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Studiare a Chinatown

Studenti & commercianti: la strana convivenza

Studiare a Chinatown

di DANIELA MOLINA, STEFANO PESCE, LIVIA SERLUPI CRESCENZI (28 05 2010)

Il primo municipio di Roma ospita all’interno dell’Esquilino, quartiere multiculturale per eccellenza, uno dei più importanti mercati della capitale; ma da qualche anno nello stesso spazio si tengono anche alcuni corsi di laurea della Sapienza. Come convivono due realtà tanto diverse a stretto contatto in un ambiente comune così particolare? Si influenzano, si disturbano o si ignorano? A questi e ad altri interrogativi abbiamo cercato di dare una risposta nella nostra micro-inchiesta che comprende l’intervista al presidente del CORIME (Coordinamento Rivenditori Mercato Esquilino)

Integrazione o indifferenza? Da molti anni ormai il quartiere Esquilino è noto come la Chinatown romana, il cui centro nevralgico si trova proprio nel luogo in cui sorgono uno dei mercati più antichi della capitale e una delle sedi della Sapienza, il principale ateneo romano. Immaginatevi una sorta di gironi danteschi in cui all’esterno si trovano decine e decine di negozi cinesi in posizione intermedia i banchi del mercato rionale e al centro la ex caserma SANI, sede della facoltà di Studi orientali e sede distaccata della facoltà di Scienze della comunicazione. Una coincidenza?

Sembrerebbe di sì, perché se così non fosse, e si fosse voluta dare l’opportunità agli studenti di immergersi nelle culture orientali e comunicare con esse, si sarebbe trattato di un fallimento, come dimostra la nostra “inchiesta sul campo”.



Il percorso di uno studente qualsiasi. I negozi dell’Esquilino, a partire dalla fermata Metro di Piazza Vittorio, hanno quasi tutti le insegne in cinese e pochi espongono i cartellini dei prezzi, cosa che in Italia è obbligatoria. I motivo è semplice: in Cina non si usa segnalare i prezzi, e qui i commercianti è come se fossero a casa propria. I loro clienti sono connazionali e se entra in negozio un coraggioso studente italiano, alla fine ne esce senza aver comprato nulla, perché i prezzi per lui sono troppo alti: in questi negozi variano a seconda della nazionalità della clientela.



Superata la cinta esterna dei negozi, si arriva al cuore dell’Esquilino: il mercato.Una parte di esso, quella conosciuta come “no food”, circonda il cortile interno della Sapienza. È una sorta di galleria sottostante le aule dell’Università. Vi si vendono articoli di abbigliamento ed ha varii accessi al cortile interno, con le aiuole dove gli studenti sono soliti bivaccare. Per salire in aula occorre attraversare pertanto questo settore del mercato dove i banchi appartengono quasi tutti a cinesi e bengalesi e dove quasi nessuno parla la nostra lingua. 



Finalmente un giovane bengalese capisce cosa vogliamo sapere, ma preferisce accompagnarci da uno dei rarissimi commercianti italiani. È come se volesse dirci: “vedetela fra di voi”, voi italiani.

Una speranza delusa. All’unico commerciante italiano del settore del mercato vicino all’università chiediamo quale sia il rapporto tra i banchisti e gli studenti. Si chiama Daniele, ha il banco nr. 10 e da questa intervista emerge tutta la delusione di chi nella clientela studentesca aveva tanto sperato e invece si trova di fronte il completo disinteresse dei giovani per la merce esposta. I ragazzi passano svelti senza neanche guardarla, senza mostrare nemmeno un po’ di curiosità.



Nel cortile interno, che università e mercato hanno in comune, alcuni studenti sorseggiano un caffè seduti al tavolino del bar. Scopriamo che si tratta di studenti della facoltà di Psicologia e che anche questa facoltà utilizza un’aula della ex caserma Sani. Sono lieti di rispondere alle nostre domande sul rapporto tra gli studenti, il mercato e l’ambiente multietnico circostante. Questa seconda intervista conferma quanto emerso dalla prima, al commerciante del mercato; ovvero l’assoluto disinteresse degli studenti nei confronti del contesto “ambientale” nel quale sono inseriti. Il loro interesse è centrato esclusivamente sugli studi, sui libri, sugli insegnamenti all’interno delle aule. In una parola: sulla teoria.



