IL CASO. E’ cominciata mercoledì 13 gennaio 2010 quella che è stata soprannominata la “guerra del web”. In Cina, Google denuncia ripetute intrusioni di pirati informatici che hanno violato gli account Gmail degli attivisti di difesa dei diritti umani cinesi. Veri e propri cyber-attacchi per rintracciare gli oppositori del sistema.
Nel mirino degli hacker cinesi anche i siti e i conti Gmail di trentaquattro aziende hi-tech di
Google. Nelle accuse del gruppo di Montain View non vi è l’esplicito riferimento al governo cinese, ma lo sottintende quando prende la decisione di non continuare ad oscurare i risultati di ricerca.
Eh sì, Google comincia la propria avventura in Cina nell’agosto del 2004, ma, in nome del business e di un posto in quello che oggi è considerato il più imponente e proficuo mercato del mondo, si piega ai diktat di Pechino. Così dal gennaio 2006 comincia ad autocensurarsi e installa dei filtri con cui oscura tutti le tipologie di informazioni sgradite al governo cinese, fino ad arrivare al blocco di Youtube e di Gmail. La Cina è un paese in cui la censura è utilizzata dal governo come una risorsa irrinunciabile ed è praticata fino all’estremo, con una polizia specializzata nel controllo e nella manipolazione delle informazioni.
Basta ricordare un caso recentissimo: Pechino ha bloccato Twitter poco prima dell’anniversario di Tienanmen, il 2 giugno 2009. La libertà d’espressione non è garantita ma, anzi, fortemente ostacolata.
Ma ora Google ha detto basta a tutto ciò e non ha “più intenzione di continuare a censurare” i risultati su Google.cn. Ora, sul motore di ricerca, è possibile cercare e trovare tutte quelle informazioni che fino a metà gennaio non sarebbe stato possibile visualizzare come la strage di Tienanmen, il Tibet e il Dalai Lama.
LE REAZIONI. Sulla vicenda sono intervenuti anche il portavoce presidenziale statunitense, Robert Gibbs, che ha sottolineato come da parte dell’amministrazione Obama ci sia “il sostenimento del diritto alla libertà di Internet in Cina” e il segretario di stato americano Hillary Clinton che ha evidenziato come “la possibilità di operare con fiducia nel ciberspazio” fosse di “importanza critica in una società ed in un’economia moderne”.
La scelta di Gmail da parte degli attivisti e dissidenti cinesi si era fondata proprio sulla fiducia, era una garanzia di protezione. Ma, evidentemente, non ci si può mai sentire del tutto al sicuro. Gli account sono stati violati e il patto fra Google e la Cina vacilla. “Finalmente il mondo degli affari si pone dei problemi di coscienza” afferma sorridendo Wei Jingshen, un noto dissidente cinese.
Ma la decisione di Google di drizzare la schiena di fronte al dragone cinese ha solo un risvolto etico? E’ la morale che si impone di fronte alla censura?
E’ vero che il motto di Sergey Brin e Larry Page, i due fondatori di Google, è “Don’t be evil”, ma è vero anche che il colosso del web avrebbe perso consenso, fiducia e credibilità negli Stati Uniti se non avesse reagito. Avrebbe avuto un danno d’immagine, per non parlare di quello che avrebbe significato dal punto di vista economico.
IL ROVESCIO DELLA MEDAGLIA. In effetti, dalla guerra Google-Cina sembra che il vero vincitore sia Baidu, il motore di ricerca più usato dai cinesi. Il titolo in borsa di Baidu è salito del 21% non appena Google, denunciando gli attacchi informatici, ha annunciato la volontà di rinunciare all’autocensura e quindi la possibilità di uscire fuori dal mercato cinese. Baidu è nato da una costola di Google, eppure, con una quota del 58,4%, ha il predominio del mercato cinese.
In effetti, Baidu sembra essere molto più flessibile e arrendevole di Google: i siti sgraditi al governo cinese vengono censurati in maniera molto più radicale rispetto a quanto non facesse Google prima della sua “opposizione al regime”, con una manipolazione sistematica e risoluta dei risultati delle ricerche.
SOLUZIONE? Ora Google, passata l’irruenza dei primi giorni, cerca di riallacciare i rapporti con il governo cinese per risolvere gli attriti ed ha avviato un’indagine interna alla ricerca di un’eventuale spia. I conflitti e le divergenze, forse, potranno appianarsi, ma la strada percorsa da Pechino sembra una linea retta senza curve o fermate intermedie.Infatti, la querelle tra Google e la Cina è stata censurata. In Cina non è stato immediatamente possibile risalire alla questione, né alle reazioni. Dopotutto, come ha ribadito la portavoce del Consiglio di Stato cinese, a Pechino “il governo e i media hanno la responsabilità di plasmare l’opinione pubblica”.
Google redento
arrischio ipotesi sulla nuova politica di google... dipende da due fatti 'convergenti':
1. L'attacco informatico. Si possono tollerare censure e impedimenti legali ma l'attacco informatico no, perché lede il principio base di ogni impresa ICT: sicurezza e funzionalità dei propri sistemi) 2. Una diversa politica dell'amministrazione americana che comincia a essere insofferente al gigante asiatico sempre più invadente