“Nessuna conoscenza, se pur eccellente e salutare,
mi darà gioia se la apprenderò per me solo.
Se mi si concedesse la sapienza con questa limitazione,
di tenerla chiusa in me, rinunciando a diffonderla,
la rifiuterei”
Lucio Anneo Seneca
Se è auspicabile un rapporto di scambio forte fra un’istituzione – anche accademica – e il territorio, ciò non deve tradursi in un accoglimento “a priori” di risorse e istanze di collaborazione provenienti dall’esterno: l’Università infatti – coerentemente con la sua specifica mission – deve scegliere con sapere critico, coltivando affinità selettive che rispondano ai requisiti didattici e di ricerca che le appartengono in modo essenziale.
Posto questo come dato di fatto, ogni percorso che conduca a condividere e far crescere i saperi collettivi merita il tempo dell’attenzione, quello che fa individuare con lungimiranza cosa e perché scegliere di condividere in una relazione che si finalizzi alla ricerca, alla didattica o all’innovazione.
L’identità propria dell’Università, dunque, è chiamata ad ibridarsi col mercato della conoscenza e del lavoro di certo nazionale e internazionale – la modernità non può farne a meno – ma anche con quello geograficamente vicino e deve farlo praticando “eserciziari sul futuro”, ovvero individuando i percorsi di sviluppo in grado di dare all’oggi un
passaggio al futuro[1]. Per far questo è indispensabile che il sapere universitario dialoghi col territorio esercitando un
appeal che, allo stesso tempo, sia autorevole e aperto a un confronto che conduce all’eccellenza attraverso contaminazioni sempre più organiche e finalizzate dei saperi “locali” con quelli accademici. L’attuale economia della conoscenza – e le sue linee di sviluppo – esigono sistemi aperti. E allora, richiamando Aldo Bonomi nel testo di Andrea Ranieri (2006), si può davvero ribadire che “per capire e promuovere il rapporto tra università e sviluppo, alle tre T di Florida [
tecnologia, talento, tolleranza], è indispensabile aggiungere la quarta T, la T di territorio” (Ranieri, 2006, p. 85).
La questione, fino ad inoltrarsi sulle cosiddette Università Regionali, viene argomentata da Carlo Pelanda sul numero dedicato ai temi universitari dalla rivista Atlantide; nel suo contributo, il Docente di politica e economia internazionale all’Università della Georgia, narra quella che definisce la “terza missione” di cui negli Stati Uniti sono dotate le Università: “servizio al territorio, oltre a ricerca e insegnamento” (
Pelanda, 2010, pp. 115-117). Pelanda invita ad una riflessione che ritiene strategica nel territorio italiano: realizzare, in ogni regione italiana, una “università con missione aggiuntiva di servizio al territorio, dandole eventualmente la denominazione di
Università Regionale”. Ciò viene ritenuto, da Pelanda, un modello di sviluppo non solo per l’accademia ma proprio per le economie regionali in un Paese che è marcatamente connotato dalle routine produttive e dalle caratteristiche culturali delle sue Regioni.
Nel modello statunitense spiegato da Pelanda, questo tipo di Università privilegia le discipline più legate alle caratteristiche e alle esigenze del territorio, lavora in forte sinergia e collegamento costante con le altre università, ma si incarica di un lavoro di coordinamento, anche amministrativo, e di orientare le attività alla formazione in diverse fasi e modalità: professionale, accademica, orientata all’alta specializzazione piuttosto che all’ottica del
life long learning. Pelanda auspica in Italia un dibattito sulla costituzione di questo tipo di Università che, allo stesso tempo, si muovano all’interno dei requisiti di qualità richiesti dal sistema nazionale di valutazione e imparino ad essere protagonisti della dimensione locale, “un luogo meglio attrezzato per l’interazione università-impresa senza che ciò tocchi le due missioni dell’Università tradizionali” (Ranieri, 2006). Ci si volgerebbe, quindi, all’emersione di centri di competenza di ricerca e di formazione anche professionale che facciano dell’eccellenza un requisito raggiunto in modo sinergico, con il contributo delle forze regionali più adeguate ed efficaci a raggiungere gli obiettivi fissati.
La necessità di “costruire ponti” con le dimensioni locali è ad ogni modo sottesa già ad alcune modalità di collaborazione sperimentate dagli Atenei italiani. Anche al di là di un nuovo modello di Università Regionale, infatti, le valenze portate in gioco dal concetto di “territorio” sono ribadite da più parti, a partire dal ruolo dei Comitati Regionali di Coordinamento che, previsti dal Dpr 25/98, avrebbero dovuto svolgere proprio una incisiva funzione di raccordo fra agenzie formative diverse presenti nelle Regioni. Ma in questo passaggio, il riformismo universitario non è ancora compiutamente maturo o, almeno, non ha realizzato il comma 1 dell’art. 2 dello stesso Decreto in cui si diceva che la programmazione del regolamento perseguiva “la finalità della qualificazione del sistema universitario, corrispondendo alle esigenze di sviluppo culturale, sociale, civile ed economico ed alla connessa evoluzione del mercato del lavoro, nonché contribuendo alla riduzione degli squilibri territoriali”
[2].
