L’Italia è l’unico luogo al mondo
dove è nata prima la cultura e poi la Nazione.
Dobbiamo andar fieri di questo.
(Roberto Benigni)
Abbiamo fatto l’Italia,
ora dobbiamo fare gli italiani.
(Massimo d’Azeglio o, secondo alcuni storici, Cavour)
La lingua italiana è stata
un fattore determinante del processo di unificazione nazionale.
(Giorgio Napolitano)
Se dal
1861 ci si è posti l’esigenza di
“fare” gli italiani, a tale scopo non poteva essere che fondamentale un uso nazionale, cioè comprensibile in tutta la Penisola, della
lingua italiana. Un aggettivo, quest’ultimo, con cui ancora non era possibile etichettare l’idioma parlato da Nord a Sud. La
questione della lingua ha origini antichissime, molto lontane persino da 150 anni fa. Una discussione che riguardava in particolar modo il
mondo della letteratura, della prosa e della poesia, e che quindi era rivolta ad una cerchia di persone abbastanza colte, gruppo troppo ristretto per assurgere a problema nazionale. Nel periodo pre-risorgimentale e risorgimentale poi,
due sono state le principali
spinte a rendere impellente per tutti gli italiani
la questione linguistica: la
stampa e in seguito
l’Unità del Paese.
Durante l’Umanesimo, ad esempio, fu lo sviluppo dell’editoria quotidiana a spingere verso una lingua comune, a causa dell’esigenza commerciale di una forma giornalistica piuttosto omogenea e comprensibile in tutto il Paese. Allora fu il “dialetto” toscano dei grandi autori del ‘300 ad assurgere a lingua nazionale, anche se soltanto per il mondo della cultura.
Ecco, come ha affermato Benigni a Sanremo, ci fu prima la cultura, poi la Nazione. Fu proprio il neonato Regno d’Italia a riproporre l’incombenza di un’unitarietà linguistica nazionale, perché appunto bisognava “fare gli italiani”.
La situazione in cui i nostri Padri fondatori trovarono l’Italia era caratterizzata da una profonda divisione tra le Regioni e le classi sociali del Nord, più avanzate, e quelle del Sud, più arretrate. Quando nel 1861 fu terminato il primo censimento d’Italia, ci si rese conto che il 75% della popolazione di età superiore ai 5 anni non era in grado di leggere, né di scrivere. Una percentuale che in alcune zone del Sud raggiungeva addirittura il 90%. Una quota diversa inoltre caratterizzava i maschi e le femmine, spesso lontane dalle scuole. Diversamente dal resto d’Europa, in Italia la maggioranza delle persone non conosceva altro linguaggio al di fuori del dialetto parlato nel luogo di nascita (che spesso era lo stesso della morte).
Con l’Italia unita, non era più soltanto la letteratura a dover parlare “italiano”, ma anche il sistema statale, amministrativo e scolastico. Erano i cittadini tutti a doversi esprimere in modo tale da essere capiti da tutti, così come doveva fare la burocrazia, le istituzioni democratiche e persino gli studenti, i cittadini del domani.
Per questo motivo nel 1868 il Ministro della Pubblica Istruzione, Emilio Broglio, nominò una commissione con il compito di dare direttive affinché si diffondesse nel popolo l’uso della buona lingua e della buona pronuncia. La proposta del Presidente della commissione, Alessandro Manzoni, di promuovere la lingua parlata dai borghesi fiorentini a lingua unitaria dello Stato iniziò subito a prevalere. Broglio avviò così la compilazione del Novo vocabolario della lingua italiana secondo l’uso di Firenze, uscito fra il 1873 e il 1897. Una questione avanzata in quegli anni, inoltre, era relativa alla diffusione della lingua: se per Manzoni il luogo principale deputato a tale compito doveva essere la scuola, per il linguista Ascoli doveva essere l’intero mondo dei saperi: la società civile, le istituzioni culturali, le università, le scuole, la scienza e la tecnica.
