"Ho capito il suo gesto. Era stato tagliato fuori ingiustamente dal suo lavoro, anche a guerra finita, e sentiva di non avere più niente da fare qua. La vita non è sempre degna di essere vissuta; se smette di essere vera e dignitosa non ne vale la pena. Il cadavere di mio padre l'ho trovato io. Verso le sei del mattino ho sentito un colpo di rivoltella, mi sono alzato e ho forzato la porta del bagno. Tra l'altro un bagno molto modesto."
"La vita non è sempre degna di essere vissuta".
E Mario Monicelli ha deciso a 95 anni di lasciare alle spalle la notizia di un tumore alla prostata e una cronaca quotidiana che non gli piaceva affatto: nell'ultimo anno il regista aveva fatto sentire forte il suo sostegno alle proteste contro i tagli alla cultura. E qualche mese fa aveva incontrato anche gli studenti in rivolta alla Terza università di Roma.
Non sembrava avesse una gran voglia di arrendersi, ma un volo dal quinto piano dell'ospedale San Giovanni ha segnato l'addio dell'ultimo grande maestro del cinema italiano. Dopo aver filmato settant'anni d'Italia se n'è andato senza lasciare neanche un biglietto. La notizia del suicidio in pochi secondi ha fatto il giro del web: commenti, foto, ricordi, riflessioni sono postati velocemente su Facebook e Twitter, mentre su YouTube i video del maestro hanno raccolto numerosissimi clic.
Il padre della commedia all'italiana Mario Monicelli era nato a Viareggio il 15 maggio del 1915. Figlio di Tomaso, critico teatrale e giornalista, dopo la laurea in storia e filosofia a Pisa, aveva esordito nel cinema nel 1932 con il corto, firmato insieme ad Alberto Mondadori, Cuore rivelatore.
Emigrato nella Roma fascista, il regista si era ambienta subito, nella capitale dell'Italia mussoliniana: anche se, come tutti i giovani di temperamento un po' anarchico, aveva sofferto la mancanza di libertà imposta dal regime. E così è solo nel dopoguerra, nel Paese diventato repubblicano, che insieme ad autori come Dino Risi, Luigi Comencini e Steno inventa, e rende grande, il filone aureo della commedia all'italiana. Ne diventa il padre fondatore e l'esponente più autentico, cinico, disincantato.
Una vita dedicata al cinema Quella di Monicelli è stata una vita dedicata interamente al cinema, al ritmo di quasi un film all'anno: esordì giovanissimo con il corto, firmato insieme ad Alberto Mondadori, Cuore rivelatore.
Poi I ragazzi della via Paal (1934) fino a Le rose del deserto (2006) e la sua ultima opera, il corto della sua carriera Vicino al Colosseo...c'è Monti, in programma fuori concorso alla 65esima Mostra del Cinema di Venezia.
Indimenticabili i suoi grandi successi, opere di enorme valore, che esprimono al meglio il suo stile: un misto di intelligenza applicata alle cose, di umanità disincantata e dolente, di amore per i perdenti e per chi non riesce fino in fondo ad adeguarsi alle regole del mondo.
Guardie e ladri (due premi a Cannes nel '51): insieme a Steno affronta temi realisti e drammatici, come la disoccupazione o la povertà, con i consueti toni leggeri e scanzonati
I soliti ignoti (nomination all'Oscar), dove una banda del buco di piccoli lestofanti romani di periferia cerca di rubare la cassaforte di un banco dei pegni («la commare») finendo per grattare, letteralmente, solo il fondo di una pentola di pasta e fagioli. Fu un film epocale e frutto di un lavoro corale di grandissimi attori, Mastroianni, Gassman (scoperto per la prima volta in un ruolo comico), una giovanissima Claudia Cardinale, Totò esperto di casseforti («la lubrificazione deve essere costante e i-nin-ter-rot-ta»), insieme a straordinari comprimari come appunto Murgia e Capannelle.nel pieno del suo sodalizio con Totò
La Grande guerra (1959) trionfatore a Venezia con il Leone d'oro, osteggiato dalle gerarchie militari con Gassman e Sordi lavativi nella Prima Guerra Mondiale ma in extremis capaci di un gesto di sfida che costerà loro la vita
L'armata Brancaleone (1965), ambientato in un Medioevo grottesco e di pura invenzione, con il solito gruppo di perdenti a fare da protagonisti
Sono gli anni dell'amicizia con Risi, degli scontri con Antonioni, del controverso rapporto con Comencini, del trionfo della commedia all'italiana e dei "colonnelli della risata".
