A chi fa male la comunicazione?
A chi fa male la comunicazione?

Non nascondiamoci dietro la evidente rozzezza degli attacchi e cerchiamo di osservare e di dare un senso a quanto sta accadendo. Provando a superare il senso di profondo disagio – quasi di disgusto – per l’ulteriore prova di ideologica arretratezza della classe politica che gli elettori ci consegnano con disarmante continuità.
Il governo in carica è sicuramente il più interessato alla comunicazione – e al controllo dei media – tra quelli che si sono succeduti nella vita della nostra repubblica. Si può dire che è ossessionato dalla comunicazione. Che non ha vita autonoma rispetto alla comunicazione.
E’ guidato dal tycoon della più grande impresa media italiana; da un uomo che tutti – anche i suoi più acerrimi avversari politici – considerano insuperabile come comunicatore. Quando lancia gli slogan (“meno tasse per tutti”); incorre in apparenti gaffes, in realtà abili ammiccamenti al suo elettorato (meglio essere appassionati delle belle ragazze che gay”); racconta barzellette con espressioni poco adatte alle educande e riesce addirittura ad ottenere una valutazione positiva del “contesto” da parte delle gerarchie cattoliche; irrompe telefonicamente nelle trasmissioni televisive di gossip denunciando i “comunisti in cachemire”; si fa fotografare attorniato da figli e nipoti sulla copertina di Chi.
Nel tempo libero da queste attività, vengono esaminati quotidianamente sondaggi di opinione, realizzati bozzetti per i loghi e il nome dei nuovi movimenti elettorali che si succedono con cadenza quasi biennale, prenotati gli spazi per gli adorati cartelloni pubblicitari 6X3, valutata l’efficacia comunicativa del personale politico secondo le logiche del casting televisivo. L’elenco – a mero titolo di esempio – è assolutamente incompleto e consapevolmente disinteressato rispetto a questioni di tipo legislativo, regolamentare o di controllo dei posti di responsabilità nella stampa o in tv.
Verrebbe da dire che, fin quando è in carica “un” governo Berlusconi, il lavoro non dovrebbe mancare per i giovani laureati in discipline comunicative. Non c’è traccia invece di gravosi impegni futuri per i famosi “laureati in discipline tecniche”, se si fa eccezione del nucleare e del ponte sullo stretto di Messina. E anche quando i ministri assumono, come nel recente caso del Ministro per il Turismo Brambilla, sembrano nettamente privilegiate il marketing e la comunicazione.
E allora, perché almeno due ministri della Repubblica (Gelmini e Sacconi) pensano apparentemente il contrario e attaccano i laureati in scienze della comunicazione?
Basterebbe infatti che i nostri due ministri controllassero i dati per rientrare, come sempre, in sintonia con Berlusconi. E se proprio si vogliono prendere le distanze dalle università pubbliche – potenziale covo di “comunisti” nell’immaginario ministeriale – si può sempre evitare la rozzezza di un attacco indifferenziato e distinguere gli universi di riferimento.
Dai dati Almalaurea, Gelmini e Sacconi potrebbero così apprendere che i laureati nel 2008 del corso di laurea specialistica in Pubblicità e comunicazione d’impresa della Facoltà di Scienze della comunicazione e dello spettacolo dello IULM (Milano), a distanza di 1 anno dalla laurea, lavorano per il 72,9%, sono disoccupati per l’11,6% e guadagnano in media 1.157€ al mese. Sia detto per inciso, i dati pubblici Almalaurea – utilizzati anche dagli uffici ministeriali – per il corrispondente corso di laurea nel mega ateneo pubblico Sapienza di Roma sono i seguenti: 55% lavorano; 18,3% si dichiarano disoccupati; il salario medio scende a 838€ mese. Indicatori di una maggiore difficoltà di assorbimento da parte del mercato del lavoro, anche se si deve considerare – come si evince dai bilanci Mediaset – che la crisi ha fortemente inciso sui budget pubblicitari e, più in generale, sulle attività di promozione e comunicazione aziendali.
