Anna Bisogno, docente di Storia e linguaggi della radio e della televisione presso l'Università degli Studi di Roma Tre
Maestra Tv: prima di italiano, ora di storia. La proliferazione di tanti programmi di narrazione storica è da imputare ad una naturale risposta alla richiesta di informazioni storiche o per equiparare il forte squilibrio "culturale" dell'infotainment?
Credo invece che ci sia richiesta di richiamare in tv una certa memoria su fatti ed avvenimenti o porzioni di essi più o meno noti.
Dietro la presenza sempre più massiccia di programmi di storia in televisione e l'accusa rivolta alla stessa televisione di impoverire il senso del tempo e della storia nell'uomo moderno si nasconde la realtà di un rapporto tra storia e televisione che può essere declinato lungo almeno tre direzioni: la televisione come strumento per raccontare la storia, la televisione come fonte per la conoscenza storica e, infine, la televisione come agente di storia, capace, cioè, di incidere sulle scelte e sui comportamenti collettivi, sulla formazione dell'opinione pubblica, di alimentare i delicati meccanismi della memoria di un Paese, di determinare gli eventi storici oltre che raccontarli.
Uno dei risvolti più suggestivi dei programmi televisivi è infatti legato alla loro capacità di intercettare lo 'spirito del tempo', quello che Siegfried Kracauer chiama i «piccoli momenti casuali che riguardano le cose comuni a voi e a me e a tutto il resto degli uomini», che costituiscono «la dimensione della vita quotidiana, la matrice di tutti gli altri modi di realtà». Se lasciamo da parte, per un momento, le credenze articolate, gli obiettivi ideologici, i progetti politici, e simili, rimangono ancora i dolori e le soddisfazioni, le discordie e le feste, i bisogni e le ricerche che costituiscono la vita ordinaria.
Negli anni '50 aveva più risultati la tv che il banco scolastico. Pensa che sia così anche oggi?
No, non è più così. Siamo ben lontani dalla televisione cosiddetta pedagogica. Quella scatola di legno ha unito l’Italia un secolo dopo i Mille di Garibaldi. Ha insegnato una lingua comune ai contadini di Reggio Calabria e di Trento. Ha accompagnato e incentivato il boom economico. Ha costruito un intero sistema di sogni e bisogni per milioni di persone. Ha fatto tutto questo, la televisione, e lo sappiamo bene. Sono ormai luoghi comuni, frasi che conosciamo alla perfezione, che ci vengono ripetute da più di cinquant’anni da massmediologi e uomini della strada, senza distinzione alcuna. Il 3 gennaio 1954, gli italiani (o almeno quei pochi che possedevano il costosissimo apparecchio) scoprirono la scatola magica che in America e in Inghilterra era già un fenomeno consolidato. Quella sera di cinquantasei anni fa, mentre Fulvia Colombo faceva il primo “annuncio”, lanciando, tra gli altri programmi, la rubrica Arrivi e partenze presentata, neanche a dirlo, da Mike Bongiorno, quanti pensavano che lo strano “elettrodomestico” avrebbe cambiato la nostra vita? Non molti, forse. Eppure oggi le giornate di milioni di persone sono scandite dai palinsesti. Ma la tv pedagogica, e magari un po’ noiosa, degli esordi non c’è più. La questione sta tutta nel decidere se rimpiangerla o meno. Sicuramente oggi non avrebbe più senso un programma come Non è mai troppo tardi (condotto dal maestro Alberto Manzi) che per dieci anni (dal 1959 al 1968) contribuì, e non poco, a combattere l’analfabetismo presente nella penisola. Forse oggi l’analfabetismo ha solo cambiato connotati, e non riguarda soltanto scrivere, leggere e far di conto. La televisione pedagogica, dunque, ha svolto un ruolo fondamentale per la creazione di una coscienza sociale e culturale degli italiani.
Lei ha scritto un libro dedicato a questo argomento ("La storia in tv. Immagine e memoria collettiva") in cui parla di come la storia sia diventata parte della programmazione televisiva a tutti gli effetti, adattandosi perfettamente al mezzo. Ma ci sono dei limiti?
Gli ultimi cinquant'anni di storia sono stati caratterizzati dalla presenza sempre più pervasiva del piccolo schermo sulla scena sociale e culturale, e chi voglia ricostruirne i passaggi chiave non può non ricorrere anche agli archivi televisivi. La televisione è diventata fonte del discorso storico.
Ricostruire il dibattito sul rapporto fra storia, media e tv in particolare presenta alcune incognite e necessita di considerazioni preliminari. Si tratta infatti di delineare un dibattito ancora in corso, che negli ultimi anni ha visto crescere il numero dei contributi, anche editoriali, che hanno letto le dinamiche incrociate tra storia e televisione attraverso un doppio sguardo nei risultati spesso coincidenti ma non del tutto sovrapponibili.
