L'incontro - Quali sono i segreti dei molti anni di successo della fiction "Un posto al sole"? E, soprattutto, cosa la differenzia dalle altre soap italiane?
Queste sono solo alcune delle domande a cui hanno risposto i protagonisti dell'incontro, promosso dal Master in Produzione e Programmazione Televisiva, intitolato "Un posto al sole. Un caso di serialità italiana". Una riflessione sul modello di produzione seriale italiano che vede come attore privilegiato proprio la fiction di Rai Tre.
«Un caso unico - come spiega il giornalista Mele - perché basata su un format originale, quale la quotidianità». Il successo sarebbe dovuto, quindi, da una forte identificazione del pubblico nella realtà rappresentata attraverso i 24 minuti, trasmessi dal lunedì al venerdì alle 20:35. Del resto è anche vero che, nonostante i numerosi cambiamenti subiti dal prodotto mediale dal 1996 ad oggi, la fidelizzazione del pubblico resta forte. Un’ evoluzione, spiega Riccardo Polizzy Carbonelli (nella fiction Roberto Ferri), dettata dal mutamento stesso della società, dai costumi ai problemi sociali, a cui la fiction si è adeguata. Ma i temi su cui si sono soffermati gli ospiti dell’evento sono molteplici: la fiction in sé, la programmazione e la produzione della stessa, l’impatto mediatico; aspetti ampiamente illustrati anche nel libro di Mele “Metti un posto al sole”.
La fiction – Ambientata a Napoli, in una villa della zona Belvedere, da tutti conosciuta come Palazzo Palladini. È l’intreccio di storie di 18 personaggi fissi e di qualche guest star, che variano nei diversi blocchi della serie. E fin qui sembrerebbe di descrivere una qualsiasi soap trasmessa dalla televisione italiana, se non fosse che ad essere raccontati sono le storie comuni e i problemi che, in media, tutti devono affrontare nella realtà. Nessuna famiglia arcimilionaria titolare di una casa di moda, come in Beautiful; nessun centro commerciale da gestire, come in Cento Vetrine. Attraverso il piccolo schermo si mostra l’eterogeneità della società. Una famiglia ricca, altre benestanti, ma anche famiglie che fanno fatica ad arrivare alla fine del mese; vicende legate alla gestione di attività economiche in piena crisi e giovani che si rapportano col mondo universitario e del lavoro. Il tutto in un contesto sociale che molto incide sulle vicende dei personaggi: Napoli, con i suoi problemi, spesso denunciati dalla fiction, e con i suoi mille colori. Infatti, è proprio la città partenopea a rappresentare uno dei punti cardine della fiction, insieme ad elementi oramai divenuti veri e propri rituali: la sigla e la cucina, posto in cui si fruisce maggiormente del prodotto. Altro aspetto caratterizzante della fiction è la rappresentazione definita “in tempo reale”, in quanto ai telespettatori sembra di vivere una vita parallela attraverso lo schermo: coincidono i giorni della settimana, le festività e spesso anche le condizioni climatiche (involontariamente).
Programmazione e Produzione – Il lavoro di produzione della fiction è abbastanza complesso e ferrato. Lo scopo è quello di unire la qualità delle riprese con la quantità di puntate girate, per ogni puntata sono circa 18-20 scene, per un totale di 24 minuti di messa in onda. La serie è divisa in blocchi e il tempo di registrazione è circa di un mese e mezzo prima rispetto alla messa in onda di ogni puntata. La divisione in blocchi è dovuta principalmente al fatto che, nella fase in cui vengono girate le scene, si alternano diversi registi. Per rendere più omogeneo il lavoro, ad ogni regista viene assegnato un blocco di 5 puntate che richiede un tempo di preparazione, con sopralluoghi agli ambienti per le scene esterne e organizzazione del lavoro, di circa tre settimane e un’altra settimana per girare materialmente le scene e revisionare il blocco completo. In una settimana, quindi, gli attori preparano le 5 puntate dell’intera settimana. Logicamente anche il lavoro degli sceneggiatori è diviso in questo modo. Vengono, infatti, preparati i copioni in blocchi per semplificare anche il lavoro degli attori. L’aspetto negativo di quest’organizzazione è il fatto di non riuscire a creare un clima stabile di intesa con la regia. In tal modo, gli stessi attori devono imparare ad auto dirigersi. La novità introdotta, invece, dalla serie è stata la figura del Coach degli attori, prima erano in due, oggi uno solo, che svolge diverse funzioni tra cui aiutare gli attori a provare le battute e le intonazioni e ricordare loro la storia pregressa del personaggio. Quest’ultima si ricollega al filo conduttore seguito dagli sceneggiatori: fare una serie che sia un continuum con il passato, ma che sia, al tempo stesso, capace di mostrare un rinnovamento quotidiano.
Impatto mediatico – Forte dell’ascolto omogeneo in tutta Italia, con un picco leggermente superiore a Napoli, la real-soap è in grado di attirare un pubblico eterogeneo. Con circa 2 milioni di spettatori, vanta di essere la fiction più seguita dai giovani che Rai 3 poi perde con in programmi in prima serata. Una fidelizzazione forte perché entra nelle case delle persone permettendo loro di entrare nelle case dei protagonisti. Ma non sempre è stato così, e nell'ultimo periodo ha subito un leggero calo di ascolti. Infatti, come ha sostenuto l’attore Michelangelo Tommaso (nella fiction
Filippo), «All’inizio la fiction non era affatto trendy, ma questo è stato un punto a favore. Non si è mai cercato di imporre alle persone dei modelli o degli stili di vita, come fa la tv commerciale, e il pubblico si è affezionato alla realtà». I momenti difficili sono stati causati essenzialmente da due fattori: la frammentazione dell’offerta televisiva, causata dall’avvento del digitale terrestre, e il tentativo di adeguarsi alla commercializzazione delle altre soap, che non ha trovato buon riscontro del pubblico. Proprio per questo la Rai ha rifiutato le proposte per le nuove puntate avanzate dalla Grandi Prodaction, che produce la serie. Si è optato, infatti, ad un ritorno alle origini con maggiore concentrazione sui temi sociali. In questo modo si sono riconquistati gli ascolti, ritornando circa al 12% di share serale. Secondo Mele, invece, la fidelizzazione deriva dalla “naturale capacità” degli attori di entrare a far parte della vita degli spettatori. Del resto, è lo stesso Riccardo Polizzy Carbonelli a confermare l'idea di Mele durante l'intervista.
“Un posto al sole” – Il libro di Marco Mele racconta la fiction partendo dal primo anno di produzione e, attraverso interviste ad attori ed addetti ai lavori, ricostruisce i 14 anni della serie dal punto di vista di chi compare sullo schermo di coloro che, alla fine non compaiono mai. Dati di fatto e opinioni raccolti in un manuale che dimostra quanto il set di “Un posto al sole” rappresenti un laboratorio di formazione per giovani attori e sceneggiatori. Un prodotto capace di combinare estro creativo e necessità economiche. «Un format originale e unico nel suo genere», come definito da Marco Mele.