Cosa significa per il singolo studente guardare oltre i confini?
Parto da che cosa significa per l’Università. Significa rispettare il ruolo originario dell’istituzione, che era del tutto indifferente rispetto alle basi regionali di partenza: già gli studenti degli Atenei di Padova o di Bologna, nel Medioevo, quindi all’inizio dell’avventura storica dell’Università, erano divisi per nationes. Significa riguadagnare uno spirito di universalismo, l’esperienza di quelli che Umberto Eco chiamerebbe i clerici vagantes, esattamente come all’inizio della vicenda europea.
È importante ricordare le radici sopranazionali dell’Università, perché lo studente sembra tutto sommato la persona più adatta ad essere sui confini. Se ci pensiamo bene, gli altri attori dell’Università, i docenti e il personale, sono per definizione più adulti, più strutturati, più legati a ruoli, famiglia potere, e quindi per quanto la loro mente possa essere aperta all’Europa sono quasi fisicamente trattenuti nel loro territorio, legati a una identità. I giovani, invece, sono per definizione alla ricerca di un’identità, quindi per uno studente l’avventura che si chiama “Finestra sull’Europa” significa non aprire le finestre, perché sono già aperte, ma indirizzare l’attenzione verso un soggetto che nella loro vita sarà ancora più vitale perché loro vivranno sempre di più in Europa.
Come si inseriscono le tematiche di attualità europea nella vita di uno studente?
Si possono inserire almeno a due livelli. Il primo è l’apertura dei curricula e dei corsi di studio: è evidente, ad esempio, che immaginare i concetti di comunicazione e tecnologie arenati ad un mercato goffo e politicamente condizionato come quello italiano è un non-sense. La comunicazione e le tecnologie sono ancorate ad una dimensione sovranazionale, e questo è evidente già al livello normativo, che non a caso nel contesto europeo è più avanzato, è più al futuro di quello italiano. Quindi la prima dimensione è una forte immersione di contenuti europei nei curricula, nei libri, nello studio, nell’economia dell’attenzione dei docenti e degli studenti, che in questo caso sono inevitabilmente alleati.
Il secondo livello coinvolge un sapere che si arricchisce a livello prestazionale. L’Europa è ovviamente un’avventura emozionante, ma va sostenuta dalle istituzioni, il che significa dare agli studenti che si muovono il massimo delle certezze disponibili in una apertura che per definizione ha qualche incertezza di fondo. Investire sulla mobilità significa superare il provincialismo, emanciparsi dalle sottoculture di provenienza, valicare i limiti culturali del proprio territorio. Sembra un aspetto strumentale, ma è in realtà un modo con cui le culture vengono spinte verso l’innovazione. Il vero traguardo di questa iniziativa, infatti, è quello di non lasciare gli studenti vittime di climi culturali dominanti nel loro ambiente, e non dobbiamo dimenticare che le culture giovanili non si muovono in un clima necessariamente innovativo, ma sono condizionate anche da quello della città, della regione di provenienza. Pensiamo a cosa significa per uno studente proiettare se stesso in un contesto diverso da quello in cui è ovattatamente protetto dalla famiglia o dalla tradizione sottoculturale: è una sfida, una forte dimensione di socializzazione alla modernità.
La delicata situazione universitaria è un motivo in più per portare avanti il progetto?
Sì, e per due motivi. Anzitutto perché dobbiamo dare prova che l’Università sa superare il conflitto politico. Domani [oggi, ndr] la riforma verrà approvata, e non sarà certamente una festa, ma l’istituzione deve per definizione andare avanti. Se il DDL diventa legge dello Stato è chiaro che saremo chiamati non solo a rispettarla, ma a interpretarla, e questo significherà un’ulteriore momento di scossa negli ordinamenti didattici, in un momento in cui piuttosto occorrerebbe manutenzione dei cambiamenti già introdotti.
In un simile contesto, e arriviamo al secondo motivo, la dimensione europea è importante anche perché rappresenta un evidenziatore dei diversi sistemi di attenzione che la politica ha nei confronti dell’Università. Questo allargamento dello sguardo sarà certamente uno dei compiti di “Finestra sull’Europa”. Non è pensabile che il nostro paese sia così arretrato da restare fuori dal mercato culturale europeo; non parlo di quello economico, ma del mercato della scienza, dell’innovazione e della competizione. È giunto il momento di dire chiaramente che la “via italiana” al riformismo universitario non recita la parola competitività.