Il mercato settore “Food”. Varcare la soglia del mercato dell’Esquilino è come varcare una frontiera, entrare in un paese straniero. Suoni, odori, figure, sapori totalmente diversi da quelli cui siamo abituati nella capitale d’Italia. Qui non si sentono le solite urla del macellaio, del pescivendolo o del “fruttarolo” che richiamano i clienti in dialetto romanesco; qui si sentono i suoni secchi, le cadenze spezzate e i toni alti, acuti, delle lingue orientali contrapposte a quelli più gutturali delle lingue nordafricane.



Ma la cosa che più affascina è il mutamento gastronomico subito dal mercato capitolino, il quale si è dovuto adattare ad una nuova tipologia di clientela, che sicuramente non cerca la “coda alla vaccinara”, o la trippa da fare al sugo con la mentuccia. Clienti diversi: cinesi, indiani, arabi, pochi italiani, qualche giovane romano spinto più dalla curiosità che da reali esigenze domestiche.

Il consumatore cambia, viene da lontano, da altri mondi, e cerca qualcosa che lo riporti a casa, almeno col pensiero. I commercianti questo lo sanno e si adeguano. È un esempio lampante della forza dirompente dell’azione di culture e tradizioni diverse che, come scalpelli su un blocco di marmo, stanno modellando una fetta di realtà, quella capitolina, non sempre morbida e plasmabile.

Ecco quindi che sui banchi, accanto a pomodori e insalata, spuntano strani ortaggi e tuberi esotici; le drogherie offrono decine di tipi diversi di riso e di spezie; i macellai adottano tutte le cautele del caso, per accontentare una clientela, come quella musulmana, che non gradisce certo le salsicce di maiale; anche il banco del pesce offre delle sorprese, quando accanto ai tranci di salmone, di cernia o di merluzzo, si agitano agonizzanti decine di pesci gatto e le carpe boccheggiano con gli occhi vitrei. Una nuova cultura cerca il suo spazio, anche in cucina.
 



Intervista esclusiva al Presidente del mercato. Ma come ha fatto questo antico mercato romano a tramutarsi in un luogo di incontro multiculturale? Quanti sono i banchi di questo mercato e quanti di essi sono affidati a cinesi e bengalesi? Chi vende e chi compra? Sono alcune delle domande che poniamo al presidente del CORIME (Coordinamento Rivenditori del Mercato Esquilino), Giancarlo Pompeo, che ci svela la vera anima di questo mercato e di questo quartiere, con la sua storia e la sua gente.





E il mercato Esquilino diventa così un luogo altro, un luogo di cui parlare, di cui scrivere. Per scoprire qualche informazione extra, magari sui nomi dei cibi che vi si possono acquistare, si può dare un’occhiata anche all’articolo pubblicato su dissapore.com e precisamente: www.dissapore.com/mangiare-fuori/il-nuovo-esquilino-la-gran-fiera-magnara/

Un mondo a parte. La convivenza tra i due mondi che coabitano all’Esquilino, nei pressi del mercato, è pacifica, non ci sono mai stati incidenti o lamentele, ci dicono gli ufficiali del Comune addetti alla sicurezza della zona e del mercato in particolare. Il loro quartier generale è proprio accanto all’ingresso dell’università e anche a loro poniamo qualche domanda.



Le loro risposte sono evasive e non sanno nemmeno che proprio a due passi da lì, in Via Filippo Turati, dietro il mercato e l’università, c’è la sede dell’Associazione Commercianti Cinesi: “e a voi chi ve l’ha detto?” ci chiedono.

Eppure l’associazione esiste e tra i suoi membri ci sono ben 40 commercianti che hanno i propri negozi nella stessa via. Ci rechiamo lì, ma non riusciamo a trovare nessuno perché di giorno sono tutti al lavoro, come ci spiega un cinese che ci viene incontro, uscito da una porticina laterale.



Due mondi indifferenti l’uno all’altro. Universitari, residenti italiani, commercianti bengalesi e soprattutto cinesi si scivolano accanto, attenti a non urtarsi. Nessun contatto, nessun tentativo di comunicazione. D’altronde il primo ostacolo è quello della lingua: intervistati, i commercianti cinesi hanno incontrato grandi difficoltà a rapportarsi con noi, studenti italiani: non capivano cosa dicessimo, erano a disagio, apparivano quasi spaventati. Gli uomini erano restii a parlare, e generalmente lasciavano che a farlo fossero le giovani donne. Forse perché, all’insaputa degli impiegati comunali o degli addetti alla sicurezza, in realtà sanno di non essere ben accetti dagli abitanti del quartiere. Basta dare uno sguardo al sito (chiamato Civic Urban Gazette) che hanno creato i membri del comitato di quartiere: www.degradoesquilino.com.

