“Beh, Maestro mi pare un po’ esagerato”. La personalità di Milo Manara è tutta in questa frase, rivolta a chi, con deferenza, continua a rivolgersi a lui come il Maestro. Schietto, sincero, tranquillo, quasi non sembra di parlare con un artista che, da fine anni ’60, ha fatto e continua a fare la storia del fumetto italiano. E così eccolo seduto in poltrona, a rivangare i passati successi e a svelare timidamente progetti futuri, prestigiose collaborazioni e condividere idee generali sul fumetto come punto di partenza di tutte le arti.

Ospite al Comicon, il XII Salone internazionale del fumetto di Napoli, Manara ci ha parlato del suo lavoro, dell’arte, delle donne. E di una collaborazione col regista Roman Polansky…
Cos’è, per lei, il fumetto? Letteratura d’impegno o di evasione?
Così come Hugo Pratt, anche a me non è mai piaciuto definire il fumetto come “impegnato”. È un aggettivo troppo pretenzioso, che richiama la necessità di dare una chiave di lettura univoca al mondo. Per me, ciò che è davvero rivoluzionario, è raccontare l’avventura, intesa in senso dantesco. Nella Divina Commedia, Dante fa dire a Ulisse: “Fatti non foste per vivere come bruti, ma per seguire virtute e conoscenza”. Questo, a mio avviso, è il vero manifesto del fumetto avventuroso.
Ulisse, personaggio avventuroso per eccellenza. Ma in che modo si ricollega all’idea di fumetto di Manara?
Nel senso che, se ognuno di noi, un bel giorno, decidesse di seguire “virtute e conoscenza” senza più dedicarsi alle occupazioni quotidiane e lavorative, tempo tre giorni e la società andrebbe a rotoli. Per questo l’avventura, e con essa, il fumetto avventuroso, contiene in sé il germe eversivo. L’avventura è rivoluzione.
A proposito di rivoluzioni, parliamo del suo impegno politico. È di questi giorni la ristampa di “Fascio di bombe”, fumetto del ’75, che racconta la strage di Piazza Fontana.
Fu una cosa del tutto inedita per l’epoca. Le stragi del treno Italicus, della stazione di Bologna e, in particolare, quella di Piazza Fontana a Milano, scoperchiarono il vaso di Pandora sulle colpe dello Stato, la cosiddetta strategia della tensione. All’epoca tutti cercavano capri espiatori. Pensiamo alla morte dell’anarchico Pinelli. Ecco, c’è ancora gente che si ostina a ripetere: il ’68 è stato il padre del terrorismo. Non è vero. Il terrorismo è iniziato il 12 settembre del 1969 con l’esplosione alla Banca dell’Agricoltura, e non certo per mano delle sinistre.
Torniamo al suo lavoro da fumettista. Ci racconta delle sue esperienze americane?
Per la Marvel è di prossima pubblicazione un volume intitolato “Girls on the run”, sceneggiato da Chris Claremont e incentrato sulle protagoniste femminili degli X-men. Con la DC Comics c’è stata una collaborazione imperniata sull’attualità, dopo il disastro delle torri gemelle l’11 settembre 2001. La DC voleva realizzare qualcosa a sostegno di tutti coloro che si erano impegnati per i feriti e le vittime del crollo. Un progetto su scala mondiale. Per l’Italia venni contattato io.
Altri progetti futuri?
Sto lavorando con Vincenzo Cerami ad una sua sceneggiatura. I temi sono quelli cari a lui da sempre: ecologia, potere e anche un po’ di erotismo. Credo sia per questo che ha pensato a me (ride).
Sono previste altre collaborazioni internazionali?
Per ora posso dire solo che è già stato avviato un progetto con Roman Polansky. Al cinema io ci vado poco, ma ho sempre avuto una particolare predilezione per i film di questo regista. Il lavoro si è, per adesso, arenato per via dei guai giudiziari di Polansky. Con quello che sta passando sarebbe controproducente pubblicare, con il suo nome, un’avventura ad alto tasso erotico.
A proposito di eros, quanto crede che questo conti nella società contemporanea?
Magari tanto, ma io ne vedo pochissimo in giro. Penso in particolare alla pubblicità: mettere una ragazza seminuda vicino ad un paio di occhiali solo per facilitarne la vendita non è erotismo o seduzione, è semplice squallore. È l’idea del vendere che non mi piace. Io, ad esempio, penso, scrivo e disegno le storie che piacciono a me. Non tento di vendere false illusioni o, peggio, ragazze vere. Ma oggi noto un degenero incredibile, a partire dalle leggi che tutelano la persona. Ad esempio lo stupro: solo negli ultimi anni è diventato reato contro la persona e non, genericamente, contro la morale.
Passiamo al discorso sulle nuove tecnologie. Come pensa che queste abbiano condizionato il modo di fare fumetti?
In quest’ambito sono un “dinosauro”. Il computer lo uso solo per la posta elettronica. Altri miei amici e colleghi, come Tanino Liberatore, hanno saputo sfruttare le possibilità offerte dal digitale, ma io resto fedele a carta e pennelli. Col mouse non riesco a fare davvero nulla. Ma non per questo mi sento “vecchio” o superato. Il fumetto è sempre stato alla base di tutto, anche del cinema. E non credo che il 3D cambierà questo stato di cose. Anche per “Avatar” tutto è partito dallo storyboard. Oppure pensiamo ai disegni rupestri di epoca preistorica. Gli storici riconosco l’homo sapiens dalle incisioni impresse sulle pareti delle caverne. Sono 50.000 anni che dal fumetto parte e partirà sempre tutto.
In definitiva, lei cosa privilegia nel fumetto?
Sarò banale: l’eros. Il noir, ad esempio, non è nelle mie corde. Gioca troppo sulla morte e io, per lei, ho una certa antipatia. Ma ciò che, in generale, più mi affascina del fumetto è il suo essere leggermente lombrosiano. Tutto quello che c’è da capire su un personaggio dobbiamo comprenderlo dalla sua fisiognomica, dall’aspetto. Il buono dovrà avere certe caratteristiche fisiche, il cattivo altre. Questa è la più bella sfida del fumetto: raccontare tutto attraverso l’immobilità dei personaggi.