27mila metri quadrati di arte contemporanea a Roma
Open MAXXI
di MARIA ADAMO (31 05 2010)
30 maggio 2010. Una data importante per la Capitale. Il coronamento di un impegno pluriennale da parte del Ministero per i beni e le attività culturali e del Ministero delle infrastrutture.
Dopo anni di ritardi il MAXXI (http://www.fondazionemaxxi.it/) il Museo per le arti contemporanee del XXI secolo ha definitivamente aperto al pubblico.
Disegnato dall’irachena Zada Hadid, (http://www.zaha-hadid.com/) il museo di Via Reni si pone l’obiettivo di essere una sorta di cantiere-laboratorio permanente, un luogo pluridisciplinare destinato alla sperimentazione e all’innovazione nel campo delle arti e dell’architettura. E’ un luogo dove respirare il senso variabile, caotico, febbricitante dell’arte. E’ composto dal MAXXI arte e dal MAXXI architettura. Oltre a ciò ci sono un auditorium, una biblioteca e una mediateca, un bookshop, una galleria per ospitare installazioni temporanee, una caffetteria e un bar ristorante. “Il Maxxi ci tiene molto all’osmosi tra generi e vuole guardare oltre ogni confine” afferma Pio Baldi, presidente della Fondazione Maxxi.

L’apertura definitiva al pubblico è stata preceduta da 3 giornate inaugurali, ricche di eventi e ospiti, tra cui quella del 29 a cui ho partecipato. Tra le mostre inaugurali: Gino De Dominicis con “Immortale”, mostra che ripercorre tutta la sua carriera; “Spazio”, un percorso pluridisciplinare con 80 opere di Boetti, Kentridge, e Vezzoli; Katlug Ataman con “Mesopotamian Dramaturgies”, otto opere video sul difficile rapporto Oriente-Occidente; un omaggio a Luigi Moretti, architetto di grande cultura e profonda sensibilità; infine, Geografie italiane, installazioni video su 40 metri di parete destinate alla storia dell’architettura italiana dal secondo ‘900 a oggi.
Ad accoglierci, nella piazza antistante, c’era un grosso scheletro realizzato da Gino De Dominicis dal titolo Calamita Cosmica e, nel foyer, una carrozza d’epoca con la sua mozzarella, di cera, all’interno. La prima è stata creata nel più totale mistero intorno al 1988, consiste in un corpo antropomorfo, col naso da pinocchio, sdraiato e lungo 24 metri, dalla cui mano destra, precisamente dal dito medio, parte un’asta d’oro (la calamita), che rappresenta il modo in cui la figura interagisce con lo spazio cosmico e di cui ne scandisce il tempo.
All’interno, la mostra dell’artista anconetano prende in esame la mitologia, la morte e l’immortalità del corpo, l’ambiguità del femineo e l’invisibile, in cui le opere sono accostate in base al contenuto e non cronologicamente.

La passeggiata continua tra istallazioni monumentali permanenti, come quelle di Anish Kapoor, Giuseppe Penone, il wall-drawing di Sol Lewitt, i quattro fili elettrici di Michelangelo Pistoletto. Ma il percorso si snoda tra oltre 70 opere della collezione permanente più quelle prese in prestito da istituzioni museali italiane. Tra questi trovano posto varie istallazioni realizzate da studi di architettura internazionali che ripropongono una nuova idea di spazio.
Tra gli scatti “rubati” (non era possibile fare fotografie prima dell’inaugurazione ufficiale) Column di Kutlug Ataman, una video istallazione composta da televisori di seconda mano, ispirati alla Colonna Traiana. In questo caso parla dei vinti, non dei vincitori. English as a second language, istallazioni a due canali sulla lingua inglese, vista come lingua franca della modernità e The complete works of William Shakespeare, che rivela la perdita di senso del testo nel passaggio dal linguaggio scritto a quello parlato. Al centro di questa sala un’istallazione sospesa che rimanda ai dipinti delle volte delle chiese cattoliche, in realtà è un’insieme di immagini che riprendono dei giovani, che esibiscono simboli del progresso in una Turchia contemporanea. Volteggiando nell’aria.

Salendo ai piani superiori si incontrano fotografie, musica, dipinti, sculture, intere stanze adibite a opere d’arte. Stefano Arienti, presenta Corda di Giornali, composta da fogli di giornali arrotolati che mostrano come un materiale che pareva aver esaurito il proprio ciclo vitale possa assumere nuova identità. Fabio Mauri, invece, è l’artefice di Muro occidentale, che richiama il muro del pianto di Gerusalemme. Ogni valigia è di cuoio, simbolo di ogni esilio e della shoah. In alto spunta dell’edera; in basso c’è una foto di una donna ebrea. La superficie dell’opera è regolare, nonostante l’eterogeneità dei singoli elementi che la compongono. Mostra come la diversità possa convivere. E’ di Andy Warhol Fate Presto, che ricorda il terremoto in Irpinia del 1980. Modifica la prima pagina de Il Mattino attraverso la tecnica della serigrafia, in tre varianti di colore. Weeping prototype, di R & Sie (n) infine, è una scultura in un materiale sconosciuto, anche se ricorda qualcosa di organico. Il colore fuoriesce realmente dagli spuntoni.


