Il
principio ispiratore dei provvedimenti normativi non è però un’innovazione della recente storia dell’università, bensì un valore antico, ereditato dal passato. Risale, ad esempio, al 1231 la bolla di Papa Gregorio IX “Parens scientiarum” che, su impulso del re Luigi IX, riconobbe di fatto l’autonomia dell’Università di Parigi (Denifle, 1897, citato da
Frova, 2005), come chiarisce il seguente passaggio:
“[…] vi concediamo la facoltà di stabilire statuti e ordinamenti opportuni sui modi e gli orari delle lezioni e delle discussioni […], sui baccellieri (stabilirete chi, in che ore e su che argomenti debba far lezione), sulla tassazione e l'interdetto degli alloggiamenti”.
Come rivela dunque lo studio delle origini delle istituzioni accademiche, all’Universitas, sin dalla sua fondazione, nel medioevo, erano riconosciute forme di autonomia, che nel corso dei secoli hanno poi assunto connotazioni diverse.
Il richiamo alla tradizione, come chiave di lettura per individuare eredità da recuperare nell’università di oggi, è il comun denominatore di alcuni saggi del numero dedicato all’Università della rivista Atlantide: tra gli altri, quelli di John Wood sul
modello universitario britannico e di Guadalupe Arbona Abascal sul
gusto della conoscenza nell’universitas. Vale la pena soffermare l’attenzione sulla riflessione di Pasquale Porro, che sottolinea proprio il valore dell’autonomia nelle origini dell’Università.
“Le università contemporanee si reggono e si legittimano in definitiva su quello stesso principio di autonomia che ne ha sancito la nascita – quella libertas docendi che, da privilegio speciale, si è trasformato in un diritto fondamentale riconosciuto in tutte o quasi le carte costituzionali delle democrazie contemporanee.” (Porro, 2010, p. 61).
Anche l’art. 33 della nostra Costituzione stabilisce che “Le istituzioni di alta cultura, università ed accademie, hanno il diritto di darsi ordinamenti autonomi nei limiti stabiliti dalle leggi dello Stato”. Sebbene garantito costituzionalmente, sin dal 1948, solo dalla fine degli anni Ottanta il principio dell’autonomia è stato attuato prima a livello statutario, organizzativo e gestionale, poi amministrativo e finanziario, fino ad arrivare alla sua applicazione sul piano didattico.
Un impulso significativo in questa direzione è avvenuto nel triennio 1989-1991, quando il Ministro dell’Università e della Ricerca scientifica Antonio Ruberti ha aperto una stagione di innovazione che ha posto le basi per la realizzazione dell'autonomia universitaria. Questi i quattro punti chiave, non pienamente attuati, che hanno ispirato la sua politica, il cosiddetto “quadrifoglio”: il metodo della programmazione per lo sviluppo del sistema, il sostegno finanziario agli studenti meno abbienti, l’autonomia statutaria e regolamentare delle università e l’avvio di quella didattica. Quest’ultima, passando per altri provvedimenti, tra i quali va ricordata soprattutto la
Legge 341/90 di Riforma degli ordinamenti didattici, è stata poi attuata grazie al
Decreto ministeriale 509/1999, il Regolamento sull'autonomia didattica degli atenei,ben più noto per aver introdotto il cosiddetto “3+2”. Più recentemente, nel 2004, la cosiddetta “Riforma della riforma”, attraverso il
Decreto 270/2004, ha apportato interventi correttivi e novità: obiettivi formativi definiti con maggior chiarezza, laurea specialistica (ora “magistrale”) svincolata da quella triennale, tetto massimo di 20 esami per i corsi di laurea e di 12 per i corsi di laurea magistrale, misure per valorizzare attività formative autonomamente scelte e esperienze lavorative pregresse, e favorire la mobilità.
L’autonomia è dunque stata al centro dei provvedimenti degli ultimi anni, intrecciandosi con l’attuazione del
processo di Bologna, ossia la politica di armonizzazione dei sistemi formativi europei portata avanti dal 1999 dai paesi dell’Unione europea. Va detto però che è stata applicata a volte in modo fuorviante rispetto a quanto previsto o permesso dalla normativa, con inevitabili limiti e criticità (Morcellini, Vittorio, 2007). L’esercizio dell’autonomia può e deve invece trovare nuova linfa in un corretto equilibrio con altri principi fondamentali, come la valutazione del sistema, della didattica e della ricerca, in una logica di
accountability.
Il dibattito su questi temi è aperto, tanto più nella fase di discussione del
disegno di Riforma dell’Università, approvato il 29 luglio 2010 dal Senato: la cosiddetta “Riforma Gelmini” tocca infatti anche questi aspetti. In particolare, a
lcuni organismi hanno segnalato il “rischio di limitare l’autonomia delle università con norme eccessivamente prescrittive” (Fonte: mozione dell’Interconferenza del 13 gennaio 2010) e “l’impianto centralistico” del disegno di legge (Fonte: mozione CUN del 14 gennaio 2010).
È prematuro dare una valutazione conclusiva sull’impatto che avrà sull’autonomia la Riforma Gelmini, poiché il testo deve essere ancora discusso alla Camera. È importante però che il dibattito politico e pubblico vadano avanti senza dimenticare la tradizione delle nostre antiche istituzioni. E’ un dovere per chi studia e chi si occupa - soprattutto a livello politico - di Università conoscere la storia lontana e recente delle istituzioni accademiche e non perdere la memoria delle origini e dei processi di sviluppo del sistema, anche attraverso la conoscenza dei provvedimenti che lo hanno caratterizzato. Non per rimanere ancorati al passato né per puro esercizio storiografico o di ricostruzione normativa. Ma per essere consapevoli delle nostre origini, raccogliere l’eredità, soprattutto se ancora attuale, e saperla coniugare con valori e principi di moderna concezione: nel caso dell’autonomia, primi tra tutti, valutazione e accountability.
Bibliografia
Friedrich Heinrich Suso Denifle, Chartularium Universitatis Parisiensis, 1897.
Mario Morcellini, Nicola Vittorio, a cura di, Il cantiere aperto della didattica, La Biblioteca Pensa Multimedia, Lecce, 2007.