Sono eritrei, ma anche somali, sudanesi, la nuova carne da macello dell’Occidente. Sono scappati da dittature, miserie, hanno attraversato intere nazioni inseguendo la vacua possibilità di un futuro che non sia già ieri. L’odissea di questi nuovi schiavi del ventunesimo secolo è iniziata a luglio quando giunti in Libia furono imprigionati perché clandestini: la loro vita valeva 2.000 dollari, 2.000 dollari per essere liberati, per continuare il cammino verso l’Europa, forse l’Italia, la loro America. Ma il viaggio per questi uomini, per queste donne, alcune anche incinte, violate ad ogni frontiera valicata, si è fermato nel deserto del Sinai: i trafficanti li hanno sequestrati e pretendono 8.000 dollari per liberarli. Chi tenta di fuggire viene ucciso, almeno sei di loro sono già morti. Prigionieri nel deserto, tenuti in vita finché utili, nient’altro che merci da cui ricavare un profitto.
Quattro minuti. Questo è il tempo concesso dai sequestratori ai profughi per chiamare i loro parenti con un cellulare satellitare e chiedere di mandare il denaro necessario per la liberazione. Quattro minuti per parlare al mondo, per implorare aiuto: “siamo incatenati, in condizioni gravissime, da tre giorni non mangiamo. Venite a salvarci. Siamo in una situazione terribile e stiamo rischiando la vita. Nove di noi sono stati picchiati selvaggiamente e ora sono feriti. Altri hanno malori per la fame o per l'acqua salata che ci danno da bere”. Un suono metallico in sottofondo: le catene che con cui sono legati. Alcuni di loro hanno avuto il coraggio di telefonare all'Agenzia Habeshia per la cooperazione allo sviluppo che ha lanciato l’allarme. Don Mussie Zerai, prete cattolico eritreo e responsabile dell’agenzia, sta cercando di sensibilizzare l’opinione pubblica internazionale: ha sollecitato l’intervento dell’Italia e della Comunità Europea affinché facciano pressioni sul governo egiziano, l’unico in grado di intervenire in quelle zone. “L`Italia non può stare a guardare mentre centinaia di persone rischiano lo sterminio” ha dichiarato Don Mussie Zerai.
Dopo gli accordi italo-libici del 2009, gli emigranti che giungono in Libia diretti in Europa vengono imprigionati o portati direttamente a morire nel deserto. Quelli che riescono ad imbarcarsi per le coste italiane sono intercettati dalle navi libiche e rispediti indietro anche se si trovano in acque internazionali. Non hanno la possibilità di chiedere asilo politico, diritto garantito dall’articolo 14 della Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo. Ma non possono neanche tornare nel loro paese d’origine perché la maggior parte di loro scappa da persecuzioni e dittature: fare ritorno in patria significherebbe essere uccisi, morire. Così adesso chi sogna l’Europa tenta di arrivare al mare attraverso l’Egitto e diventa facile bersaglio dei predoni del deserto. Questa è la storia degli ottanta eritrei prigionieri, la storia di migliaia di persone che rischiano di morire per conquistare il diritto a vivere dignitosamente. Intanto è passato un mese e nulla sembra essersi mosso. I profughi hanno raccontato a Don Mussie Zerai che i prigionieri sono molti di più, forse addirittura seicento: seicento persone torturate, incatenate, malnutrite. I trafficanti hanno lanciato un ultimatum: se il denaro non arriverà in fretta tutti gli ostaggi verranno uccisi.
Centinaia di persone in questo momento stanno morendo nel deserto e non è vero che sono lontani, che non ci riguarda. Viviamo in un mondo in cui basta un click per sapere cosa succede a migliaia di chilometri di distanza: noi sappiamo che ci sono seicento uomini che rischiano la vita e sapere ci obbliga a fare. Abbiamo il dovere di non girarci dall’altra parte, di non cedere alla morsa dell’indifferenza. Troppo poco si parla di questa tragedia che si sta compiendo sotto i nostri occhi. Non ci sono foto di questi disperati, non conosciamo i loro volti, i loro nomi, possiamo solo sentire le loro voci, voci disperate che implorano aiuto. Ma questa perversa logica mediatica, che ci fa credere che esiste solo quello che possiamo vedere, non può essere un motivo di indifferenza, non può essere una giustificazione. Abbiamo tutti la responsabilità di quello che sta accadendo. Utilizziamo tutti gli strumenti che le nuove tecnologie ci offrono per urlare la nostra indignazione, per chiedere la liberazione di queste persone. Scendiamo nella piazza mediatica. In fondo non c’è proprio nulla di più importante della vita umana.