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La periferia del centro

L'azione, il movimento, i colori dell'Esquilino

La periferia del centro

di VALENTINA ONORI (04 06 2010)
 

 ....Date le tante dissonanze della mia vita, ho imparato a preferire la diversità e lo spaesamento (Edward W. Said)

Piazza Vittorio, una realtà che vivono in poche, a prescindere dalla storia che ha.
Un laboratorio come molti hanno definito, che affascina romani e non, studiosi e non, ma perchè? Per alcuni è di passaggio, per altri è un luogo di studi universitari, per altri è un trovare una propria identità, per altri ancora è posto di lavoro.

Storia. L’Esquilino conserva molto della Roma tradizionale.


Nato nel 1874, dopo l’Unità d’Italia, dalla divisione del rione Monti, e costruito ad immagine e somiglianza della Torino dei Savoia, ha subìto molti cambiamenti nel corso della sua storia. Il termine Esquilino (dal latino ex-quilinus) significa “che sta al di fuori” delle mura di Roma ed infatti gli exquilini erano proprio considerati nella Roma del passato, gli “stranieri”, perché questa era vista come la “zona abitata fuori della città”. 
In una certa fase storica, l’Esquilino era un cimitero, formato da buche o “puticoli”, in cui si gettavano i cadaveri del volgo. Servio Tullio fissò qui la sua dimora, nella metà del VI secolo a.C; l’età augustea poi, smembrò questo territorio in regioni.
Mecenate trasfigurò come per incanto la collina (Esquilino) squallida e selvaggia; vi fece sorgere una specie di Tuileries, costruzioni sontuose, giardini.
Vennero inaugurati mercati, contornati da portici, e tabernae, sorsero bagni ville e parchi. Orazio, nelle Satire, I, VIII, 14-16 scrive: "Ora l’Esquilino è salubre ed è possibile abitarvi e andare a passeggio su soleggiati bastioni, da cui, or non è molto, ci s’intristiva a guardare quel campo sfigurato da un biancheggiare di ossa”.


Alcuni dati. Il rione Esquilino è quello con il maggiore tasso di presenze di immigrati, rispetto al numero complessivo di residenti. Circa il 42% proviene dall’Asia e in particolare spiccano tre collettività: cinese, bengalese e filippina. In Europa l’imprenditoria etnica si è sviluppata a cominciare dagli anni '70 e qui a p.za Vittorio è un fenomeno, ed è non solo la realizzazione di un’aspirazione al miglioramento del proprio status, ma anche una forma di ripiego e di inserimento subordinato nel tessuto socio-economico.  

Ma l'aspetto che più brulica di nuove iniziative e di vera azione sociale o quantomeno partecipazione attiva, è dato dai giovani che nelle associazioni a volte trovano il loro ambiente più comodo per promuovere iniziative di ogni genere, senza parlare di integrazione. 
Processi di scambio culturale che avvengono spontaneamente, e che sono variegati, ognuno con delle differenze e dei metodi propri nel territorio. 
Dai bambini di tutto il mondo che si riuniscono una volta a settimana per il progetto Esquilino young orchestra che immerge in una fucina di suoni, ed emoziona per la volontà naturale di certi bisogni, allo studio antropologico relativo anche alla nostra facoltà, promosso dal prof. Canevacci e da alcune delle sue collaboratrici, passando per la documentazione del CIES, in via delle Carine 4, vicino al Colosseo, che sorge sotto una scuola media; fino ad arrivare al centro MaTeMu, il più sperimentale, e il più spontaneo.
Ognuno di questi settori porta il nome di una persona che meglio spiega i motivi e i problemi di questo tipo di lavori, ricchissimi dal punto di vista dello scambio culturale.


