L’oggetto principale dell’indagine ha riguardato il rapporto fra teens e mondo digitale, analizzando non solo le abitudini di consumo, ma anche il grado di consapevolezza percepito, le motivazioni di utilizzo e il valore affettivo attribuito alle singole tecnologie.
La ricerca, sebbene non sia rappresentativa della relazione dei giovani con i media digitali a livello europeo, o della condizione di tutti i teens nei singoli paesi coinvolti nell’indagine, restituisce un quadro di generazione, stimolando fra le righe una piccola riflessione sugli effetti, spesso involontari e incondizionati, della convergenza digitale. L'accelerazione mediale, evidente nei comportamenti culturali, lascia scorgere forme autoriflesse di divergenza sociale, mentale, contribuendo a ridefinire i contorni dell’essere giovani nell’era del post.
Digitali geneticamente, ipomediali nel comportamento
Solo il 37, 54% del campione analizzato nell'ambito della ricerca europea, usa con elevata competenza MSN e Skype, naviga con disinvoltura nei social network e scarica musica, film, foto nella logica transmediale, per il resto, permane ancora un 24, 82% definibile Tv-mediale (soprattutto italiano), un 25,09% orientato sulla tv via cavo e Internet (paesi dell'Est) con uno specifico focus su Lituania e Belgio che aggiungono alla loro regolare dita mediale radio e videogiochi (12,54%).
Dall’analisi dei dati, i teens sembrano geneticamente predisposti a intelligenze connettive (De Kerkhove, 1997), alla reticolarità e alla multiformità dei gesti e dei pensieri; questa loro potenzialità tuttavia è limitata da un paniere di variabili socioculturali che vincola e ridimensiona lo sviluppo neurologico e di comportamento.
I fattori discriminanti, generatori di disuguaglianze, sono molteplici e classificabili in una sorta di spirale immaginaria, già esplorata dalla letteratura scientifica. Al primo posto si collocano fattori infrastrutturali e tecnologici. Chi possiede adeguate e aggiornate infrastrutture e strutture hardware e software è agevolato nel costruire un rapporto più eclettico e flessibile con i media digitali (disuguaglianze di accesso). Al secondo posto, si pongono sia fattori politico-giuridici, relativi alle disposizioni governative in termini di integrazione tecnologica, sia fattori legati al reddito familiare, e dunque dipendenti dallo status e dalla condizione professionale. Il possesso e la disponibilità di un bene tecnologico, così come lo stato di aggiornamento e di avanguardia dei tools mediali condizionano la frequenza e l’intensità di utilizzo e il processo di appropriazione del medium (Bentivegna, 2008). Così nei paesi dell’Est, coinvolti nella ricerca, si rileva una scarsa penetrazione, negli adulti ma anche nei giovani, del pensiero e del consumo trans mediale; i giovani intervistati concentrano la loro attenzione su quelle tecnologie che, a causa di fattori discriminanti della spirale delle disuguaglianze appena sintetizzate, sono disponibili nel loro paese, spesso non propriamente avanguardiste.
A ciò si aggiunge qualche nota sull'evidente gap intergenerazione, fruitivo e conoscitivo, rispetto alle nuove tendenze digitali, evidente nella ricerca su tutti i fronti, dal web al mobile, dalla stampa alla radio: gli adulti sono più tradizionalisti e monomediali, mentre i giovani più mobili e tecnologicamente flessibili. Il primo dato, dunque, si pone effettivamente in continuità con quanto condiviso nel dibattito pubblico e scientifico sul rapporto con i media digitali: nativi vs immigrati[1]. Dall'altro lato, si rilevano anche gap intragenerazionali di consumo e di competenza, soprattutto per i giovani che inducono a ridefinire i ritratti di generazione. Da qui stili di consumo e cluster identificativi di consumo e competenza delineati nella ricerca presentati nel convegno del 29 ottobre 2010.
Desocializzazione dell’in-dipendenza giovanile
Analizzando i dati ella ricerca, ogni paese sembra caratterizzato dal consumo di un medium rispetto agli altri, anche se lo scarto non è altissimo, ad esempio in Belgio predomina l’autoradio (78,2%), nella Bulgaria il videogioco on line (72,8%), in Italia la tv broadcasting (56,5%), in Lituania la stampa on line (64%), in Polonia e in Romania la tv via cavo (61,5% e 54%). Tuttavia se con leader vogliamo intendere un medium che si distacca in modo evidente da tutti gli altri, non possiamo certamente attribuire questa etichetta.