Il primo è lo sguardo degli storici, ovvero di coloro che, a partire anche da nuove prospettive storiografiche, avvicinano i mezzi di comunicazione per inglobarli all'interno del proprio ambito di ricerca. Semplificando, si tratta di un percorso che parte dalla storia (e da concezioni storiografiche), arriva a interrogare i media, per poi ritornare alla storia. Sullo sviluppo e i risultati di questo confronto pesano ancora persistenti diffidenze, vecchie pratiche storiografiche non del tutto archiviate e una particolare impostazione metodologica.
Il secondo sguardo è quello degli studiosi dei media, ovvero di coloro che, a vario titolo (massmediologi, sociologi, teorici, storici dei media ecc.), utilizzano la propria conoscenza del sistema mediale per indagarne i rapporti con la storia. Semplificando, si tratta di un percorso che parte dai media (e da discipline quali la sociologia, la semiotica ecc.), arriva a interrogare la storia, per poi ritornare ai media. In alcuni casi il ricercatore si prefigge esplicitamente lo scopo di analizzare il rapporto tra media e storia. In altri casi, invece, indagando la specificità dei media in quanto tali, arriva a illuminare il loro rapporto con i fatti storici.
La storia ha sempre diverse versioni. Come vive la tv questa duplicità? Riesce a porsi come super partes?
La televisione non si limita a rappresentare o a raccontare la storia in diretta; è spesso in grado, attraverso la stessa rappresentazione, di produrre essa stessa altri importanti eventi. Fu il caso delle manifestazioni nei Paesi dell'Est del 1988-89, le cui immagini, riprese dalla televisione, incisero direttamente sulla fine dell'impero sovietico.
Nel tempo il rapporto tra storia e tv si è consolidato anche in un altro senso, per lo spazio crescente che la televisione (non solo italiana) dedica ai programmi di carattere storico, spesso assegnandosi esplicitamente il compito di contribuire alla costruzione della memoria collettiva, tanto da far ritenere che, già oggi, le rappresentazioni che abbiamo del nostro passato siano il frutto, assai più che dei libri degli storici e dell'insegnamento scolastico, delle immagini trasmesse dal piccolo schermo. Si pensi al successo di una serie come “La grande storia”, “La storia siamo noi” o alla crescente produzione di fiction di argomento storico.
Se la televisione è diventata dunque la principale «industria della memoria», è anche vero però che il tipo di storia che essa produce e diffonde sta in un rapporto problematico con il lavoro tradizionale degli storici. L'immagine televisiva del passato si basa infatti su procedimenti di rappresentazione e spiegazione diversi da quelli usati dalla storiografia. L'autenticità di un documento, ad esempio, costituisce un punto di partenza essenziale per il lavoro dello storico.
Nel caso della tv ciò è assai difficile da stabilire, sotto la massa delle innumerevoli versioni che di un filmato sono state fatte in occasione dei programmi più diversi, mescolando intenzionalmente realtà e finzione, assemblando in un montaggio da videoclip frammenti della nostra storia passata e recente. La tv ha il suo punto di vista, le sue regole, le sue tecniche e il suo mercato di riferimento esterno ed interno, dunque la visione della storia non può che essere che parziale.
La tv racconta ma allo stesso tempo costruisce la storia. Da Benigni che illumina parti gloriose dell’Unità d’Italia e ne lascia in ombra quelle più spiacevoli a Dell'Utri che qualche anno fa cercava il senso comune dello spettatore locale di VCO Sat Video Novara leggendo brani tratti dal (poi dichiarato falso) diario di Mussolini. Si può parlare di una storia televisiva?
Si può parlare di una nuova storia che, ampliando il proprio campo di interesse, annette tra le sue fonti primarie anche testimonianze non scritte, allargando così il campo di ciò che può essere ritenuto a tutti gli effetti un documento. Successivamente, mette in crisi il concetto stesso di documento, non più testimonianza oggettiva, ma frutto di un'intenzionalità. La distinzione fra monumento e documento viene così a cadere.
Lo storico non può più far uso di una teoria delle fonti, per così dire, organica come quella positivista, ma, di fronte all'ineluttabile intenzionalità di ogni testimonianza del passato, ma sceglie i documenti/monumenti più utili alla propria ricerca, analizzandoli anche con l'ausilio di metodologie appartenenti ad altre discipline.
La nuova storia, pur ambigua nei suoi effettivi risultati apre progressivamente le porte all'uso dei media all'interno della ricostruzione storica. Il nuovo concetto di documento/monumento permette alle immagini di rientrare a pieno titolo tra le fonti storiche.
A causa della loro massiccia presenza, le immagini tendono a diventare la fonte principale della nostra epoca, testimoni di fatti storici, ma anche indispensabili strumenti per ricostruire la storia della mentalità, dell'immaginario e della cultura di un determinato periodo.
Vanno evitate quindi semplicistiche letture contenutistiche, che non tengano conto dei metodi di produzione, del linguaggio e delle forme proprie delle immagini in un determinato momento della loro evoluzione storica. L'immagine audiovisiva va sottoposta a una determinata lettura, attraverso l'ausilio di strumenti provenienti da altre discipline come la semiotica, la storia dei media, l'estetica ecc. Procedure metodologiche che sono però acquisizioni anche piuttosto recenti.