Le migliaia di parole scritte e pronunciate dai mafiosi rivelano la loro identità. Michele Prestipino, responsabile dell’arresto di Bernando Provenzano, ora Procuratore Aggiunto presso la Direzione Distrettuale Antimafia di Reggio Calabria, ci introduce nel mondo della comunicazione di Cosa Nostra e ce ne mostra le porte di ingresso. Ne parla in un incontro del seminario "antimafia tra cultura e società” organizzato dalla facoltà di Sociologia e di Scienze della Comunicazione in collaborazione con l’associazione Libera.
Centralità delle parole, varietà delle fonti- “Le parole ci hanno permesso di entrare nell’universo dei mafiosi. L’universo stesso delle indagini e dei processi antimafia ne è pieno” afferma Prestipino. Punto di partenza per le inchieste sono quindi le parole, strategiche per la ricostruzione della struttura organizzativa di Cosa Nostra. Esse hanno permesso di delineare le caratteristiche chiave dell’organizzazione mafiosa e tre sono le fonti essenziali che le contengono.
In primis le dichiarazioni dei collaboratori di giustizia, i cosiddetti pentiti. Difficile ne è l’interpretazione perché chi depone si autocensura e ha reticenze nel tentativo di accreditare se stesso e screditare altri. Ci sono, poi, le intercettazioni telefoniche, che coprono interi mesi di conversazioni, anch’esse piene di detto e non detto.
In ultimo, la fonte più recente è quella dei pizzini; 36 sono quelli del cosiddetto epistolario di Provenzano, ritrovato il 04.12.2002, data spartiacque per le indagini.
Con i pizzini infatti non erano più soltanto i pentiti a raccontare la mafia, ma era la mafia stessa a parlare di sé in prima persona. “I biglietti di Provenzano ci hanno permesso di ricostruire il contesto temporale e culturale in cui avveniva lo scambio di notizie, di fare connessioni e congetture su tutti i dati di cui disponevamo fino a quel momento” racconta il procuratore.
La cultura mafiosa - Il lavoro di analisi sugli scritti e sulle registrazioni ha permesso di delineare la logica, le ideologie e le dinamiche relazionali interne ed esterne all’organizzazione criminale da quando Provenzano ne è la mente strategica. Emergono gli elementi distintivi di un codice comunicativo complesso, non scritto e largamente condiviso.
Nello specifico, la prima regola riguarda le trame relazionali che sono apparentemente subordinate all’interessegenerale, quello di Cosa Nostra nella sua interezza; in secondo luogo si obbedisce a una gerarchia implicita: gli intermediari di cui l’organizzazione si serve per realizzare i propri piani interagiscono soltanto con i collaboratori delegati, non entrano in contatto diretto con il capo. Ancora, il vertice dissimula il proprio potere asserendo che “ io sono nato per servire solo e sempre Cosa Nostra” e poi comanda con un’alzata di spalle, simbolo della sua autorevolezza.
Inoltre, per l’organizzazione la parola d’ordine è il rispetto. “Devi essere voluto bene, non temuto. Il rispetto è una cosa, la soggezione è un’altra e la pugnalata non te la dà nessuno se hai il rispetto” affermano i capi mafia. Un’altra caratteristica riguarda il consenso, fondante e vitale per Cosa Nostra. La vera attività della mafia, infatti, è la mediazione sociale, è raccomandare per un diploma, per un fidanzamento, per un posto di lavoro. “Noi campiamo per il popolino” diceva Nino Rotolo, capo mandamento palermitano condannato nello storico maxiprocesso.
In questo senso si parla di teoria del consenso sociale. In merito Prestipino spiega che “la mafia risponde alle esigenze del popolo; non è predatrice; il consenso è vitale per la sua esistenza; se esso viene meno, la mafia degrada a organizzazione criminale”. E aggiunge “quello della mafia non è solo un linguaggio o un codice, ma è un esercizio di intelligenza, un’esibizione costante di potere. Ogni modo di dire non è mai ingenuo, cela un calcolo che svela una natura di criminali molto speciali”.
