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Auditel e la cultura del dato

Sull'eterna diatriba tra quantità e qualità

Auditel e la cultura del dato

di MONICA CAPPA (26 06 2010)

Da qualche settimana assistiamo a curiose perfomances anonime circolate poi in rete. Gli autori sono un manipolo di studenti patiti del FantAuditel, che hanno stabilito delle penitenze per chi tra di loro perde le scommesse. La goliardata ha scatenato l’invettiva di un non meglio identificato Chance Beale che nel suo blog pubblica un attacco assai poco originale ad Auditel e una critica diretta a noi che attraverso il FantAuditel tentiamo un percorso di formazione e riflessione al di fuori dei consueti e noiosi schemi didattici. Abbiamo chiesto un parere agli studenti del Master in Programmazione e Produzione Televisiva. A seguire le riflessioni di Monica Cappa, utile crediamo ad alimentare il dibattito su un tema centrale per chi la televisione la studia e la realizza.

Accetto l’invito a replicare al “dibattito” su Auditel e studi quantitativi con la consapevolezza che è un compito arduo. Bisogna tener conto di argomentazioni facilmente condivisibili da chi, ed è la maggioranza, si ferma alle facile letture dei tabulati di ascolto. Prima di intraprendere questo percorso di studi anche per me lo share rappresentava un numeretto senza senso.


L’incontro con chi la televisione non solo la “spiega” ma la realizza, mi ha fatto capire la necessità di conoscere il pubblico anche nella sua dimensione quantitativa. Un aspetto che solo Auditel, in quanto sistema ufficiale degli ascolti, può fornire. E’ innegabile che alla luce dei nuovi assetti televisivi andrebbe migliorato  anche se al momento resta tra i migliori sistemi adottati in Europa, con un campione sensibilmente superiore a quello francese e spagnolo. Lo stesso si potrebbe dire per gli Stati Uniti, dove un campione poco superiore a 5.000 famiglie ne deve rappresentare ben 113 milioni. I suoi detrattori però insistono non già su ciò che andrebbe corretto, semplicemente ne invocano l’abolizione in quanto macchina diabolica che appiattisce la programmazione, livellando i gusti del pubblico verso il basso.
E' indubbio che Auditel risponde alle logiche del marketing, ma ciò non può destare scandalo e anatemi. Non vale lo stesso per il cinema? Superata la sterile diatriba tra "quantità Vs. qualità" credo che Auditel possa diventare uno  strumento di formazione, utile a comprendere i processi di programmazione e fruizione televisiva. Su questa linea, penso che il Fantauditel sia una piattaforma che consente di avvicinare allo studio dell’analisi quantitativa attraverso il meccanismo del gioco, permettendomi di conoscere meglio i comportamenti del pubblico.

L’Auditel è dunque l’origine di tutti i mali? O si tratta semplicemente di esternazioni soggettive di chi esce sconfitto dalle curve di rilevazione del mattino? Perché questo strumento è così osannato da chi ottiene gli share migliori e ripudiato da quelle trasmissioni che non ottengono il successo desiderato? O ancora perché esiste un pregiudizio tutto italiano relativamente alla “cultura del dato”? Forse siamo ancorati all’idea di una televisione pedagogica, e lo siamo talmente tanto da non accettare che programmi come Grande Fratello possano avere un così largo seguito. Auditel non fornirà il livello di gradimento di un programma, ma sarà certamente in grado di mostrare dove si catalizza l’attenzione del pubblico. È forse questo che fa paura?

Scienza e numeri

La polemica rischia di non approdare a nulla: se uno parla di qualità e un altro parla di quantità non si arriva a concludere nulla.

Il rilevamento Auditel è un metodo scientifico o no? E' giusto che lo si studi all'università (anche nelle forme inconsuete del gioco)?

Tutto il resto appartiene ad un'altra sfera: la trasmissione della cultura, lo stato di salute del trash, il problema dei contenuti eccetera.