Fra le criticità che hanno ostacolato questo processo di stabilizzazione dei legami Università-territorio regionale, Ranieri osserva una qualche forma di resistenza da parte del mondo accademico di “sottomettersi a un potere regionale” (Ranieri, 2006, p. 86). Non va sottovalutato, d’altro canto, che il territorio è una dimensione della modernità che espone un’identità complessa, frutto di molteplici dimensioni; a proposito, Patrizio Bianchi sottolinea come sia “esso stesso il risultato di trasformazioni istituzionali, economiche e sociali che coinvolgono tutti gli attori della realtà locale” (Bianchi, 2009).
Ma l’Università è tenuta ad un confronto con l’ente Regione anche in virtù del nuovo Titolo V della Costituzione italiana che pone “l’istruzione e la ricerca scientifica tra le materie di legislazione regionale concorrente” (Cammelli, Merloni, p. 221) e dunque ambiti nei quali disciplinare, con lo Stato, le funzioni di indirizzo necessarie a promuovere le prassi di ricerca (Ranieri, 2006), ivi compresi i trasferimenti dei fondi.
L’Università, dunque, come istituzione che accompagna la mobilità sociale e la crescita politico-culturale dell’Italia da sette secoli, è ancora – e necessariamente – chiamata a misurarsi con i processi di sviluppo locale, sfidandone inerzie e potenzialità, coltivando uno sguardo lungimirante che, tramite la specifica cultura dell’analisi e della ricerca, si proponga come traino della crescita di un territorio, attraverso curricula e progetti di ricerca aperti ad orizzonti geografici più ampi. E’ vero che
spin off,
joint lab[3] e i Poli regionali tentano già il
trait d'union fra gli interlocutori che insistono sugli stessi distretti territoriali; quanto però viene sollecitato da alcuni osservatori è una lucida interpretazione di quelle che – citando Dallago in una riflessione sui saperi accademici che si misurano con lo sviluppo locale – si possono definire “le premesse culturali, economiche, istituzionali, politiche e sociali”(Dallago, p. 53) da mettere in un sistema di convergenze e valorizzazione di tutti gli
stakeholders interessati a che la dimensione locale diventi capitale globale. Una sinergia in cui le affinità siano frutto di scelte che partano dall’ascolto dei fabbisogni locali armonizzati con uno sguardo sovraregionale, in grado di incidere sullo sviluppo sostenibile, sul sostegno all’emersione di qualificate e mirate professionalità che arricchiscano le province, le comuni, le città coinvolte.
L’Università – definita regionale come nel progetto statunitense o comunque saldamente impressa nella retina territoriale – assolverebbe così al ruolo di disseminazione delle conoscenze oggettivando al territorio stesso il suo più connaturale sapere.
Bibliografia
Marco Cammelli, Francesco Merloni, Università e sistema della ricerca. Proposte per cambiare, collana Astrid, Il Mulino, Bologna, 2006.
Patrizio Bianchi, Università, territorio e sviluppo, in Antonello Masia, Mario Morcellini, L'università al futuro. Sistema, progetto, innovazione, Giuffrè, Milano 2009.
Bruno Dallago, “Master europeo sullo sviluppo locale”, in Universitas, Studi e documentazione di vita universitaria, anno XXX, n° 111, Roma, Marzo 2009.
Valentina Martino, Elena Valentini, a cura di, Il sistema Università nella XIV Legislatura. Riforme e questioni aperte, La Biblioteca Pensa Multimedia, Lecce, 2007.
Antonello Masia, Mario Morcellini, L'università al futuro. Sistema, progetto, innovazione, Giuffrè, Milano 2009.
Mario Morcellini, Nicola Vittorio, a cura di, Il cantiere aperto della didattica, La Biblioteca Pensa Multimedia, Lecce 2007.
Pol.is, anno 1, n°1, Bevivino Editore, dicembre 2008
Andrea Ranieri, I luoghi del sapere. Idee e proposte per una politica della conoscenza, Donzelli Editore, Roma 2006.
[1] L’espressione riprende il titolo di Mario Morcellini,
Passaggio al futuro:la socializzazione nell'età dei mass media, Franco Angeli, Roma 1992
[2] Decreto Presidente della Repubblica 27 gennaio 1998, n. 25, art. 2
Programmazione del sistema universitario: “La programmazione di cui al presente regolamento, mediante la razionalizzazione dell’offerta formativa degli atenei e il potenziamento della ricerca in essi realizzata, persegue la finalità della qualificazione del sistema universitario, corrispondendo alle esigenze di sviluppo culturale, sociale, civile ed economico ed alla connessa evoluzione del mercato del lavoro, nonché contribuendo alla riduzione degli squilibri territoriali, in particolare tra Centro-Nord e Sud”.
[3] I
joint labs sono strutture che il Consorzio Sapienza Innovazione attua per mettere in valore i centri di ricerca universitari del più grande Ateneo d’Europa con le imprese disposte a coltivare processi di innovazione e trasferimento tecnologico e non solo.