Rispetto alle nuove generazioni, così dalla ricerca non si evince alcun medium leader di fruizione e nessuna tendenza identificativa, sempre in termini di abitudini, per le singole nazioni coinvolte nel progetto europeo.
Da qui una questione aperta: eclettismo e flessibilità comportamentale sono indicatori di un atteggiamento indipendente rispetto al media system, oppure sono segni dello stato di instabilità ed insicurezza esistenziale nelle scelte di fruizione?
Solo il riferimento a Internet è predominante (le percentuali sia dei giovani che degli adulti oscillano tutte oltre il 96%): “un posto dove andare a cercare l’inaspettato e l’ineffabile. Il web offre ai giovani una piattaforma dove cercare nuovi orizzonti”[2]. Questo dato tuttavia è poco significativo, se non esplicitato attraverso le funzioni svolte dai ragazzi con il web, , da cui ricavare effettivi stili di consumo e più o meno intense modalità di fruizione.
È come se il soggetto sfruttasse appieno la natura strumentale delle tecnologie, utile per raggiungere obiettivi di identificazione e di integrazione socioculturale, svuotando il medium di rilevanza culturale, soprattutto quando non è autoprodotta dal soggetto. Le tecnologie come prodotti non culturali?
È possibile riflettere e avanzare audacemente l’ipotesi secondo cui il medium inteso come hardware, tecnologia tangibile, perde progressivamente peso e valore per essere ridefinito sulla base delle sue funzionalità legate quasi esclusivamente ai bisogni del soggetto (Lughi, 2004). Il soggetto subordina l'uso dei diversi media per soddisfare bisogni personali, a prescindere dalle caratteristiche delle stesse tecnologie.
Dall’hardware al software: inversione di focus? Da qui l'esigenza di trovare e individuare nuove definizioni per le nuove configurazioni mediali delle nuove generazioni.
Verso forme di ego-tecnologie
La relazione spasmodica con le tecnologie può indurre a uno sbilanciamento del pendolo della socializzazione sull’io, soprattutto in virtù di quelle competenze tecniche, acquisite da un eccesso di fruizione, che secondo alcuni studiosi può sfociare nella cosiddetta “trance dissociativa da videoterminale”[3]. In tal senso potremmo parlare di una forma esagerata di individualismo (Bauman, 2004) nelle pratiche di consumo, con cui non intendiamo un rapporto isolato o solitario, quanto la tendenza a leggere il medium come semplice protesi espressiva del proprio ego.
Questo utilizzo sproporzionato, per appagare un desiderio di onnipotenza, induce inevitabilmente a un’iposocializzazione (Morcellini, 1993), perché regala l’illusione di soddisfare il senso di integrazione, di attivismo, di flessibilità attraverso una continua moltiplicazione delle chance di vita attraverso il digitale; questa stessa illusione diventa rischiosa perché infinitamente autopoietica.
Ritratti di competenze
Rispetto al quadro delle competenze, dai risultati della ricerca sembrano emergere con forza alcune intuizioni. Mentre i giovani sembrano essere orientati su livelli di competenza medio-alta rispetto alle diverse tecnologie (web, pc, mobile...), nel caso degli adulti intervistati ci collochiamo in una posizione diametralmente opposta. Da qui la domanda: che cosa intendiamo per competenza? Ciò che sembra determinare la forza conoscitiva delle tecnologie digitali alle nuove generazioni è soprattuttol’esperienza fruitiva, legate al saper fare, che tuttavia non restituisce la completezza del significato “competenza”, in quanto esso presuppone il sapere (teorico e non pragmatico) e il saper essere, inteso come capacità di analisi critica e di contestualizzazione di quanto interiorizzato in modo creativo (Perrenoud, 2003; Guy Le Boterf, 1990). In tal senso, è possibile parlare di una competenza digitale distorta di generazione?
