Voto di classe
Voto di classe

Dobbiamo alla sociologia anglosassone del XX secolo il riferimento alla lotta di classe democratica quale manifestazione della definitiva istituzionalizzazione dei conflitti sociali novecenteschi. La correlazione tra interessi economici e comportamento elettorale, in base alla quale i lavoratori manuali votano per partiti politici di sinistra e tutti gli altri per partiti politici di destra, ha influenzato gli studi politici ed economici del secondo dopoguerra, per poi declinare rapidamente con il cambiamento degli anni ’70 e il nuovo scenario dischiuso dalla globalizzazione. Maurizio Pisati ci offre una panoramica sullo stato dell’arte di un’associazione, quella tra appartenenza di classe e scelte elettorali, che oggi suscita un rinnovato interesse alla luce dell’ eclettismo con il quale l’offerta politica cerca di porsi in sintonia con gli interessi che animano la società italiana.
Esiste ancora la lotta di classe democratica oppure la posizione sociale degli elettori non influisce affatto sulle loro decisioni? La ricerca dal titolo Voto di classe, pubblicata da Pisati per Il Mulino, mostra come l’appartenenza di classe sia una variabile politicamente rilevante ed illustra con perizia metodologica il rapporto che le più importanti organizzazioni politiche del dopoguerra hanno intrattenuto con borghesia, classe impiegatizia, operai ecc.
L’autore non manca di sottolineare come l’influenza della posizione sociale, molto importante nell’immediato dopoguerra, sia progressivamente declinata, pur rimanendo importante.
L’andamento di questo declino si presta ad alcune considerazioni, se è vero che esso si è manifestato in un momento di redistribuzione della ricchezza e di riduzione delle disuguaglianze, come sono stati gli anni ’70, per poi accentuarsi successivamente, in una fase nella quale, al contrario, le disuguaglianze tra classi hanno ripreso a manifestarsi con maggior vigore. Pisati sottolinea quindi la singolarità di un deallineamento tra classe e voto in anni di nuove e marcate disparità. Questo fenomeno consente di rimarcare due aspetti del nostro presente: in primo luogo, un’offerta politica poco sensibile alla posizione sociale degli elettori, quale quella attuale, scoraggia una rappresentazione dello spazio politico in termini di classe; in secondo luogo, e più importante, gran parte dell’attuale deallineamento tra classe e voto è addebitabile al comportamento elettorale della classe operaia, sempre meno fedele ai partiti di sinistra. I liberi professionisti, i commercianti, gli imprenditori hanno continuato a farsi influenzare dai propri interessi in misura non troppo distante dal passato mentre gli operai tendono sempre più a farsi orientare da valori postmaterialisti. Questi risultati, lungi dal poter essere approfonditi in questa sede, suscitano interesse per un’analisi sociologica delle contese elettorali capace di rilevare fenomeni complessi e, a volte, sorprendenti.
Sono proprio i comportamenti di voto delle classi medie, quella impiegatizia nonché quella imprenditoriale e commerciale, ad offrire ulteriori spunti di riflessione. Nel caso di impiegati e piccoli imprenditori, infatti, siamo di fronte ad un singolare processo di riallineamento, inedito soprattutto per la classe media impiegatizia: i dati relativi alle occasioni elettorali della Seconda Repubblica evidenziano una forte e progressiva ostilità degli impiegati per i partiti moderati e, al contrario, un conferma e un’accentuazione del sostegno della piccola borghesia per la destra, in primis la Lega Nord. La ricerca politologica, e in particolare le analisi dell’Istituto Cattaneo, avevano già ravvisato questa tendenza che, tuttavia, acquista una decisa evidenza nella ricerca di Pisati.
L’autore ci consegna una visione suggestiva per la quale sono proprio i due segmenti della classe media a prospettarci una ripresa della lotta di classe democratica ed a collocarsi, così, su fronti opposti: nell’ultima tornata elettorale nazionale del 2008 gli impiegati si sono dimostrati gli elettori percentualmente più rilevanti all’interno del voto complessivamente destino al Partito Democratico e i piccolo borghesi i più consistenti all’interno dell’elettorato leghista.
I percorsi del voto di classe, quindi, mostrano la loro feconda originalità e, ancor più, il loro dispiegarsi in forme inedite e spiazzanti; allo stesso tempo, le evidenze così delineate sollecitano una riflessione di ampio respiro, capace di offrire una strumentazione concettuale e alcune ipotesi esplicative all’altezza delle novità qui richiamate.