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Mi piace, Facebook! O no?

La rivoluzione Open graph

Mi piace, Facebook! O no?

di SAMUELE SASSU (24 04 2010)
http://www.flickr.com/photos/31753593@N05/

Un social network in continua espansione che sembra non porsi limiti: Facebook fa cadere le barriere ed estende la più classica delle sue funzionalità, il tasto "Mi piace", al resto del web. Innovazione o attacco alla privacy? Ancora una volta, Internet Marketing e rapporti sociali si intrecciano nello spazio meno regolamentato del pianeta: la Rete.

Dalla condivisione alla privacy. Fino a poco tempo fa, si poteva diventare fan di qualcosa o qualcuno con un semplice clic. Da qualche giorno, invece, i milioni di utenti di Facebook non potranno più usufruire del simpatico tasto “Diventa Fan” ma dovranno accontentarsi del più comune “Like” per comunicare al resto del mondo preferenze o stili di qualsivoglia genere. Lungi dal voler proporre una discussione di mera semantica, forte interesse riscuotono le potenzialità di questa nuova opzione studiata da Mark Zuckerberg e Co., che tocca i più svariati campi: si va dalla condivisione al marketing, passando per quel terreno minato chiamato privacy, nodo cruciale e tutt’altro che sciolto nel panorama delle nuove tecnologie.


L’Open Graph. Alzi la mano chi non si è mai lasciato scappare un “Ci piace!” negli ultimi mesi. Esclamazione rimbalzata di continuo dalla Rete alla Tv, a dimostrazione della perfetta sinergia tra questi due medium così diversi. Dimostrazione della grande influenza che il social network per eccellenza esercita sulla nostra quotidianità. E con Facebook, si sa, c'è sempre da aspettarsi qualche sorpresa. Dagli States, infatti, è in arrivo una novità. Le funzionalità del celebre tasto "mi piace", usato da ciascun utente per esprimere il proprio gradimento nei confronti di post, link o immagini condivisi all'interno del network, si estenderà a tutto il web. Merito della piattaforma Open Graph che raccoglie già trenta siti circa, tra cui Wikipedia, quelli dei quotidiani New York Times e Washington Post, e il portale della CNN. In pratica, ciò che prima si poteva fare soltanto sull’Home Page di Facebook, ora è possibile anche in tanti altri siti web. Innovazione senza precedenti, secondo i creatori; subdola tecnica invasiva, il parere di altri.

Condivisione o spionaggio? Spesso è capitato che una novità legata alla Rete si sia in seguito rivelata deleteria per gli utenti e la loro privacy. Anche in questo caso emergono forti dubbi sull’effettiva correttezza della nuova funzionalità Like estesa a tutto il web. Come prontamente segnalato dal Financial Times, il rischio più grande risiede nel fatto che Facebook potrebbe diventare uno strumento di categorizzazione degli utenti, “impacchettando” i gusti e le preferenze di ciascuno di essi, per poi comunicarli alle aziende facenti parte della piattaforma Open Graph. In tal modo, il social network, già etichettato più volte come antitesi del privato, minerebbe ulteriormente le capacità di difesa dell’utenza dallo spam selvaggio che invade la Rete. Una condivisione mascherata da spionaggio che va sotto il nome di Behavioural Targeting.

 

La smentita. In seguito all’attacco del Financial Times, i vertici di Facebook sono ricorsi alla secca smentita, tramite un’e – mail inviata direttamente alla redazione dell’autorevole giornale britannico, in cui viene specificato che non c’è alcuna intenzione di tracciare i comportamenti dei consumatori, dei quali non verrà memorizzato alcun dato durante la navigazione. Ad ogni modo, sono innegabili i vantaggi per coloro che aderiranno all’iniziativa, poiché potranno contare su un ulteriore indice di gradimento dal quale partire per poter infine giungere a costruire pacchetti di offerte da proporre direttamente ai profili di utenti già esistenti. Del resto, è prerogativa assoluta dell’Internet Marketing trasformare iniziative di tipo pull, dove è il consumatore a decidere che cosa visitare e apprezzare, in pratiche invasive di tipo push, da sempre fondamento della pubblicità. Il tasto Like è disponibile ormai da qualche giorno e presto si saprà se il Financial Times ha azzeccato la previsione. Gli utenti si augurano di no.