Il testo prende le mosse da una conferenza che lo stesso Ortega Y Gasset tiene all'Università di Madrid nell'ottobre del 1930, chiamato dalla Federazione Universitaria di Madrid ad esprimersi sulla riforma universitaria, proprio in quegli anni dibattuta in Spagna.
La «Revista de Occidente» fu nella prima metà del secolo scorso un grande foro di discussione e attraverso quelle pagine Ortega influenzò molta della discussione sul rinnovamento della cultura spagnola, aprendo la riflessione verso prospettive più avanzate e utilizzando spesso toni profetici sul senso e la funzione dell'Università.
Per molti versi queste pagine, oltre a essere particolarmente avveniristiche per il tempo, sono anche straordinariamente attuali e ci consentono di avviare alcune riflessioni sul presente della Riforma dell'Università italiana.
Il discorso di Ortega ruota intorno alla discussione della riforma del sistema universitario spagnolo, troppo centrata sulla correzione degli abusi e delle anomalie e poco invece sugli usi e su una domanda fondamentale: a cosa serve l'Università? Quale la sua missione? A tal proposito afferma che: “Ogni cambiamento, ornamento o ritocco di questa nostra casa che non prenda le mosse dall'aver previamente controllato con energica chiarezza, con sincerità e con decisione il problema della sua missione, saranno fatica sprecata” (Ortega Y Gasset, 1991, p. 38).
Secondo lo studioso spagnolo, l'insegnamento superiore consiste in:
- l'insegnamento delle professioni intellettuali;
- la ricerca scientifica e la preparazione dei futuri ricercatori.
Prepara dunque da un lato farmacisti, avvocati, giuristi, notai, economisti, professori di lettere ecc., dall'altro insegna a ricercare e a indagare. Alla base però di questi due propositi ve n'è uno che rappresenta il vero e più importante scopo della formazione universitaria, vale a dire la trasmissione della cultura, quella che viene definita col termine «generale», parola che Ortega etichetta con toni dispregiativi.
È certo che la società abbia bisogno di buoni professionisti la cui formazione passa per l'insegnamento dell'Università. Ma prima di ciò la società non può fare a meno di un altro tipo di professione, quella di comando, inteso da Ortega non tanto in termini di “esercizio giuridico di un'autorità, ma piuttosto la pressione o l'influsso che è in grado di esercitare sul corpo sociale” (Ortega Y Gasset, 1991, p. 47). Il riferimento è ovviamente alle classi dirigenti, che allora come oggi, detengono le posizioni di potere economico, politico e culturale, formate per lo più da professionisti. Per questo motivo ci si aspetta che un professionista non soltanto sappia fare in modo eccellente il proprio lavoro, ma che sia anche capace di vivere e influire positivamente sulla società. In ciò risiede, secondo il filosofo spagnolo, il compito radicale dell'Università: insegnare la cultura e trasmettere alle nuove generazioni il sistema delle idee sul mondo e sull'uomo fino a quel momento maturati.
E' bene precisare cosa intenda Ortega per cultura: “la cultura deve essere retta dalla vita stessa e in ogni istante deve essere un sistema completo, integrale e chiaramente strutturato. Essa è il progetto della vita, la guida dei sentieri attraverso la selva dell'esistenza”. Di qui: “l'importanza storica che assume il restituire all'Università il suo compito centrale di “illuminismo” per l'uomo, l'insegnarli tutta la cultura del tempo, lo svelargli con grandezza e precisione il gigantesco mondo presente, in cui deve incastonare la sua vita perché possa essere autentica” (Ortega Y Gasset, 1991, pp. 71-72). Dunque, come affermava Gramsci, cultura non è «sapere enciclopedico, in cui l'uomo non è visto se non sotto forma di recipiente da empire e stivare di dati empirici, di fatti bruti e sconnessi che egli poi dovrà incasellare nel suo cervello come nelle colonne di un dizionario, per poter poi in ogni occasione rispondere ai vari stimoli del mondo esterno». Ma al contrario la vera cultura è formazione dell'uomo, “è organizzazione, disciplina del proprio io interiore, è presa di possesso della propria personalità, è conquista di coscienza superiore, per la quale si riesce a comprendere il proprio valore storico, la propria funzione nella vita, i propri diritti e i propri doveri” (Gramsci, 2007, p. 43).
È importante sottolineare che Ortega critica aspramente tutte le riforme universitarie che, anziché domandarsi il perché esista e debba esistere l'Università, basano il proprio programma di miglioramento sulla copia dei modelli universitari di altri paesi. Così per esempio si tentava di imitare il sistema tedesco - come oggi si guarda a quello americano - perché si riteneva fosse il motore di creazione della grandezza della Germania e del suo progresso in tutti i campi. Questo rappresenta per il filosofo spagnolo un grave limite poiché preclude a una nazione la possibilità di ragionare sui propri limiti e di far emergere da essi la soluzione. Dunque “si cerchino pure informazioni all'estero, ma non un modello” (Ortega Y Gasset, 1991, p. 41).
In conclusione è possibile definire cosa è Università secondo Ortega Y Gasset. Essa è innanzitutto scienza, la quale “rappresenta la dignità dell'Università […]; è l'anima dell'Università, il principio stesso che le dà vita e fa sì che non sia soltanto un vile meccanismo”. In secondo luogo è contatto diretto e costante con la realtà storica, l'esistenza pubblica, il presente: “L'Università deve essere aperta anche alla piena attualità, anzi: deve stare in mezzo ad essa, immersa in essa” (Ortega Y Gasset, 1991, p. 80).
Bibliografia
J. Ortega Y Gasset, La missione dell'Università, Napoli, Liguori, 1991,.
A. Gramsci,
Socialismo e cultura, in Id.,
Scritti scelti, Milano, Rizzoli, 2007.