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"Ci salvano cultura e lettura"

Viaggio in un rione in cambiamento/3

"Ci salvano cultura e lettura"

di CLAUDIO FERZOLA, ALESSANDRO MAINIERI, LIVIO MONTESARCHIO, LUCA PESA (25 05 2010)

Raccontare le attività delle associazioni vuol dire un po’ rivelare ai più lo sforzo di alcune persone per migliorare la vivibilità di un luogo, di un quartiere. È un lavoro intenso, quotidiano, pieno di umanità, ma soprattutto utile quando è rivolto a persone che devono integrarsi in una realtà culturalmente lontana dalla loro.

La convivenza sul territorio di italiani e stranieri ha bisogno dell’attività delle associazioni, abbiamo camminato attraverso il quartiere e alcune persone ci hanno raccontato il lavoro prezioso presente dietro la multiculturalità dell’Esquilino.    
 
Abbiamo intervistato Antonio, insegnante nella “Scuola d’italiano per stranieri”, all’interno della “Casa dei diritti sociali”, associazione di volontariato laico impegnata nella promozione dei diritti umani e sociali.

Questa onlus offre l’opportunità di imparare l’italiano attraverso una scuola gratuita e aperta a tutti gli stranieri. Le lezioni sono tenute da insegnanti italiani, volontari. “Vogliamo innanzitutto farli sentire delle persone”. La scuola fa parte del progetto “Rete scuole migranti”. Antonio ci racconta che a suo parere il quartiere Esquilino è quello più integrato e che c’è una sorta di equilibrio, tra gli italiani che con gli stranieri hanno un ottimo rapporto e quelli che invece sono infastiditi dalla loro presenza. Il nodo centrale, secondo Antonio, è che manca una cultura dell’integrazione e non si applica una politica seria, non si vedono cioè gli stranieri come una risorsa, piuttosto sembrano trattati come un problema. “Si fanno politiche sull’immigrazione di pancia, un partito si pone come antagonista all’immigrazione e quindi sarà sempre difficile. Le iniziative devono partire dal governo”. Ci spiega anche che il rapporto con il municipio, e con l’assessore di riferimento, è buono perché non politicizzato, sebbene “potrebbero venirci incontro proponendo dei veri corsi di lingua: qui sono tutti volontari, la maggior parte ex-insegnanti, ma comunque tutte persone competenti”. Via discorrendo parliamo del pregiudizio, è ineliminabile dall’uomo, ci dice ancora Antonio, tuttavia si abbassa quando si creano occasioni di contatto, “così ci si rende conto di quanto si è simili”. Salutiamo Antonio e un ragazzo eritreo di mezza età si avvicina a noi, vuole raccontarci la sua esperienza. È qui in Italia da due anni, con l’asilo politico, e ci dice che manca tutto, nessuno fa niente per loro. Non c’è lavoro, non ci sono alloggi. Dorme, come tanti, all’Anagnina, mangia alla Caritas e segue il corso di italiano. Ci confida che sono troppe le persone ad avere bisogno di aiuti. Poi ci mostra anche i suoi documenti. Probabilmente pensa che possiamo fare qualcosa per lui, ma non è così, così ci saluta, con un sorriso stretto. 
 
La “Casa dei diritti sociali” del quartiere ha sede al piano superiore, basta percorrere una stretta scaletta esterna a pochi metri. Carla è la responsabile, ci accoglie in una sala più grande e ariosa rispetto all’angusta saletta dove si tengono le lezioni d’italiano. Sulle pareti ci sono dei graffiti, foto appese e disegni fatti a mano da bambini. La “Casa dei diritti sociali” svolge qui le sue attività dal 1998; offre, in generale, servizio di accoglienza, orientamento e sostegno. L’assistenza medica e legale sono due servizi importanti offerti dalla onlus. “Qui da noi arriva chi ha un problema, che spesso si rivela più di uno”. Carla ci racconta che i rapporti con il municipio non sono molto attivi, c’è uno scambio di idee e collaborazioni ma nessun sostegno economico. Più in generale l’immigrazione non viene governata, ma trattata solo come emergenza. Indagando a proposito del razzismo, un concetto emerge chiaro: “Le persone non hanno un’attitudine innata al razzismo, esso è più che altro una conseguenza di questo stato di cose. Non c’è una vera e propria attitudine multiculturale”, conclude Carla. Per quanto riguarda l’integrazione c’è equilibrio tra chi vive bene e chi vive male la realtà del quartiere, resta comunque una questione culturale e i media giocano un ruolo fondamentale nei processi d’integrazione.
 