Dina Capozio: responsabile di molte delle tante attività di p.za Vittorio, anche dello stesso film “L’orchestra di piazza Vittorio”, un documentario su tutta la sua storia, ha fondato l'associazione culturale Apollo 11, nata 8 anni fa per salvare il cinema e il progetto Esquilino young orchestra, che invece, è un centro aggregativo che, nell’arco di 3 anni si propone di formare un’orchestra giovanile multi-etcnica, dagli 11 ai 18 anni.
Si tratta della prima orchestra teatrale giovanile in Italia: la frequenza del laboratorio è completamente gratuita;  il progetto prevede la realizzazione di uno spazio polifunzionale.
“L’orchestra è nata proprio qui, le prove e le riprese, in questo spazio.
Ci siamo auto-tassati. Apollo 11 è invece, un’associazione culturale senza scopo di lucro nata dalla volontà di aggregare artisti, intellettuali e operatori culturali; intende il mezzo artistico e culturale come forma di intervento sul territorio capace di modificare le modalità di incontro e di scambio.”
La prima iniziativa che diede il nome all’Associazione fu quella di salvare lo storico cinema Apollo dal rischio di diventare una sala Bingo col sogno di trasformarlo in un laboratorio internazionale di cinema, musica e scrittura, aperto a tutti le culture del mondo, molte delle quali presenti all’Esquilino. Il metodo non è quello di mettersi a fare la mediazione o i dibattiti; ma far incontrare le culture. Innanzi tutto tu impari, ho imparato moltissime cose in questi anni…siamo pure ignoranti, usiamo il pregiudizio perché non conosciamo…è terribile! Noi italiani siamo sempre stati piuttosto localistici però non abbiamo questa visione.Io sono stata trent’anni fa in Francia e la prima cosa che mi stupì era che c’erano tantissimi immigrati tutta l’Algeria, in pratica; che mondo diverso!"

Il mercato. "Il mercato prima era sulla piazza, dove ora ci sono gli ippocastani fioriti, c’era un mercatone enorme per farlo trasferire per una maggior pulizia alla portata dei cittadini. E’ variegato, economico, trovi di tutto. Inizialmente c’erano negozi squallidissimi per lo più negozi di spose, tante spose. Mai nessuno aveva pensato di far rivivere i portici e i negozi. Prima dell’Apollo 11, c’era l’associazione abitanti via giolitti di strada per evitare la deriva…l’Esquilino stava diventando un ghetto. Ora le case qua sono care 6000 7000 a metro quadro, è trendy ora venire ad abitare all’Esquilino, qui ci sono registi, c’è Garrone,  attori ,scrittori, e poi c’è una luce…l’Esquilino è il più alto colle", dice la responsabile.

Come è cambiato il territorio. "Prima c'erano negozi di ebrei, ci venivano dalla periferia di Roma, si spendeva bene, si risparmiava, poi dal ‘91/’92, si è cercato di unire i vari aspetti; sul sito dell’associazione si possono ancora vedere bollettini fatti in casa per aggregare.
I residenti stranieri sono pochi, perché case sono di proprietà e sono care; da una parte c’è stato il passaggio forte per i negozi, però i residenti sono pochi. Evitare una deriva e fare un rione multi-etnico non un ghetto dove arriva uno e ne caccia un altro".

L'integrazione si è andata evolvendo. Superato lo spaesamento grande, inizialmente, sono spariti negozi storici: Berardo, la torrefazione storica, Simonelli, il cioccolato da 80 anni. Perché è un quartiere di anziani  dove il 70% degli abitanti è anche proprietario della casa, di belle case. E’ un rione dove si vive bene, incontri le persone, non un dormitorio, la gente sta per strada vive, ci mangia, ci dorme quando non ha una casa, è un luogo vivibile. Ci sono stati periodi tesi, una sindrome d’assedio, i servizi erano di meno (km per fare la spesa); c’è stata una trasformazione rapida in 2 anni, 60/70 negozi e dopo 2 3 anni erano 200. Non c’è un grande artigianato, però negozi di tessuti, abiti da sposa, vestiti per cerimonie, abbigliamento; sotto i portici, il calzolaio e il piccolo negozio del pane, da Baffetto, estendevano la socialità: ti fai due chiacchiere, hai idea che è casa tua, il territorio t’appartiene esci guardi e vedi. Con gli Africani con cui avevamo ottime relazioni, facevamo volantini; ad esempio “buttate le cose nel secchio della spazzatura”, passavamo per i loro negozi, e quando sono arrivati i cinesi hanno preso i soldi e sono andati a lavorare alle fabbriche del nord e questo ha un po’ impoverito il rione. Ora stanno intorno all’acquario romano, verso p.za Fanti, con negozi negli scantinati, di merce etnica borse, cinture, cose in cuoio.
Gli italiani non se ne sono andati, superato il momento ”…ah me ne voglio andare”-“vendo casa”, poi in realtà qualcuno se ne è andato, ma è pure vero che sono arrivati i  giovani coi bambini qui. Si è evitato la ghettizzazione o anche l’enclave. Noi abbiamo fatto i film, il cinema, a parte Bollywood. Un anno il cinema bengalese un anno quello egiziano e il cinese un altro anno". 

