“Qui è meglio che in America”: fermate quello spot
I ricercatori contro la campagna San Paolo
“Qui è meglio che in America”: fermate quello spot
di IRENE MASALA, ENRICO NOCERA(22 04 2010)
www.youtube.com
Una clip tratta dallo spot di Intesa - San Paolo
Può un gruppo fondato su Facebook influire sulle logiche pubblicitarie aziendali? Quasi 2.600 iscritti e il dialogo con i promotori della pubblicità sono stati i punti di forza di “Contro lo spot sul ricercatore di Intesa-San Paolo”, creato dallo studioso in biologia Gabriele Malengo. Abbiamo parlato con lui della sua iniziativa: un luogo virtuale dove numerosi universitari e non hanno dato voce al loro sdegno contro la poco credibile storia di un “cervello rientrante”. La campagna è stata ritirata.
Un ricercatore italiano costretto a emigrare negli Stati Uniti: storia come tante se ne sentono in Italia. Ma c’è anche chi, preso da improvvisa nostalgia per il Belpaese, decide di tornare sui propri passi. Almeno questo è ciò che accade nell’ultimo spot della banca Intesa-San Paolo. Un inno all’ottimismo per i poco floridi istituti di ricerca italiani, che ha però sortito l’effetto opposto in quello che sarebbe dovuto essere il target privilegiato della campagna: i ricercatori.
A testimoniarlo un gruppo fondato su Facebook da Gabriele Malengo, ricercatore a tempo determinato in biologia molecolare e cellulare all’Università di Heidelberg, Germania, dopo la laurea in Fisica conseguita in Italia. Un classico “cervello in fuga” che, evidentemente, poco si identifica nel protagonista della pubblicità. Il suo gruppo “Contro lo spot sul ricercatore di Intesa-San Paolo” conta oggi quasi 2.600 adesioni che a quanto sembra hanno sortito l’effetto sperato: la campagna è stata sospesa e i video eliminati dal canale ufficiale di San paolo su You Tube. Abbiamo parlato con Gabriele di come la sua iniziativa abbia trovato tanto seguito nell’immenso calderone di Facebook.
Come sei venuto a conoscenza di questi spot?
Era l’inizio di marzo. Un collega del mio stesso istituto aveva postato su Facebook lo spot in questione, in circolazione da poco tempo. Guardandolo mi sono subito sentito irritato. Mi ha dato fastidio, mi sono sentito in dovere di fare qualcosa, anche considerando chi lo spot lo interpretava: non mi ero accorto che la voce narrante era quella di Margherita Buy. Per non parlare della regia di Silvio Soldini. Due autori che ho sempre stimato molto. Questo è stato un altro motivo che mi ha spinto a buttare giù quelle due righe su Facebook.
Due righe che hanno ricevuto più di 2.500 adesioni. Ti aspettavi tanto successo?
Ho cercato di dare spessore al gruppo, qualcosa che andasse al di là del semplice dire sono a favore o sono contro. Io non ho mai avuto blog o pagine personali, né mi è mai interessato averne. Ho quindi scritto su Google per fare pubblicità al mio gruppo, non ho semplicemente atteso che i contatti piovessero dal cielo. Ho fatto un po’ di propaganda on line, che a quanto pare ha funzionato:dei miei amici personali, solo una quarantina sono iscritti al gruppo. Per il resto tutte persone che prima non conoscevo.
E a proposito delle iniziative diffuse sulla tua pagina, leggo di un professore, Giuseppe Attardi, che ha inviato una lettera di protesta a Corrado Passera, consigliere delegato del gruppo Intesa-San Paolo, firmata da 50 ricercatori e sottoscritta dal gruppo.
Il professor Attardi è stato il primo a protestare per questo spot. Vidi una sua lettera pubblicata sul sito di Repubblica, sul blog di Zambardino. Anche lui ha un blog abbastanza seguito, essendo professore ordinario a Pisa. Per quanto riguarda il mio gruppo c’è stata sicuramente parecchia dinamicità, con tanto di dialogo con uno dei promotori dello spot.
Hai quindi avuto la possibilità di confrontarti con i responsabili della campagna pubblicitaria?
Uno dei promotori della campagna, Fabrizio Paschina, ha risposto ad una mia mail di protesta, sottolineando come la banca si impegni a finanziare i progetti di chi ha investito in studi e ricerche in contesti più avanzati del nostro, volendo poi avviare una propria impresa nel campo della ricerca italiana. Una risposta che non mi ha soddisfatto, ma che anzi mi ha irritato. La risposta spostava il piano della discussione, pretendendo che il ricercatore in questione tornasse in Italia per fare l’imprenditore, cosa che nello spot non è assolutamente chiara. In più dipinge una realtà completamente inventata, a partire dagli abiti: giacca e cravatta negli Stati Uniti, camice da laboratorio in Italia, che con tutta la fantasia del mondo non è il modo di rappresentare un imprenditore.
Come consideri l’utilizzo dei social network?
Li trovo strumenti incredibilmente democratici. Fare networking significa non tanto elaborare nuovi modelli o nuove teorie ma poter trovare qualcuno con cui condividere qualcosa di costruttivo, anche nel caso dell’Università. La cosa interessante è che, in parallelo, tanta gente ha avuto la stessa reazione. Persone che si sono poi ritrovate su Facebook per protestare allo stesso modo. Il social network è, insomma, un luogo di incontro per coloro che lavorano indipendentemente ad uno stesso progetto.
Un lavoro che non viene predeterminato né gerarchizzato in alcun modo.
Direi proprio di no, anche se non lo definirei nemmeno un lavoro anarchico. Semplicemente non serve grande coordinazione nell’individuare e combattere un determinato problema comunemente sentito.
In definitiva, la vostra irritazione da dove proviene?
Dal completo sovvertimento della realtà. La frase che più mi ha colpito, verso la fine dello spot, è stata: “Qui è anche meglio che in America”. È una bugia, non puoi tornare e mettere in piedi un tuo laboratorio. Certo, esistono alcuni centri di ricerca d’eccellenza anche in Italia, ma in generale nell’Università questo non accade mai, anzitutto per la mancanza di fondi. Il nostro Paese rischia seriamente di restare indietro, non abbiamo molto altro su cui scommettere che non sia l’innovazione. Per questo ho sperato e spero fortemente che la gente non creda ai messaggi sbagliati di questa campagna.
Un obiettivo raggiunto: gli spot sono stati ritirati.
Non so quanto merito io abbia nella vicenda, ma non credo certo che Intesa-San Paolo intendesse portare avanti una campagna di sole quattro settimane. Una cosa però vorrei sottolineare: tante persone che si incontrano sul web e che portano avanti, concretamente, un determinato progetto, possono nutrire reali speranze di successo.