La ragazza con la pistola (1968) dove Monica Vitti, riscoperta come attrice comica dopo gli anni dell'incomunicabilità narrati da Michelangelo Antonioni, è una siciliana che si emancipa nella Londra ruggente del beat
Romanzo popolare, sulla storia d'amore tra un operaio anziano, Ugo Tognazzi, e una giovane donna, Ornella Muti, contesa tra due uomini (il rivale Tognazzi è un giovane Michele Placido) e che esce da questa contesa decidendo di appartenere solo a se stessa (Enzo Jannacci presterà al film la sua struggente canzone «Vincenzina davanti alla fabbrica»)
Amici miei (1975), dove raccoglie l'ultima volontà di Pietro Germi che gli affida la realizzazione del film, un inno all'amicizia malinconica che si prolunga oltre l'età matura, con Tognazzi, Noiret, Moschin, Celi e del Prete in una Firenze restituita al gusto della beffa. Noiret, il giornalista che va a letto contento per l'ennesima zingarata e sprofonda in un sonno da cui non si risveglierà è una beffa alla morte e un inno alla vita che è difficile dimenticare
Un borghese piccolo piccolo (1977) con Sordi trasformato in giustiziere nell'Italia feroce e senza speranza degli anni di piombo;
Seguono fra gli altri
Speriamo che sia femmina (1985)
Parenti serpenti (1993) con cui dimostra di saper leggere le trasformazioni della società italiana con l'acume e la cattiveria di sempre, raccontando il deteriorarsi di una società dimentica perfino della solidarietà familiare in nome dell'avidità.
Il Marchese del grillo, con un Alberto Sordi ancora lontano dalle stanche ripetizioni delle ultime fasi della carriera («Io so' io e voi nun siete un cazzo»)
Dopo un periodo di inattività, dovuto a motivi di salute ma anche in parte a difficoltà produttive, qualche anno fa, nel 2006, arriva il tanto desiderato ritorno sul set di un film: è Le rose del deserto, liberamente ispirato a Il deserto della Libia di Mario Tobino e a Guerra d'Albania di Giancarlo Fusco. Opera impegnativa, sul filone "italiani brava gente" mandati a morire lontano.
Stimato dalla critica e amato dal pubblico, Mario Monicelli non ha mai rinunciato al compromesso tra il cinema d'autore e le esigenze del botteghino e ha creato nella sua lunga e fruttuosa carriera una serie indimenticabile di personaggi e con la sua opera esaminata nel complesso un affresco, amaro e ironico al tempo stesso, dell'Italia e della sua proverbiale arte di arrangiarsi. lui devono tantissimo i migliori attori italiani del Novecento, a cui ha regalato pellicole e ruoli indimenticabili: da Vittorio Gassman a Totò, da Marcello Mastroianni ad Alberto Sordi, passando per Monica Vitti.
«Tiberio Murgia, che era un ex cameriere, mi aveva insegnato che i camerieri non si trattano male, perchè poi ti pisciano nella minestra»
Mario Monicelli parlando di Ferribotte, il piccolo malavitoso siciliano dei Soliti Ignoti (che in realtà era sardo, anche lui morto il 21 agosto 2011)
Che a Monicelli non piacessero i salamelecchi è certo, ma in tempi di tributi distribuiti con eccessiva enfasi, la definizione di Maestro è forse riduttiva.
Comunque era anche solito sostenere "moreno solo 'li stronzi"...
LOL A SENTIRE UN SUO
LOL
A SENTIRE UN SUO AMICO LUI ODIAVA ESSERE CHIAMATO...MAESTRO!
TITOLO AZZECCATISSIMO DIIREI.
Vero maestro
Che a Monicelli non piacessero i salamelecchi è certo, ma in tempi di tributi distribuiti con eccessiva enfasi, la definizione di Maestro è forse riduttiva. Comunque era anche solito sostenere "moreno solo 'li stronzi"...
MEGLIO MARCHESE GRAZIE ;-)
E quindi dovremmo sentirci in colpa perké siamo vivi? non capisco il "moreno solo lì stronzi"
Hai ragione era meglio di un maestro ecco perché magari un:
"CIAO MARCHESE" era meglio di ciao maestro..così d'emblée