Quali sono i colori di Piazza Vittorio?
"I colori del mondo. Tutti. C’è il Bangladesh, c’è l’India ci sono i paesi dell’Est, gli africani, i nord africani, i centro africani il sud, non lo so".

E il rapporto dei romani con la piazza? "Apprezzano l’ordine e non più l’abbandono; le persone hanno sempre chiesto diversificazione sociale, riqualificazione commerciale. Cercare di aumentare spazi verdi, isole pedonali, spezzare il traffico". 
"Io lo trovo migliorato l’Esquilino nella convivenza. Ad esempio, nelle altre città, come Milano sono successi anche scontri violenti (vedi episodio cinesi), qui da noi c’è una buona tenuta. In questo le associazioni sono state fondamentali, oltre a noi mediazione sociale, un’associazione dei genitori della di Donato che lavora coinvolgendole in varie iniziative le mamme, attraverso laboratori. Credo che nessun territorio a Roma abbia visto la presenza di tante persone impegnate sul territorio come qui. Non lo dico per vanto, ora c’è mediazione sociale, che non so perché non la fanno più lavorare ha svolto un ruolo vero, autentico, neutrale, nel senso che patrocinava iniziative tipo “domani andiamo a pulire le strade”, insomma, momenti di condivisione e di cittadinanza, in cui tu non ti senti un ospite".
"Penso che sia stato un grave errore dopo che il comune di Roma ha acquistato il cinema Apollo, che raccoglieva 7000/8000 persone, non aver fatto in modo che questo cinema venga aperto, qui si stava creando un buon distretto culturale tra università, cinema, nell’ex zecca ci doveva venire una nuova università (questo era il progetto); adesso questo centro culturale MaTeMù un mese fa aperto, per i giovani. All’Esquilino i giovani sono pochi. Mentre a San Lorenzo non sanno più che fare…noi dopo le nove è tutto chiuso. Sotto i portici chiedevamo fosse aperto un’enoteca, un posto dove leggere dei libri la sera…ci sono i portici:  Portico 47, per anni le poesie si facevano le rassegne; quest’anno all’auditorium di Mecenate, a largo leopardi, in via merulana, tre serate, mart. 30 merc. 31 maggio e 1 giugno alle ore 21".

E il successo di p.za Vittorio come se lo spiega? "L’orchestra, 16 musicisti, è un tappeto volante dove un tema viene trasportato per il mondo e acquista le sonorità delle varie provenienze dei musicisti;  ha avuto successo perché il direttore, Mario Tronco è stato bravissimo. Lui voleva fare quest’orchestra, abita a p.za Vittorio, aveva questo sogno. Non ha avuto un modello; ha recepito dall’orchestra e ha saputo metter insieme; di musica etnica in giro c’è n’è tanta ma l’orchestra di p.za Vittorio ha lasciato l’autenticità mettendola poi insieme, arrangiando questi pezzi. Molti di loro suonavano sotto la metropolitana; è nata senza un aiuto , senza una lira pubblica,  ma solo dalla nostra autotassazione, dal lavoro volontario, nostro e di tante persone che l’hanno sostenuta. I cd sono stati registrati qui".

