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Alla ricerca di un senso del luogo

Un flaneur a piazza Vittorio

Alla ricerca di un senso del luogo

di NICOLò MARIA IANNELLO, ANNA PAOLA FERRARA (28 05 2010)

Dalla stazione Termini a piazza Vittorio, dal mercato alla scuola di italiano per stranieri. L’Esquilino, il racconto di un viaggio nel multietnico spazio urbano della Capitale.



Un luogo, mille voci. Un gruppo di bambini di etnie diverse che gioca al pallone, un giovane africano che ferma la gente per vendere la sua merce, un gruppo di ragazzi cinesi che scherza mentre prende il caffé in uno dei bar sotto i portici di piazza Vittorio. Ecco l’Esquilino, il più alto dei sette colli di Roma, il rione più frequentato del centro storico capitolino. Una realtà complessa oggetto di molte trasformazioni, che nel tempo non ha mai perso la sua vocazione: essere il crocevia di culture diverse. Basta passare una volta per le strade adiacenti alla stazione Termini per accorgersi che all’Esquilino si mescolano mille suoni, colori e profumi che immergono il passante in uno scorrere rapido di scenari etiopi, cinesi e indiani, per un tour dal sapore esotico.

Il rione ieri e oggi. Tra le varie ipotesi etimologiche relative al nome, quella più accreditata rimanda alla parola aexquilae, cioè la fascia extraurbana in cui nell’antica Roma risiedevano gli exquilini, da contrapporre agli inquilini, coloro che abitavano nella città vera e propria. Il luogo degli esclusi e degli emarginati, quindi, fino a tutto il medioevo considerato un’area della città miserabile e maledetta per la presenza di schiavi e immigrati. Oggi, l’Esquilino conta all’incirca settemila cittadini stranieri su oltre ventiduemila residenti italiani: un tessuto urbano vivace intorno al quale, come in passato, sono sorti molti stereotipi.

“Chinatown”? Salire su per i gradini della stazione metropolitana Vittorio Emanuele, è come varcare la soglia di un mondo nuovo. Il primo impatto è con le vetrine dei negozi cinesi: grandi magazzini o piccole botteghe dove si vendono soprattutto intimo, pigiami e scarpe. Alcune stime parlano di circa settecento esercizi commerciali all’insegna del made in China. Una presenza massiccia che ha portato molti a parlare di una Chinatown della Capitale. I membri dell’Associazione degli abitanti di via Giolitti denunciano sulle pagine del loro sito che “una dissennata politica commerciale ha fatto sì che le strade si riempissero di depositi di merci a maggioranza cinesi e che, giorno dopo giorno, le attività tradizionali chiudessero a favore di esercizi che smerciano generi di abbigliamento di bassa qualità”. In realtà, i cinesi costituiscono solo una parte dei “nuovi commercianti”.

Insieme con loro, nel tempo si sono insediati indiani, pachistani, arabi, che gestiscono soprattutto pizzerie e internet point. Ma la presenza cinese è quella che ha suscitato maggiori sospetti tra i vecchi commercianti. Adriana Serpi e Angelo Romano, due antropologi che, recentemente, hanno partecipato a una ricerca confluita nel volume “Il rione incompiuto. Antropologia urbana dell’Esquilino”, a cura di Federico Scarpelli ed edito da CISU, spiegano che “la grande espansione commerciale cinese comincia negli anni Novanta e che davanti ad essa molti commercianti storici si sono sentiti espropriati delle loro classiche attività e pratiche quotidiane, imputando la crescita a presunti accordi tra la mafia cinese e l’amministrazione comunale”. Non tutti, però, la pensano così poiché, per alcuni, i cinesi “non creano problemi, anzi danno un senso di sicurezza”. Davanti al crescente numero di commercianti stranieri, continua Serpi, “molta gente ha subito un vuoto di senso perché non era chiara la direzione delle trasformazioni che andavano verso un valore nuovo della multiculturalità”.     