E anche sul piano del profilo formativo, i due ministri potrebbero prendere atto – pacatamente – che l’istituzione dei corsi di laurea in comunicazione non ha significato promuovere lo studio di “amenità” varie. Dopo aver scontato qualche inefficienza e improvvisazione – come molte altre facoltà umanistiche dove i curricula sono meno prescrittivi a livello europeo – la maggior parte dei corsi di laurea in scienze della comunicazione hanno assunto una configurazione disciplinare e obiettivi formativi molto simili a quelli che vengono proposti in altre università, in Europa e negli Stati Uniti. Come per le discipline scientifiche, i migliori laureati in scienze della comunicazione italiani – almeno dalle esperienze cui posso accedere personalmente – non sono affatto svantaggiati quando chiedono di lavorare o continuare a studiare (in un Master o un dottorato) a Londra o a Los Angeles.
Ovviamente continuano a esistere in giro per l’Italia corsi di laurea in comunicazione poco qualificati. Ma questo è vero per molte facoltà, anche scientifiche: una laurea in ingegneria in un Politecnico del nord, come tutti sanno, non è assimilabile a una laurea in ingegneria in una piccola università del centro sud. E poi, il Ministro Gelmini dovrebbe al riguardo sentirsi garantita dalla “stretta” imposta non solo dalla recente riforma universitaria ma anche dai regolamenti e dalle prime circolari ministeriali applicative. Il controllo centralizzato – che alcuni, a ragione, definiscono troppo burocratico – dovrebbe garantire almeno sul rispetto degli standard di docenza e attrezzature, oltre che sulla relativa omologazione dei curricula.
Rimane il fatto che la rozzezza e la carica ideologica del dibattito pubblico in Italia è impressionante e non finisce mai di stupirmi nonostante la lunga esperienza di vita e professionale. Dieci anni fa la parola “comunicazione” veniva evocata per prendere applausi e colpire l’immaginario dei giovani che affollavano le prove di accesso ai corsi di laurea in Scienze della comunicazione, spesso senza sapere bene cosa andavano a studiare.
Ora la parola comunicazione viene rigettata dalla classe politica. O per essere più precisi: viene svalutata la formazione universitaria nelle discipline comunicative, non gli “esperti in comunicazione” che prendono le consulenze ministeriali, propongono inqualificabili spot per promuovere il turismo in Italia con la voce del premier e affollano i talk show televisivi. Viene quasi da pensare che a qualcuno dispiaccia che la media literacy promossa dalle università (pubbliche e private) diventi patrimonio e asse portante delle competenze professionali di migliaia di ragazzi e ragazze. E per questo la si definisca una “amenità”. Ma così non si offende solo la preparazione e l’investimento culturale e professionale di molti giovani; si fa un danno anche al Paese, contribuendo a marginalizzare alcune delle intelligenze più vivaci, autonome e creative.
Caro prof. Marinelli, la
Caro prof. Marinelli, la comunicazione dovrebbe renderci "liberi" - "creativi" - "non manipolabili" oppure dei "consenzienti" al sistema. L'attuale regime mi sembra prevalentemente a corsia preferenziale per i "consenzienti" al sistema". Affiora l'atavica paura del "senza ruolo" per chi si fa promulgatore e magnificatore dell'inopportuno tycon che ci sta obnubilando le nostre gionate con la politica del "fare" - niente. Con un controllo - anche questo - a senso unico - dello stesso. E' per questo non controllo in todo di tutta la comunicazione che lo stesso fa la guerra a noi . a voi tutti. Non lo avete "magnificato" abbastanza per renderlo benevolo e soprattutto generoso per l'altrui alternativo "spessore" di divulgatore della conoscenza. Vi teme e da qui la "denigrazione"... L'unico aspetto che mi consola è il tempo che passa - per tutti - anche per lui... è solo - democraticamente - questione di tempo - passerà...
Quando sostenni l'esame di
Quando sostenni l'esame di Comunicazione di massa, capì perché questo governo ce l'ha con "noi". Teorie come quella sulla spirale del silenzio,della coltivazione o della agenda setting,costringono a una ridefinizione della democrazia che in altri paesi è stata già fatta. Al costo di sembrare troppo sintetico l'impressione è che Berlusconi,che ha capito la portata rivoluzionaria della tv nella politica,voglia il monopolio del livello formativo in questo campo di studi e non solo.Danneggiare la formazione pubblica in favore del privato mira a creare un popolo ignorante senza idee precostituite e dunque più malleabile dalla propaganda politica. Dite che sono troppo apocalittico?Vorrei tanto sbagliarmi...