Finanziamenti e fondi. "In questo posto qua non ci sono fondi pubblici, la scuola ci ha dato gli spazi di cui siamo profondamente grati, noi abbiamo rifatto gli impianti, alcune cose ce l’hanno anche regalate la scuola, armadi e cose dismesse che non usavano. Noi ce le siamo prese tutte, non avevamo niente. Non ci abbiamo mai tenuto, hai visto che posto? Abbiamo lasciato le tracce, non volevamo fare il garagione bianco, quello è un posto con la storia perché prima si riunivano gli studenti del ‘77 e il movimento, poi è diventato un deposito della scuola e di carte che una notte si sono incendiate. Anche adesso che abbiamo un altro spazio che ci ha dato la scuola qui a fianco per fare un laboratorio per i ragazzi, questo diventerà un centro aggregativo con varie iniziative, con corsi per cineoperatori e di qua invece faranno lezioni i ragazzi ci saranno cabine insonorizzate con gli strumenti, in cui possono lavorare. Noi adiamo avanti con la cultura, che è diventato un modo per fare incontrare le persone, per promuovere un luogo, e per fare una cosa alla quale noi tenevamo tanto come associazione: recuperare gli spazi chiusi e gli spazi abbandonati e dare valore a tutti i beni archeologici che sono all’Esquilino, che vanno dai Trofei di Mario al cosiddetto Tempio di Minerva Medica, stava cadendo a pezzi, alla chiesa del Bernini, li c’è il primo Bernini ..Santa Bibiana con le foglie, la trasformazione, la metamorfosi, ci sono gli affreschi del martirio di Santa Bibiana sono di Piero da Cortona".
Per valorizzarle si sono fatte petizioni, si sono mantenuti bene, visitati, resi accessibili, aperti. 
"Ad esempio i cimiteri di via Statilia li abbiamo fatti aprire noi come associazione di quartiere, una volta sola… e tutti a dire “ma è meraviglioso, fatelo ogni domenica”. Per avere un’apertura sono dovuta stare dietro un mese a chiedere. E poi creare dei poli in cui le persone si incontrano, si vedono, possono dialogare, possono anche divertirsi un po’, a un prezzo esiguo (perché gli immigrati qui sono poveri), non hanno i soldi...infatti noi quando abbiamo fatto il progetto per il cinema Apollo  abbiamo sempre pensato di fare prezzi popolari perché pensavamo di fare le varie cinematografie internazionali, per fargli vedere pure a loro i loro film, non la cassetta. Infatti quando facevamo cinema e poeti dal mondo facevamo vedere i film, qui nel cortile all’aperto in pellicola in lingua originale con sottotitoli in inglese e in italiano. Chiedevamo quest’anno “che film volete vedere?” e loro ci dicevano questo o quell’altro. Veniva un sacco di gente, l’ingresso era gratuito e il fatto di sentire un film nella lingua originale era….bello".
"La prima cosa è un buon governo, strade pulite, un controllo del territorio, non c’è bisogno della polizia, ma basta guardarsi intorno e vedere dove sono i delinquenti, gli spacciatori, i delinquenti non hanno nazionalità. Non li fai radicare sul territorio, gli devi far vedere che non c’è humus. A volte noi avvisavamo pure".    

Casi di maggiore e minore integrazione dei ragazzi. "Una cosa triste avvenne due o tre anni fa. A seguito di un incendio morì la mamma straniera. Mi hanno colpito le lacrime di tante mamme italiane, gente comune, dispiaciuta, addolorata  ai funerali come se fossero stati dei parenti. Uno dei momenti in cui ho riflettuto di più. I ragazzi non hanno bisogno d’integrazione, i ragazzi che fanno dei progetti insieme, non si pongono problemi: loro sono ragazzi".

L'Università. "L’università dovrebbe partorire un progetto oltre le associazioni che già ci sono, promuoverlo, e farlo camminare e il suggerimento che mi sento di dare è che se si iniza un progetto bisogna che dall’inizio ci siano anche gli altri, non deve calare sempre dall’alto. Bisogna incominciare a contattare una certa intellighenzia, che già c’è perché comunque sono un tramite per arrivare a…Si deve elaborare canali, reti e ponti sui quali incontrarsi con un obiettivo solo: diritti e doveri uguali per tutti. Non ha promosso nulla all’esterno, noi siamo venuti a fare le poesie dentro l’università, al mercato; è necessario andare nei luoghi. Pensare ai cittadini e alle persone non agli immigrati o agli italiani perché la mediazione culturale è relativa, il mezzo deve essere quello che te realizzi, quello deve fare da tramite. Quello che è successo all’Orchestra di p.za Vittorio questa cosa il pubblico l’ha capita, e ha apprezzato il fatto che il progetto sia nato dal basso e che non sia nato con i soldi di nessuno, che ci stanno la fatica e l’impegno di tante persone e che aveva voglia di divertirsi e di divertire".

Cosa è la cittadinanza? "Sentire un’appartenenza e avere gli stessi diritti e gli stessi doveri, se tu ti senti sempre ospite non nasce quell’appartenenza. Il burqa non l’ho mai visto all’Esquilino, però alcune hanno anche il velo lungo ma a me l’unica cosa che dispiace è che camminano sempre dietro al marito, che stanno sempre un passo dietro, a volte le acchiapperei e le porterei, però è la mia cultura e devo rispettare però quando vedo una coppia che si comincia a prendere per mano per strada e lei non cammina più dietro credo che abbiano fatto un pezzetto di strada da soli. Anche ai miei alunni io insegno che non esistono civiltà superiori e inferiori esistono civiltà e culture diverse. Diverso da noi non è incivile".