza dell'aria e della cantata da camera italiana, il Lied ricercava un'intesa quanto mai integrata fra testo poetico e melodia. Dunque qui si parla del romanticismo tedesco. Un outsider.
  
 
“Viva l’Italia”, 1979, di Francesco De Gregori. La canta Davide Van Der Sfroos.
Un brano che ripudia il fascismo, elogia la resistenza, ricorda le stragi degli anni della strategia della tensione. Praticamente comunista?! Ma no, “…viva l’Italia, l’Italia tutta intera”, è tra le poche ad evocare davvero la duplicità, pregi e difetti, che convivono in questo strano stivale.
 
 
"Il cielo in una stanza”, 1960, storpiata da Giusy Ferreri, non sembra ma è molto significativa. Evidentemente il criterio per scegliere questo pezzo è lo stesso dell’Inno di Mameli, appunto, dando tanto più valore alla storia di chi l’ha scritta piuttosto che alle parole. Ed è così che diventa un brano che rappresenta sottilmente qualche cattiva abitudine italiana: primo, il ricorso ai prestanome. A scrivere il testo non furono Mogol come risulta nei credits del brano, ma un Gino Paoli all’epoca non iscritto alla Siae. Secondo, gli scandali con le minorenni: negli anni ’60 Paoli ebbe una relazione con l'attrice, ancora minorenne, Stefania Sandrelli, che ne rimase incinta. E poi…«Le parole mi vennero improvvisamente un giorno che mi trovavo in un bordello – racconta Gino Paoli – e sdraiato sul letto ne fissavo il soffitto color viola». No comment.
 
 
“Il mio canto libero”, interpretata da Nathalie Giannitrapani, un classico targato 1971. Uno dei testi più ricercati e significativi tra quelli scritti da Mogol, con emblematiche immagini ("la veste dei fantasmi del passato") e la celeberrima anafora "in un mondo che..." (inciso talvolta confuso con il titolo stesso del brano). Protagonista è il canto, libero e disinteressato, indifferente a tutto ciò che lo circonda, il cui messaggio è l'amore che unisce l'autore alla sua donna. Questa volta il festival centra il bersaglio: rimasto talmente impresso nella memoria collettiva, alcune frasi dei testi di Battisti e Mogol sono entrate nel linguaggio comune alla pari dei proverbi: tra queste, «lo scopriremo solo vivendo», tratta da "Con il nastro rosa" e la frase «un … per amico», derivata dal brano "Una donna per amico". Fatto proprio da tutte le parti estremiste: la frase «Le discese ardite e le risalite», tratta dal brano musicale "Io vorrei… non vorrei… ma se vuoi…", fu scelto dalle Brigate Rosse come titolo per un loro documento programmatico degli anni ’80. Dal lato destro non si è da meno: di “La collina dei ciliegi” la frase «planando sopra boschi di braccia tese» fu interpretato come un riferimento al saluto romano e “Il mio canto libero" fu ritenuta una metafora dell'innalzarsi dell'ideologia di destra. Canzone bipartisan, ci sta benissimo.
 
 
“Addio mia bella addio” cantata da Luca Barbarossa e Raquel Del Rosario, musica di autore ignoto e testo di Carlo Alberto Bosi. Si diffuse durante il Risorgimento per poi diventare popolarissimo nel 1848 per divenire poi uno dei canti più diffusi in tutte le guerre. Un concentrato di retorica in cui la patria si viene ad identificare con la moglie/fidanzata. In realtà questa canzone fu scritta da alcuni volontari del battaglione toscano studentesco (dell’Università di Pisa e Siena) che partirono per respingere l’invasione austriaca, lasciando i libri e imbracciando i fucili, a Curtatone e Montanara. Per quanto poco romantico possa sembrare è il primo esempio di coscienza popolare italiana, dove una classe medioborghese parte per il fronte (prima linea) professori e studenti accanto. Di questi (erano poco più di trecento) ne tornarono una manciata, per poi vedere la Toscana cadere nel 1849 con la presa di Livorno (16 maggio), operata dal Granduca che vendette tutto il Granducato per un milione di Svanziche. Protesta studentesca? Presente!
 
 
“Here’s to you” cantata Emma e i Modà, l’originale risale al 1971, musicata da Ennio Morricone e cantata da Joan Beaz come colonna sonora del film di Giuliano Montaldo, “Sacco e Vanzetti”. C’è poco da dire, sempre più bipartisan come avevano promesso: c’è anche spazio per un pizzico di anarchia.
 
 
“Mamma mia dammi cento lire”, momento di goliardia per Arisa e Max Pezzali che cantano col sorriso stampato in faccia una popolarissima ballata, il cui titolo originale era “Maledizione della madre”. Databile al 1850, è la storia di una giovane che per amore abbandona la casa materna per poi fare una misera fine. Successivamente al testo originale fu adattato quello di arruolamento o di emigrazione (in quegli anni c’era il boom di espatri verso le Americhe). Cervelli in fuga: presente!

 
 “O surdato 'nnammurato”, interpretato dal prof. Vecchioni, risale al 1915, fu scritta dal poeta aniello Califano e musicato da Enrico Cannio. La canzone descrive la tristezza di un soldato che combatte al fronte durante la Prima guerra mondiale e che soffre per la lontananza dalla donna di cui è innamorato. Un'altra canzone da cantare al fronte…
 
 
 “Parlami d’amore Mariù” cantato dai La Cruz, risale al 1932. Fu scritta da Ennio Neri e musicata da Cesare Andrea Bixio (ancora) per la voce di Vittorio De Sica che l'avrebbe interpretata nel film “Gli uomini, che mascalzoni…”. E cito: “ma che mi importa se il mondo si burla di me, meglio nel gorgo profondo ma sempre con te, sì con te”. Sì, il tema è l’Italia.
 
 
“L’italiano”, cantata da Tricarico e dall’incursione a sorpresa di Toto Cutugno. Scritta nel 1983 da Cutugno e Cristiano Minellono (che scrisse anche “Maledetta televisione” per Celentano) risulta una cartolina spietata di un'Italia che non esiste più ma che ha conservato ancora qualche elemento degli anni '80. L’inno d’Italia della musica leggera italiana diventa un momento di infotainment e sensazionalismo regalato da una decina di ragazzi lì a cantare un ritornello per rappresentare gli immigrati di seconda generazione, quelli italiani. Vizi, virtù e stereotipi del Bel Paese, tra eccessi di americanismo, religione, patriottismo. Ha di bello l’averci ricordato che una volta avevamo “un partigiano come presidente”…
 
 
Ovviamente non si fa niente per caso nella nostra italia: tutte le canzoni sono state raccolte nel Cd intitolato “Nati per unire. Le canzoni per il 150º dell’ Unità d’ Italia” . Uscito nei negozi di dischi già dal giorno dopo. Mica si può sprecare tanta retorica bipartisan?
 
C’è da dire che, tanto pe’ cantà, ci si poteva buttare dentro anche “Io non mi sento italiano”. Vera, critica, ironica e che avrebbe regalato anche qualche pagina di polemiche in più sui giornali, quelle che piacciono tanto al Festival.