Cercando l’associazione “Abitanti di via Giolitti” siamo poi arrivati a Dina Capozio. Lei è la responsabile legale dell’associazione “Apollo 11” e abbiamo scoperto che la prima non è più attiva da 4/5 anni. Dina abita il quartiere dal 1961 e molte cose sono cambiate da allora. Ci racconta però che l’Esquilino è un quartiere “umano” e che c’è una vita partecipata, diversamente dalla maggior parte degli altri quartiere di Roma. Durante gli anni ’80 è mancata la svolta di investimenti e riqualificazione delle attività commerciali presenti sul territorio, molte delle quali erano in mano ad ebrei. Poi sono arrivati i capitali dei cinesi, e la fisionomia è diventata quella che oggi è sotto gli occhi di tutti.
Molti artisti e intellettuali partecipano alle attività dell’associazione. Il primo che se ne interessò fu l’architetto Fuksas, quando lesse dalle pagine del Corriere della Sera dell’iniziativa di salvare il cinema Apollo dalla sua trasformazione in sala bingo. Poi nel 2002 l’idea di creare un’orchestra con musicisti di comunità e culture diverse, ognuno con il suo bagaglio di musica popolare: l’Orchestra di Piazza Vittorio. Dina ci racconta che non si sentono dei mediatori tra i cittadini e le istituzioni ma che mettono la cultura e l’arte al servizio della comunità. L’associazione è attiva dal 2001 e utilizza degli spazi messi a disposizione dall’istituto G. Galilei, dove si svolgono tutte le attività. La prima manifestazione fu da subito un successo, la lettura di un passo di Gadda che durò 9 ore con la successione di 60 artisti nella lettura.
A proposito dell’integrazione Dina ci dice che non ama questa parola, preferisce invece la parola “convivenza”, basata su conoscenza e condivisione delle regole. “Bisogna non fare sentire stranieri gli altri per far si che diano il proprio contributo. Gli stranieri portano una diversità che è un valore aggiunto, come odori, sapori, vestiti e colori nuovi”.
Anche Dina recrimina l’assenza delle istituzioni, la copertura delle spese è del tutto autonoma. Ci dice che il problema principale è nel governo del territorio, e che l’amministrazione regionale precedente era più interessata alle loro iniziative (Marrazzo, n.d.r.). Inoltre quando occorrono spazi il comune non risponde, a differenza della provincia.
Lo sforzo dell’associazione è anche quello di comunicare con i cittadini nella loro lingua madre, per quanto possibile. Ci confida inoltre che l’arrivo massiccio di cinesi è stato percepito negativamente dal quartiere e che i problemi del quartiere se li sono sobbarcati le numerose associazioni dei cittadini dell’Esquilino, data l’inadeguatezza della classe politica.
A proposito del pregiudizio la responsabile ci parla della “trappola della paura” e del fatto che in realtà le frontiere non esistono, ma le mettiamo noi. “Ci si salva con la cultura e la lettura”, e ci dice che gli italiani hanno memoria storica breve, nel ‘900 sono emigrate dal nostro paese circa 30 milioni di persone che, al loro arrivo, hanno dovuto sopportare grossi problemi per l’integrazione. Ora ce lo siamo dimenticati. 
Un progetto di cui ci parla con entusiasmo è quello dell’Esquilino young orchestra. Si tratta di circa 30 ragazzi provenienti da tutto il mondo (“ci sono anche italiani, non siamo mica razzisti!”), per un’operazione simile a quella della famosa “Orchestra di piazza Vittorio”. Il progetto si avvale della direzione artistica di Moni Ovadia ed è un percorso di formazione musicale lungo 3 anni, dove ognuno di questi 30 ragazzi può imparare a suonare gratuitamente uno strumento e far parte dell’orchestra. Gli strumenti sono in comodato d’uso e i ragazzi sono scrupolosamente seguiti nella loro crescita.
 
Le attività delle associazioni che compongono il tessuto vivo del quartiere costituiscono un patrimonio importante, da preservare e coltivare. È un contributo indispensabile a quei molteplici processi di integrazione e convivenza che rappresentano le sfide culturali dei nostri quartieri, dell’Esquilino. 
Abbiamo raccolto alcune “voci di dentro”, di chi quotidianamente vive l’Esquilino, cercando di raccontarvi una storia di cambiamento, cominciata durante gli anni ’80 e ancora lontana dal terminare. Un percorso difficile, quello dell’integrazione tra diverse culture, che mette continuamente alla prova chi vi partecipa.
Pregiudizio, rabbia, paura, ma anche coraggio, tolleranza, impegno e voglia di vivere serenamente la diversità sono le sensazioni che abbiamo percepito, forti e vere.