Con l’inizio del “Secolo breve” l’uso della lingua abbandona ristrette cerchie della popolazione grazie alla notevole riduzione dell’analfabetismo che nel 1911 diminuisce di un terzo rispetto a quaranta anni prima. Ciò inoltre porta alla diffusione dei giornali, i quali, dal punto di vista linguistico, divengono i principali mezzi di diffusione e sviluppo della lingua, a scapito della letteratura più colta e raffinata. Non sono solo i giornali ad avere una tiratura quasi nazionale: anche i giornalisti cominciano a girare l’Italia intera ed ecco che nei loro articoli riportano termini che non appartengono alla zona in cui si sono linguisticamente formati: capita quindi che termini settentrionali trovino spazio nelle testate del Centro e del Sud e che meridionalismi si ritrovino nei giornali del Nord.
La realtà linguistica del Paese mutò grazie non solo all’alfabetizzazione e alla scolarizzazione, alle migrazioni interne ed esterne e allo sviluppo dei mezzi di comunicazione e di spettacolo, ma anche col contributo di alcuni fenomeni quali l’industrializzazione, l’urbanesimo, la nuova burocrazia, l’esercito nazionale e i conflitti bellici mondiali, in particolare la Grande Guerra.
Nei primi decenni del Novecento, inoltre, si svilupparono alcune tecnologie comunicative che sarebbero divenute centri di diffusione della cultura orale di massa, in contrasto all’ancora ristretta cultura scritta. In particolare la radio ed il cinema avranno questa funzione, sostituiti poi negli anni ’60 dalla televisione.
Durante il ventennio fascista la lingua subisce alcuni sconvolgimenti. Si verifica ciò che è stato definito italianizzazione della lingua. L’ideologia nazionalista porta i dirigenti fascisti verso due direzioni: avversare l’uso del dialetto dal momento che la conservazione delle tradizioni locali avrebbe potuto agevolare spinte autonomistiche, contrarie alla concezione mussoliniana di Stato centralizzato; e creare neologismi per sostituire quei termini esteri che avrebbero macchiato la “supremazia italica”. Alcuni anglicismi sono modificati: cashmere diviene casimiro, film filmo, alcool alcole; altri invece sono completamente sostituiti con nuove parole: il bar si trasforma in mescita, tennis in pallacorda, whisky in acquavite e cocktail in bevanda “arlecchina”. L’italianizzazione s’impone anche sulla toponomastica e sui cognomi.
Uscendo dal Fascismo e dalla Seconda Guerra mondiale, l’Italia sente il bisogno di avere nuove certezze civili e culturali, in particolare nella lingua. A questo scopo si pone la Costituzione repubblicana, la quale sancisce ad esempio l’obbligatorietà della scuola gratuita, la tutela delle minoranze linguistiche e in generale il principio dell’uguaglianza linguistica. Sul piano civile, sociale e culturale diviene fondamentale il ruolo dei partiti e dei sindacati. Sul piano economico si assiste ad un progressivo abbandono dell’agricoltura a vantaggio dell’industria e del terziario; a tale fenomeno è legato la migrazione dalle campagne e dalle montagne verso la città, e dal Sud verso Roma e il Nord. La diffusione dell’italiano ora non è più soltanto frutto di piani del Governo, ma conseguenza naturale del processo emigratorio.
Ultimo slancio verso la sempre più definitiva unità linguistica è rappresentato dallo sviluppo e dalla funzione acquisita dagli anni ’50-’60 in poi dalla televisione. La scatola magica comincia ad essere vista da tutte le classi sociali. Soprattutto lontano dalle città si sviluppa il rito della visione collettiva per cui la televisione diviene elemento di integrazione sociale. Come affermò Tullio De Mauro: “la televisione è servita a scoprire e ad acquisire una dimensione comune e, quindi, è servita da scuola di espressività e mezzo di unificazione linguistica”.
Ma come parlano gli italiani oggi? Secondo alcune ricerche linguistiche a partire dagli anni ’70 ad oggi, è ancora presente, ma in calo sempre più vistosamente, una percentuale di individui che parla solo o prevalentemente in dialetto anche con gli estranei. All’opposto è sempre più in crescita una fetta di popolazione che parla esclusivamente in italiano in qualsiasi contesto comunicativo, anche familiare. Ancora oggi, tuttavia, la maggioranza degli italiani dichiara di parlare in modo alternato la lingua nazionale o un dialetto, a seconda delle situazioni in cui si trova e degli interlocutori con cui ha a che fare. Ovviamente l’idioma utilizzato dipende da molteplici fattori: socioeconomici, anagrafici, culturali.
Ora a centocinquanta anni dall’Unità d’Italia non resta che chiederci: che lingua parleremo in occasione del bicentenario?