Ma quella cinese è comunque famosa per essere una comunità chiusa e la ragione di ciò la troviamo analizzando la storia dei flussi migratori. I cinesi immigrati in Italia provengono quasi tutti dal Sud della Cina, in particolare dalla regione dello Zhejiang, e il motivo va ricercato nelle politiche ufficiali, non nella migrazione spontanea.

La prima grande immigrazione cinese si ebbe dopo la fine della prima guerra mondiale, quando migliaia di cinesi provenienti da quella regione, che erano stati chiamati a lavorare qui dagli alleati durante il conflitto, si stabilirono per sempre nelle città di Milano, Torino, Bologna, Firenze e Roma. Il secondo flusso migratorio avvenne negli anni 80, quando Deng Xiaoping decise di aprire una zona economica speciale nel sud del paese, in cui ammise l’iniziativa privata e gli scambi tra le comunità cinesi sparse nel mondo. Per questo i primi arrivati a Roma chiamarono i familiari e gli amici, che provenivano dalla stessa regione.

Il “clan” che così si è formato si chiama tong zu e si tratta di una sorta di famiglia allargata. I cinesi che arrivano trovano nei tong zu o nei tong xiang (se dello stesso villaggio) protezione, aiuto nelle pratiche burocratiche, un lavoro già pronto, una casa. Solitamente a Roma vivono in appartamenti e pagano oltre 600 euro di affitto. Guadagnano però non più di 900 euro e per questo la polizia parla di sfruttamento da parte dei loro stessi connazionali.

Ma quanti sono gli stranieri dell'Esquilino? Lasciamo che a parlare siano i numeri:



Se si va sul sito del Municipio Roma 1,  si possono ottenere diverse informazioni sulla varietà etnica della cittadinanza locale, mentre dall’ufficio statistica del Comune di Roma scopriamo che i soli cinesi residenti a Roma nel 2007 erano oltre 9mila, divisi tra i quartieri Esquilino e Centro storico (I Municipio), Pigneto e Prenestino/Casilina (VI municipio).

In tutta Italia invece i cinesi costituiscono la quinta maggiore comunità e gli alunni cinesi nelle scuole sono quasi 25mila e crescono al ritmo del 10% l’anno. Secondo la Questura i cinesi che si trovano a Roma, sia residenti che possessori di permesso di soggiorno a vario titolo, sono ventimila (su 2.700.000 abitanti totali a Roma al 31.12.07).

Di questi, la maggior parte sono commercianti e non ristoratori: difatti a Roma sono solo 380 i ristoranti cinesi, contro i 15.400 totali, mentre i commercianti cinesi iscritti alla Camera di Commercio sono più di 2.400 (su 316.000 imprese totali registrate a Roma). In realtà nella capitale non sono i commercianti cinesi a detenere il primato dei negozi stranieri, ma i bengalesi, secondo il Rapporto Ethnoland sulle persone straniere immigrate imprenditori, presentato a febbraio 2009; anche se i cinesi si trovano al secondo posto (rappresentano il 13,7% degli imprenditori stranieri a Roma).

Bella inchiesta

Complimenti per la bella inchiesta.

Quando sentimmo parlare del progetto della Caserma Sani molti di noi pensarono che era una pazzia. Affiancare un banco di vendita ad un'aula universitaria! E invece, vedendo i risultati, mi sono ricreduto: a me questa 'commistione' piace.

Pensare che questo possa essere un esempio di integrazione è un'ingenuità. Penso che lo spazio fisico "attraversato" sia la migliore metafora e, forse una delle risposte possibili alla convivenza globalizzata.

Infatti all'inizio pensavamo

Infatti all'inizio pensavamo di titolare l'inchiesta "ma quale integrazione?" poi gli argomenti si sono allargati sempre più e il risultato emerso è stato proprio quello che hai colto. Grazie per i complimenti che sono la nostra maggior gratificazione