Incontri al mercato. Il sabato è il giorno degli acquisti per gli abitanti dell’Esquilino. A partire già dalle nove del mattino i corridoi del mercato della ex caserma Sani, tra via Principe Amedeo e via Turati, sono affollati dalla gente che cerca l’offerta migliore tra le spezie orientali più profumate o che compra la frutta tipica del proprio paese, o ancora verdura, pane, pesce, pizza, borse e scarpe. Sì, perché all’Esquilino si trova di tutto. Dietro i banconi ci sono loro, i venditori, che lavorano dall’alba fino alle tre del pomeriggio, cercando di attirare il maggior numero di acquirenti. Qualcuno di loro, per esempio, cambia repentinamente i prezzi in base all’affluenza della clientela perché, come rivela qualche commerciante, vale l’equazione “tanta gente, prezzi più alti; poca gente, prezzi più bassi”.

Sono molti i ragazzi che hanno un bancone al mercato come Flavio, 28 anni, sin dall’adolescenza impegnato con il padre a mandare avanti la storica macelleria di famiglia. Nei loro ricordi la storia del mercato e la nostalgia di un tempo andato. “Fino a dieci anni fa il mercato era all’aperto e circondava tutta piazza Vittorio; quello sì che era mercato! Ora al chiuso è aumentata la sporcizia e anche la delinquenza. Prima fare il mercato era un’arte”. Parlando del presente, Flavio spiega “comunque riusciamo a farci due risate con il pizzicarolo (il salumiere) o con il nostro amico del banco accanto, il fruttarolo egiziano”. E con una certa fierezza conclude “noi rendiamo un servizio alla gente perché il mercato non è un centro commerciale, ma uno spazio dove le persone si incontrano”. La pensa così Maria, una signora rumena di 50 anni, che racconta di andare al mercato “non solo perché trovo i prodotti del mio paese, ma perché riesco a dimenticare per un po’ le mie preoccupazioni”.
 
               

Il mercato tra i banchi. Tra la folla di gente che si riversa quotidianamente per le strade del quartiere, c’è un via vai costante di studenti. Per la pausa pranzo, molti di loro si riposano nell’atrio delle facoltà di Scienze della Comunicazione e Studi Orientali de “La Sapienza”, la terra di mezzo tra i due settori del mercato, quello dell’abbigliamento e quello alimentare. A spiegare le ragioni della collocazione dell’università all’interno del mercato è Angelo Romano: “in questa zona della città – spiega - fino agli anni Ottanta non c’erano sedi istituzionali, molti spazi erano dismessi; il sindaco Rutelli ha deciso di cambiare la destinazione di alcuni locali tra cui le caserme Sani e Pepe, al fine di aprire il quartiere alla gente e nello specifico a persone con un certo capitale culturale”.
Alcuni studenti hanno definito l’Esquilino un “laboratorio della multiculturalità”, ponendo l’accento sulle grandi possibilità offerte dall’incontrare gente di paesi diversi.

Anna Rita è entusiasta che la sua facoltà si trovi dentro il mercato perché “permette di vedere tutte quelle cose, come gli abiti e i cibi, che si vedono soltanto nei documentari o sui giornali”. Laura, un’altra studentessa di Scienze della Comunicazione, è convinta “che l’università debba stare in mezzo alla gente e che non sia una realtà elitaria, ma che debba comunicare a tutti ciò di cui si occupa”. Inoltre, aggiunge che “proprio all’università bisogna accogliere tutti e tessere relazioni con tutti”. Una voce fuori dal coro è quella di Alessandra, da poco iscritta all’università romana, che racconta “ho paura di andare in giro da sola, non perché sono razzista, ma perché vedere tutta questa gente diversa da me mi da ansia”.
 