Infine, con Provenzano una nuova enfasi è posta sulla religo come collante sociale per cementare l’organizzazione all’interno e all’esterno, per riappropriarsi dell’appoggio del popolo, duramente compromesso in seguito alle stragi degli anni ’90. Da quel momento, infatti, la compattezza e l’impermeabilità dell’apparato si erano indebolite a causa delle tante defezioni interne e alla moltiplicazione dei collaboratori di giustizia.
A proposito del rapporto tra mafia e religione il procuratore spiega “basti pensare come molti mafiosi si rendevano riconoscibili ostentando il loro potere durante le processioni religiose, quando portavano per le strade del paese il santo protettore. Essere sulle piazze in quelle occasioni era un segno di credibilità”.
L’identikit di Provenzano- Com’è il capo della mafia? Prestipino lo definisce “un mago dell’illusionismo mafioso poiché sapeva essere chi non era ed essere dove non era”. Molto scetticismo ruota intorno agli spostamenti di Provenzano, un uomo che per comunicare e curare i suoi rapporti e i suoi affari non aveva bisogno di spostarsi. Secondo il procuratore è sempre rimasto nella sua terra eccetto in occasione della trasferta a Marsiglia per un intervento alla prostata.
A proposito del periodo della sua latitanza, precisa Prestipino, “latitante è uno che viene cercato e non trovato”. Solo dal ’96, racconta il procuratore, inizia un progetto investigativo su Provenzano. Questo perché prima le indagini si erano concentrate sui soggetti che avevano deliberato, organizzato ed eseguito le stragi, a partire da Riina nel ‘93 e per finire con Brusca nel ’96. Soltanto dalla metà degli anni Novanta sono emerse le prove, processualmente parlando, che Provenzano era quello che elaborava le strategie, lui il successore di Riina, lui il fautore del tentativo di rivitalizzare un’organizzazione che era sul punto di cedere.
Inoltre molto tempo è stato occupato per scovare le talpe che permettevano al boss di anticipare le mosse degli investigatori. Nel 2003 l’arresto delle spie, che erano importanti esponenti delle forze dell’ordine, ha dato una vera e propria svolta alle indagini. Forse coincidenza? Sono quindi nove gli anni reali della tanto discussa latitanza e non quarantatre, come generalmente si crede.
Bernardo Provenzano, lo zù Binnu, è definito il “principe della mafia”: non si sporcava le mani in prima persona, non era spietato con i suoi collaboratori e riusciva ad ottenere pacificamente il consenso dai “ministri” di Cosa Nostra, scelti da lui personalmente e su base fiduciaria.
Le parole dell’antimafia- Dopo avere indagato la struttura e il forte potere sociale dei mafiosi viene da chiedersi se la mafia avrà mai fine. Giovanni Falcone sosteneva che, in quanto fenomeno sociale, la mafia ha un inizio e una fine. Come si può lottare? Ci sono politiche sociali efficaci contro la mafia?
In primo luogo è necessario far funzionare la pubblica amministrazione perché “la questione di mafia e antimafia è una questione di porte. Se un cittadino bussa a quella dello Stato per chiedere diritti di cittadinanza e questo non glieli dà, dove deve andare? La mafia non è banditismo, è strumento di potere, trova spazio dove lo Stato è assente”.
Parallelamente, è importante che ogni persona faccia valere i propri diritti, che i commercianti minacciati si uniscano contro la mafia, che i disoccupati non barattino la promessa di un posto di lavoro con il proprio diritto di voto e in sostanza che “si rifiuti il puzzo del compromesso morale” come sosteneva Borsellino.
La questione calabrese- Ora il magistrato Prestipino svolge le sue indagini a Reggio Calabria nel tentativo di definire il profilo della ‘Ndrangheta. Le differenze con Cosa Nostra sono molte e svariati sono i motivi. Prima di tutto perché qui le parole a disposizione sono poche. In Calabria si continua a vivere nella solitudine, non ci sono state le stragi come in Sicilia, che è diventata una sorta di casa di vetro; in Calabria il silenzio è sovrano. Il magistrato denuncia “a Reggio Calabria non c’è una sede Rai, non c’è una sede Ansa, non c’è una redazione regionale di un quotidiano nazionale”. Si tratta proprio di un altro capitolo.