Certamente la facilità di utilizzo e la gratuità di accesso favoriscono lo sviluppo del sapere tacito, soprattutto di nuova generazione, contribuendo a incrementare i gap con gli adulti che non sanno e non sanno fare. Quando tuttavia si considerano quei media, meno accessibili e meno comprensibili attraverso la pratica, come ad esempio l’uso della videocamera o del PC per funzioni più sofisticate e creative, i giovani hanno meno competenze di utilizzo.
Nello specifico, dai dati della ricerca sembra emergere una cittadinanza estetica mediale dei giovani, con cui vogliamo intendere l’eccessivo sviluppo di capacità di utilizzo autonomo dei codici digitali, che lascia tuttavia intravedere sullo sfondo latenze relative alla dimensione critica dei testi, alla qualità produttiva, a tutti quegli aspetti riflessivi legati all’universo mediale, che non possono essere appresi per esperienza diretta, ma necessitano di un approfondimento teorico e un ragionamento lento, profondo e accorto.
Il riscatto della mediazione culturale
“Perduti nel perdono. Gli amici non disapprovano, le madri difendono, la scuola ci passa sopra”[4], questa fase tratta da un articolo di giornale sintetizza efficacemente il problema moderno del cambiamento dei modelli culturali ed educativi nei tradizionali contesti di socializzazione, spesso additati nel dibattito pubblico e scientifico come effetto o sintomo di una dilagante crisi (Besozzi, 2006, Donati, 1998, Morcellini, 2004).
Il capitale socioculturale pregresso, sebbene non in modo esclusivo e assoluto, interviene nella personalizzazione e nella domesticazione delle tecnologie, determinando pesantemente l’ibridazione di variabili educative, tecnologiche e personali alla base del comportamento culturale e dello sviluppo di competenze (Silverstone, 2002, Thompson, 1998, Marinelli, 2004).
Proprio la mediazione culturale, fattore di rottura fra giovani e adulti alla luce dello sviluppo delle tecnologie comunicative, rappresenta il perno del loro ricongiungimento. L’intervento di più apparati e sistemi culturali e sociali (come la scuola, la famiglia, il gruppo dei pari, etc.) nel rapporto con le tecnologie potrebbe offrire alla comunicazione mediale una chance di riqualificazione della propria mission culturale di socializzazione, perché consentirebbe l’ibridazione e lo scambio di conoscenze e abilità appartenenti a diverse esperienze di vita e di cultura, promuovendo anche una diversa legittimazione di fronte agli occhi dell’opinione pubblica.
La costruzione del trinomio giovani, tecnologie e famiglia/scuola potrebbe essere la strada per ripercorrere tutti i livelli di competenza tecnologica dei soggetti con una diversa consapevolezza culturale e una rinnovata capacità riflessiva dei meccanismi di costruzione del testo, delle scelte linguistiche, delle strategie adatte per produrre una comunicazione efficace e situata. La questione aperta diventa la seguente: in che modo ripristinare questo trinomio? Quali strategie? Dalla consapevolezza all'azione: in che modo sollecitare il governo all'investimento su questi aspetti?
La strada che percorriamo e proclamiamo è quella della Media education come risposta alla sfida digitale moderna, rispetto alla quale tuttavia una riflessione più oculata dovrebbe provenire da più stakeholders: politici, professionisti dei media, ricercatori e insegnanti.
[1] Cfr. Urs Gasser, John Palfrey, Born Digital - Connecting with a Global Generation of Digital Natives, Perseus Publishing, 2008.
[2] Intervista a Tilde Giani Gallino, psicologa dello sviluppo, nell’articolo “Ma demonizzare non serve è il virtuale la loro vera realtà, Repubblica del 13/02/2008.
[3] La trance dissociativa da videoterminale viene descritta come uno stato involontario di trance frutto dell’alterazione temporanea dello stato di coscienza, oppure una perdita del senso abituale dell’indentità personale con il rimpiazzo di un’identità alternativa”, cfr. Cantelmi T., Talli M., D’Andrea A., Del Miglio C.,
La mente in Internet, Piccin Editore, Padova 2000oppure Cantelmi T., Giardina Grifo L.,
La mente virtuale, Edizioni San Paolo, Milano, 2002.
[4] Tratto da “I ragazzi perduti di Internet”, Repubblica del 28/01/2007.