A scuola d’italiano. La domenica il mercato è deserto. La gente si sposta verso piazza Vittorio per approfittare delle prime giornate primaverili. Mentre i ragazzi giocano e i più anziani fanno una passeggiata, intorno alla parrocchia di Santa Maria Maggiore in San Vito, in fondo alla via Carlo Alberto, si addensa un folto gruppetto di persone di diversi paesi. Aspettano di entrare alla scuola di italiano per stranieri della Comunità di Sant’Egidio. All’ingresso c’è Marco Francioni, 27 anni, uno dei “maestri”. Per lui è molto più che una scuola, “è un’opportunità grandissima sia per gli stranieri che si impadroniscono della lingua italiana, e quindi della nostra cultura, sia per noi che insegniamo, perché abbiamo la possibilità di creare dei ponti con il mondo”.

Le classi sono miste, gli allievi hanno un’età compresa tra i venticinque e i quarant’anni, e le lezioni si tengono praticamente ogni domenica per tutto il giorno, dato il gran numero di iscritti. E come in tutte le scuole, Marco racconta che “dietro i banchi sono nate grandi amicizie tra gli allievi, ma anche tra gli insegnanti e gli studenti” come quella che lui stesso ha stretto con un suo allievo, Wntong, un ragazzo cinese. Questo rapporto è cresciuto “al punto che ci scambiamo regali per il compleanno e facciamo gite insieme in montagna.” E continua “ciò che mi affascina è che anche tra di loro ci sia il desiderio di conoscersi e raccontarsi, andando oltre quei pregiudizi che ognuno nutre nei confronti di ciò che considera diverso da sé”. Nel tempo la comunità ha intrecciato solidi legami in tutto il territorio. “Noi di Sant’Egidio – spiega Marco - portiamo settimanalmente la cena a chi dorme per le strade del rione, e questo ci consente di confrontarci con i più poveri con stessa logica che guida la scuola, cioè quella dell’accoglienza”.

La ricerca dell’autenticità. La sensazione di chi passa per l’Esquilino è quella di stare in una zona di passaggio, aperta. Qualcuno l’ha definito il rione “incompiuto”, racconta l’antropologa Adriana Serpi. Una realtà in divenire che non può essere imprigionata in categorie precostituite. “Per questo - continua - bisogna stare attenti alle generalizzazioni”. Per esempio “non è vero che tutti gli stranieri che si vedono in giro abitano qui perché molti ci vengono solo per lavorare”. Un altro mito da sfatare, secondo Romano, è il “fatto che il rione oggi sia diventato popolare” perché, continua “l’Esquilino è sempre stato popolare, era il luogo degli immigrati del sud Italia, che, tra l’altro, ancora oggi hanno casa qui”.

Addirittura, racconta la dottoressa Serpi, “coloro che definiscono il rione il triangolo della cristianità, per via delle tre basiliche presenti sul territorio, quella di San Giovanni in Laterano, di Santa Croce in Gerusalemme e di Santa Maria Maggiore, non si spiegano come la stessa area abbia potuto accogliere così tanti culti diversi”. Minoranze etniche e religiose a cui spesso viene attribuito un presunto aumento della criminalità. “Ma – aggiunge - non esistono stime ufficiali da parte del I Municipio. Ciò che è certo è che non è possibile imputare la responsabilità ai rumeni o a qualche altro straniero, che diventa il capro espiatorio di turno”.

Il senso di un luogo. Un salotto a cielo aperto, quello dell’Esquilino, difficile da comprendere sulla base di dati e generalizzazioni. “Molte tv e molti giornali – spiegano i ricercatori - hanno dipinto l’Esquilino ora come il luogo della multiculturalità ora come una zona degradata”. Tra questi due estremi, però, ci sono molte sfumature che è possibile cogliere vivendo una giornata per le strade del luogo, a contattato con la gente. Secondo gli antropologi “c’è solo un modo per andare al di là di quell’ossessiva ricerca di autenticità e del tentativo di chiudere l’Esquilino dentro schemi fissi. Si deve cioè partire dal basso, dal quotidiano, dalle storie dei suoi abitanti, per comprendere le rappresentazioni, le nostalgie e le insicurezze della gente, italiani in particolare, che costituiscono ancora la maggioranza del popolare rione”.