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"Mancano solo i soldi!"

Viaggio in un rione in cambiamento/2

"Mancano solo i soldi!"

di FABRIZIO DE ANGELIS, GABRIELE FARINA, MARTA LEGA, FULVIO NIBALI (25 05 2010)
Daniele Muscetta

Pakistani, indiani, bengalesi, coreani, cinesi. Storie e voci di chi vive oggi il quartiere. Lontano dal proprio paese, in una realtà dove le identità si incontrano e si scontrano tra loro. Ristoranti, botteghe, saloni di parrucchiere, negozi di abbigliamento. Ricerca di integrazione e voglia di isolamento. Ecco come si raccontano gli stranieri dell’ex “salotto” di Roma.

“Italiani bravi, ma noi poco lavoro”. E’ il commento finale di un commerciante bengalese del “Mercato Esquilino”. Non si tratta di una voce fuori dal coro, piuttosto di un giudizio generale degli immigrati bengalesi che vivono e lavorano nel quartiere multietnico Esquilino di Roma.
“Ho amici da tutte le parti, con alcuni prendo il caffè, con altri no. Con gli italiani parliamo di donne e di calcio”. Queste le parole di un egiziano di 49 anni, da 21 nel nostro Paese. Di professione fa il macellaio, dirigendo la sua azienda. Ce ne sono tante, tantissime nell’Esquilino. Basta avventurarsi un po’ per rendersene conto.


Lavoro, lavoro, lavoro. Pakistani e indiani, bengalesi e coreani, oltre a molti cinesi popolano le strade del rione da vent’anni a questa parte. Alcuni sono bene integrati. L’egiziano s’esprime in un italiano fluente, anche se dice di non parlarlo molto bene. Conosce abbastanza la realtà in cui vive ed è capace di giudicarla. Partendo dall’università, che è stata realizzata “molto tardi”, sino a giungere a un progetto che unisca realmente italiani e stranieri, i quali “lavorano solo”. Per loro, afferma, mancano spesso informazioni utili, oltre a iniziative e idee per i giovani.
Sheika Aftab Uddin ha 34 anni e viene dall’India. Un lungo viaggio, anche se “difficile non è stato arrivare”. Sheika ha il visto. “Difficilissimo è trovare lavoro”, nonostante il rassicurante sostegno di un parente, già in Italia da tempo. Dopo cinque anni, ha fatto molti passi avanti: ha imparato un po’ l’italiano, s’è integrato nel quartiere e nella comunità. Tanti gli amici che ha trovato, molte le feste a cui dice di aver partecipato. “Mancano solo i soldi”, scherza alla fine.

Ancora più lungo è stato il viaggio di Park, venuto dalla Corea del Sud per studiare. E’ in Italia da 15 anni e il progetto messo da parte: adesso lavora nel ristorante del fratello. Con i clienti i rapporti sono buoni, “molto delicati” solo con i connazionali. Sa della vicina facoltà e del corso di Studi Orientali, una realtà “molto positiva”. Il 45enne è soddisfatto del suo lavoro, ma non tanto del quartiere; in particolare, delle forze dell’ordine, che - dice - non si sono impegnate quando ha avuto problemi.




Diffidenza made in China.
Continuando a percorrere le strade dell’Esquilino s’incontrano altre realtà. Basta addentrarsi in negozi d’ abbigliamento e d’oggettistica, alimentari e ristoranti, phone-center e internet point di Via Mamiani, Via Principe Eugenio e Via Principe Amedeo. Molti sono gestiti da persone provenienti dal Bangladesh. Gente istruita: molti possiedono una laurea, specie in Economia e Commercio, e sono arrivati in Italia con la speranza di guadagnare di più di quanto non facessero in patria. Hanno lasciato moglie, figli, amici e parenti a casa, cercando di scacciare la malinconia vendendo oggetti tipici orientali o riproponendo qui in Italia i sapori e i profumi della loro terra nei ristoranti.
 Più diffidenti sono i cinesi. Tanti sono disposti a parlare, ma solo a potenziali clienti. Al lavoro o in pausa, “no, grazie” o “non ho capito” sono le risposte che scattano a una richiesta di intervista.
Fanno eccezione due ragazze. Ju Yun Pan ha 28 anni, da tre è in Italia, ma solo da uno all’Esquilino. Con una punta d’orgoglio afferma di essere cinese. Non solo lavoro, ma anche studio: un corso d’italiano in una scuola vicino Santa Maria Maggiore. Ju è molto legata alla sua comunità, in cui svolge tutte le attività della giornata. Con gli italiani non c’è molta integrazione, “non ne conosco”. L’università la lascia indifferente e non sa di Studi Orientali. Tanto lavoro, “poi a casa a dormire”. Per migliorare il quartiere servirebbe, secondo lei, più pulizia. Della stessa idea è l’altra intervistata. E’ in Italia da sei anni ed è felice di essere a Roma, anche se da solo due mesi. In passato, ha vissuto a Napoli, dove le cose per lei non andavano bene. Tanta la criminalità, specie tra i giovani, la “polizia uguale mafio”. Torna nel suo Paese una volta l’anno, per trovare la famiglia; anche lei preferisce vivere nella sua comunità. Alla domanda su perché sia venuta in Italia, risponde ironicamente che in Cina ci sono tante persone e, meno ironicamente, che “con l’euro si sta meglio”.

Anche nella zona che conduce a piazza di Porta Maggiore c’è una vera e propria escalation cinese. I commercianti con gli occhi a mandorla sono molto restii a parlare dei motivi per cui si trovano in Italia. Se sei un cliente, sono molto disponibili; appena poni loro questa domanda, si indispettiscono, rimandano al titolare “che non c’è”, i più disponibili restano vaghi. Diffidenti in tutto e verso tutti, non solo verso gli italiani. Come racconta una ragazza,
le uniche manifestazioni a cui ha assistito nel quartiere sono state contro gli stranieri l’anno scorso, mosse da paura nei loro confronti.

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